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Alla ricerca del “corpo da spiaggia” p...

Alla ricerca del “corpo da spiaggia” perduto

Un paio di settimane fa ho provato per la prima volta Blablacar, il noto servizio di carpooling che sta ormai prendendo piede anche in Italia. Sono partita da Trento insieme ad altre quattro persone a me completamente sconosciute e, sette ore dopo, sono arrivata a Roma. Oltre ad aver risparmiato ben 50 euro sugli 80 che avrei altrimenti dovuto sborsare a Trenitalia, ho fatto la conoscenza di un gruppetto di persone apprezzabili, chiacchierato e dormito.

La giornata era molto calda e sapevamo tutti molto bene che, spostandoci verso sud, avremmo iniziato ad andare a fuoco. Nonostante il clima a tutti gli effetti estivo, io pensavo come sempre all’asfalto, alla pietra, e al massimo ad un accogliente tappeto erboso all’ombra di un albero. Di diverso avviso era una delle altre viaggiatrici, che nello zaino per il week-end si era portata addirittura il costume da bagno. Nel sentirglielo dire, ammetto di aver sussultato, anche se in modo semi-impercettibile.

Ci fu un momento abbastanza preciso in cui iniziai a dire che non mi piaceva andare al mare, anche se fino a poco tempo prima le località balneari non mi avevano mai dato fastidio. Certo, non ho mai adorato passare ore a cuocermi al sole, odio il beach volley con tutto il mio cuore e leggere in spiaggia mi logora, ma è anche vero queste non sono le uniche attività possibili.
“E allora da dove viene tale rifiuto?”, direte voi.

Col senno di poi, mi è facile puntare il dito contro il necessario processo di svestizione che accompagna la permanenza in spiaggia. Non lo definirei “la causa”, ma non mi sentirei neanche di escluderlo dall’equazione. Considerando che detesto depilarmi, ho uno stile di vita che fa di me un pallido cencio e non sono mai stata uno stecchino, è facile che la pigrizia prenda il sopravvento.
Tra l’adolescenza e i primi anni dell’università mi è capitato diverse volte di evitare la spiaggia e la piscina per non sentirmi a disagio, scegliendo invece attività che mi permettessero di restare sufficientemente vestita.

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Da un po’ di tempo a questa parte, ho cominciato a dirmi che forse dovrei smetterla di privarmi di certe attività tra amici e amiche, solo perché ho delle insicurezze, o perché non mi va di essere squadrata dagli sconosciuti. A conti fatti tutt* dovrebbero poter andare al mare in santa pace, senza sentirsi mille sguardi addosso ancor prima di partire.
Ma, pur essendone fermamente convinta, non è raro che l’ansia da svestizione torni ad assalirmi, e che di conseguenza tutto inizi a sembrarmi sgradevole: dalla sabbia, alle meduse morte, passando per i racchettoni, i bambini urlanti e i turisti tedeschi di Jesolo.
La dissociazione che osservo tra le mie idee femministe e il disagio fisico che talvolta provo, alla lunga, mi ha portata a convincermi della necessità intervenire non solo circondandomi di immagini impregnate di body positivity, ma anche con dei gesti pratici.

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Ad esempio? Comprare un paio di costumi che vi facciano sentire bene: graziosi, pratici e di vostro gusto. Detta così può sembrare una scemenza frivola e di stampo capitalista e, fino a qualche anno fa, confesso che mi sarei collocata su questa posizione. Ma sfido chiunque abbia difficoltà a spogliarsi in pubblico ad andare in spiaggia con un un bikini vecchio di diversi anni, infelice e magari anche un po’ sformato. Io l’ho fatto più di una volta, per poi passare ore a crogiolarmi nel disagio.

Una possibile soluzione sta dunque il quello che io definisco “lo shopping salvifico”, che diventa ancor più luminescente e speciale quando di soldi da spendere ne avete pochi, ma volete comunque farvi un bel regalo.
Personalmente vi incoraggio a fare visita alle mercerie gestite da vecchine dotate del potere di indovinare la vostra taglia di reggiseno anche quando avete addosso il cappotto e siete ancora a cinque chilometri dal negozio. Lì troverete costumi classici e calzanti a pennello, nonché persone disposte a fare delle piccole modifiche sartoriali sui vostri acquisti.

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Oltre alle vecchine dalle mani di fata, esistono un sacco di alternative adatte a qualsiasi tipo di esigenza.
Nel caso delle ragazze più prosperose, ad esempio, è meglio optare per costumi che forniscano vero sostegno e siano proprio della taglia giusta. Molte catene di intimo offrono soltanto una generica III e una generica IV, come se il mondo fosse fatto di tette standardizzate. Esistono vari marchi presso i quali trovare taglie più precise, come Esprit e Asos, nonché la possibilità di scegliere i due pezzi del bikini separatamente.
Anche il mercato cosiddetto “plus size” è in espansione, e sta diventando sempre più facile mettere le mani su modelli davvero graziosi, come quelli di Modcloth e la recente collaborazione di Gabifresh con s4a.
Oltre alle opzioni mainstream, esistono anche quelle indipendenti. Diversi piccoli marchi di biancheria, spesso dediti alla creazione di modelli di stampo retro o d’avanguardia, offrono anche costumi da bagno (es. il pregevolissimo Kiss Me Deadly).

Prendetevi dunque il tempo per andare alla ricerca di un costume che vi faccia sentire proprio a vostro agio e, come vi ripetiamo sempre, circondatevi di persone positive ed evitate i body shamers.

(immagini: Gabifresh)


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  1. Daria

    2 giugno

    Di solito i vostri articoli mi piacciono, ma questo lo trovo davvero banale e scontato. Avete parlato di qualcosa che non è per niente nuovo, tutt’altro. E mi ricorda molto anche i programmi di real time su come “valorizzare” il proprio corpo e cazzate simili, che in realtà mortificano la donna, come avesse qualcosa da nascondere. Capisco, ci stanno articoli un po’ più frivoli, ma speravo in qualcosa di più consistente, una riflessione più sentita appunto su questo disagio, che di certo non scompare mettendo un costume carino. Personalmente, il costume carino non mi aiuta affatto. Tra l’altro, le immagini scelte nell’articolo sono imbarazzanti: ok sono modelle “oversize” (?), sì…Ma dico io, è impossibile che non abbiamo un minimo di cellulite. Se si mostra un corpo vero, bisogna davvero mostrare un corpo VERO. Somiglia tanto a qualche pubblicità di quei truffatori della Dove. Non ho la taglia di quelle modelle, ma abbastanza taglie in meno. Mangio benino e mi muovo. Ed ho la cellulite. Tutte ce l’abbiamo. Perché mi spiattellate le modelle oversize senza la cellulite? Femminista de che? Piuttosto sarebbe stato carino inserire nell’articolo semplicemente immagini di modelli di costumi, sic et simpliciter. Senza manichino, senza la donnina con il rossettino e i capelli voluminosi. Boh.
    Scusate lo sfogo.

  2. Paolo1984

    2 giugno

    scusa daria, a parte che su questo blog che leggo da un po’le riflessioni non sono mai mancate, ma cos’è questa mania di voler vedere la cellulite a tutti i costi come prova di una supposta “autenticità”? Tutti corpi sono “veri” e autentici anche quelli delle modelle ( regular, curvy o oversize che siano) con rossetto o senza

  3. Skywalker

    2 giugno

    Io sono d’accordo con Daria sulla questione della piega che stanno prendendo certi post di SR. Premetto che gli articoloi autoreferenziali sono quelli che fatico di più ad apprezzare, quindi le varie fisime delle varie autrici hanno un livello di coinvolgimento molto basso, ma mi chiedo perpetrare questo femminismo stereotipato ha una qualche finalità? Quasi a dire che se sei gnocca, taglia 40, ti depili tutto puoi essere meno che femminista.

    Se la Ferrari ha problemi col bikini, sono fisime sue. Si mettesse il costume ad un pezzo e basta, la risolvi. Invece di menarla con l’anatema “I love mountains forever” ebbasta.

  4. Paolo1984

    2 giugno

    “Quasi a dire che se sei gnocca, taglia 40, ti depili tutto puoi essere meno che femminista”

    guarda questo è un modo di pensare che purtroppo ho riscontrato in alcuni ambienti della blogosfera e del web “femminista” ma per fortuna non qui su Soft Revolution o comunque se l’ho visto, l’ho visto molto raramente

  5. Skywalker

    2 giugno

    Paolo ti prego. Devo dirti la verità ma il tuo zerbinismo spegne ogni volontà di discutere qui su SR. Cioè sei il Capitan Ovvio dei blog femministi!

  6. Vero

    2 giugno

    haters gonna hate.

  7. laura

    2 giugno

    Ehm. Io volevo commentare complimentandomi per la scelta delle foto (carine!) e per chiedere la fonte, che efficientissimamente avete gia’ messo in fondo all’articolo, ma leggendo i commenti, ahime’, vorrei aggiungere un’altra riflessione, che ritorna ciclicamente nella mia vita: io capisco che a un occhio esterno (si puo’ dire esterno? guardate maschi, non vi offendete, nel mio esterno io ci metto sia gli uomini sia per dire, la mia adorata Stoya, la quale si pronuncia spesso con irritazione su articoli “frivoli” come potrebbe essere questo, o quando blogger femministe perdono tempo e parole sull’annoso problema depilazia), dicevo, capisco che a un occhio esterno (= che questi problemi forse non li ha mai avuti) questi argomenti possano apparire frivoli, dove con frivoli si intende inutili. Invece io ci tengo a smontare questa identita’, perche’ vi assicuro che temi come questi causano notevole preoccupazione, a volte ansia e angoscia, al minimo perdita di ore preziose di serenita’ mentale e/o concentrazione che le nostre menti potrebbero gloriosamente evitare. Insomma, non sono “fisime della Ferrari”, come la mette giu’ Skywalker, ma temi che, anche se ad alcuni paiono inutilissimi, io son contenta che qualcuno metta giu’ e discuta. Voglio dire, se sono inutili per te personalmente, guarda e passa. Chi ti dice che un articolo del genere non sia d’aiuto e sostegno (o anche solo una lettura interessante, va) per un sacco di altre persone? Io ritengo (poi magari mi sbaglio) che ammettere e condividere i propri dubbi, le proprie paure e pure i piccoli, non solo i grandi, problemi quotidiani, sia una gran bella cosa e ci incoraggi tutte/i a contestualizzare e superare, pure fisime se vuoi, ma blocchi che spesso non ci permettono di goderci per bene cose “insulse” come una giornata in spiaggia!

  8. Caterina Bonetti

    3 giugno

    Io invece condivido a pieno quanto scritto da Margherita. Ricordiamoci che non siamo davanti ad un trattato di estetica del corpo o di sociologia, ma a pezzi pensati per la rete, divulgativi e, si spera divertenti, in grado di fornire, sempre si spera, qualche spunto in più a ragazze e ragazzi che magari non sanno dove sbattere la testa per mettere in relazione mare/calura estiva/percezione di sé. Io ho un’esperienza molto diversa da quella di Margherita e in parte rientro in quella categoria che “non dovrebbe essere femminista”. Mi depilo dalla seconda media, non ho mai avuto problemi ad indossare il costume da bagno, non ho mai saltato un appuntamento con la spiaggia/piscina/fiume. Eppure penso che un pezzo come questo sia urgente e fondamentale perché ogni giorno mi confronto con amiche che si fanno scrupoli ad andare in compagnia in piscina a causa del loro corpo. Muoiono di caldo e il caldo nella bassa padana uccide. Eppure non vengono e se vengono restano vestite con discutibili pantaloncini oversize pseudo coprenti e canotte sformate. Questo è un problema e non una banalizzazione. In molte città non è possibile trovare costumi da bagno che non siano quelli dei più noti marchi: tutti modellati su misure completamente ideali. Molti marchi non permettono neppure l’acquisto separato dei pezzi. Non è una sciocchezza. Pensate un po’, cari ragazzi, se i vostri costumi da mare fossero “tarati” sulla misura delle vostre spalle. Per alcuni andrebbe bene forse, per altri sarebbero ridicolmente stretti o altrettanto ridicolmente enormi. Quindi difendo la scelta di Margherita e il suo tentativo di dare qualche appiglio a chi, magari a fatica, quest’anno vuol far pace col mare.

  9. Paolo1984

    3 giugno

    un blog deve poter scrivere di quello che vuole. Dico solo che altrove ho trovato un tono “estremista” (così mi è parso) nell’affrontare certi temi che qua per fortuna non c’è.

  10. micol

    4 giugno

    Bell’articolo, hai descritto alla perfezione disagio da costume e le sue possibili soluzioni (o comunque dei passi nella direzione giusta). Anch’io per anni ho provato nello scoprirmi ansia e ogni sorta di sentimento negativo(ora va meglio, fortunatamente). Fai bene a incoraggiare te stessa e le altre, continua così! 🙂

  11. viola

    4 giugno

    sinceramente dedico molto più tempo a pensare a come staò in costume, alle mie fisime su forma, colore e via dicendo del mio corpo rispetto ai diritti delle donne in tanzania. e non perchè il secondo argomento non sia fondamentale, solo che naturalmente è più lontano in tutti sensi da me. anche questi, a me, sembrano piccoli effetti della svolta pro-femminile e pro-maschile che vorrei aprodasse per tutti e tutte. accettare me stessa, come sono fatta, con un costume a due pezzi, sarebbe una bellissima botta di autostima che porterebbe forse altre donne come me a sentirsi più sicure, più normali e più serene con se stesse. a me, non sembra affatto superfluo o poco. direi realistico.

  12. Skywalker

    4 giugno

    Ho compreso che l’esistenzialismo dell’articolo è condiviso da molte lettrici ed è ok. Ma cosa c’entri ciò col femminismo qualcuno me lo spieghi.
    L’insicurezza e la mancanza di autostima non credo sia ascrivibili ad una ideologia. Sono fisime che hanno tutti su sé stessi indipendente dalla cultura in cui sono calati.

    Fino ad ora si è parlato più spesso di obesitá e sovrappeso come distonia nei confronti di un modello patinato ed asettico proposto dai media. Ma io non mi sento di affermare – in un paese dove l’obesità infantile è ai massimi storici – che tale modello sia pedissequamente (in)seguito dal volgo. Altrimenti dovrei vedere passeggiare sul bagnasciuga modelle di Victoria Secrets. Quando in realtà non è affatto così.

    L’autoreferenzialitá mista ai propri schemi mentali genera delle distorsioni all’interpretazione. Questo io continuo richiuso su di sé genera solo una eco. Lo stesso effetto che mi fanno i selfie (appunto), l’eco di un vuoto cosmico.

  13. Ilaria

    4 giugno

    Condivido le perplessità di Skywalker e Daria su questo genere di post. Ricordo che Margherita alcune volte ha già risposto a critiche del genere affermando che l’esporre a nudo le sue insicurezze rispetto all’aspetto fisico secondo lei ha a che fare col femminismo di oggi, per es. per scalzare l’immagine tipica della femminista agguerrita, brutta, sciatta e trascurata e contenta di esserlo che un po’ tutte abbiamo in mente. Tuttavia, anch’io credo che tutta questa insicurezza non abbia a che vedere col femminismo ma semmai con delle fasi di crescita personale. Il fatto che molte ragazze ventenni o poco più possano sentirsi a disagio per certi aspetti del loro fisico non riguarda l’essere femministe o meno. Questo post avrebbe potuto scriverlo chiunque, femminista o maschilista che sia. Ultimamente quello che mi infastidisce di parecchi post di SR è il fatto che riflettono una mentalità eterodiretta, nonostante le intenzioni sarebbero opposte. Il leitmotiv è: “che cosa pensano gli altri di me (questi altri che sembrano non avere altro da fare che guardare e giudicare le autrici dei vari post) e come devo comportarmi”. E allora devo costruire un pippone pseudo sociologico a difesa del “selfie”, e allora devo scrivere un post per dire come affrontare la “grave” situazione dell’andare in spiaggia in costume con gli occhi di tutti addosso (???), e c’è quella che scrive un altro pippone per giustificare il fatto che non le piace stirare e non vuole per questo essere giudicata male(ma secondo voi la gente non dorme la notte perché disapprova che non stiriate le camicie?), un’altra ha la fobia delle gonne… Il punto è (secondo me) che siete partite ispirandovi giustamente al femminismo giovane d’oltreoceano ma la mentalità ora qui (su SR) imperante è quella della provincia italiana di una volta, che magari sarà una vostra realtà (secondo me deformata dal vostro punto di vista ideologico) ma io per es. non mi ci riconosco per niente (e non vivo a New York ma a Bologna, niente di che). Quando al mattino decido come vestirmi, se stirare o meno, quando mi depilo, mi pettino ecc., non lo faccio pensando di avere gli occhi della società puntati addosso! E se anche qualcuno mi fa una battuta su qualcosa, cosa me ne importa, vivo bene lo stesso. Rilassatevi, soprattutto Margherita mi sembra che viva con una parte di sé sempre protesa a interpretare cosa gli altri penseranno di lei, come la giudicheranno e così via. Un conto è riflettere su come certi nostri comportamenti e atteggiamenti possano essere condizionati dalla società e dalla cultura in cui viviamo, un conto è la paranoia del sentirsi sempre osservate e giudicate da tutti. In spiaggia pensi che stiano tutti a guardare le tue imperfezioni? Non credo proprio! E comunque questo non ha a che vedere col femminismo neanche di striscio, sempre secondo me! Insomma, secondo me Soft Revolution ha bisogno di una raddrizzatina, ultimamente cadete troppo spesso in questi corto circuiti tra autoreferenzialità e “femminismo”.
    In quanto a Paolo, più che zerbino mi sembra sempre “terrorizzato” all’idea che le donne diano ascolto a certi post e smettano di depilarsi e farsi belle… tranquillo, non credo si corra questo rischio! 😉

  14. Chiara B.

    5 giugno

    A Ilaria (che ringrazio per aver espresso il suo parere con gentilezza) e a Skywalker (che da questo punto di vista ringrazio un po’ meno):
    Non aspiro a farvi cambiare idea, perché siamo tutte adulte e vaccinate e probabilmente salde sulle nostre posizioni. Mi piacerebbe però che riusciste a vedere la possibilità di una posizione diversa dalla vostra, e oltre alla sua possibilità anche la sua legittimità.

    Il fatto che l’immagine pubblica della donna sia estremamente controllata per rientrare in canoni estetici ben precisi presumo sia innegabile. Ci sono corpi che possono apparire su un cartellone e corpi che non possono; punto. Un fatto del genere esiste anche per i corpi degli uomini? Sì, certo; ma con una frequenza e una pervasività molto inferiore: si può mostrare il corpo di un uomo maturo come ancora desiderabile, si può discutere delle opinioni di un politico obiettivamente brutto senza cassarle osservando per prima cosa che, appunto, è brutto, eccetera. Il punto è che il corpo della donna è sistematicamente ridotto a oggetto desiderabile, non a soggetto vivente (e, magari, anche desiderante) e tutto ciò che esce da questa definizione va stigmatizzato e, ove possibile, ricondotto alla norma. E, sì, questo è un fenomeno maschilista, nel senso che è un fenomeno generalizzato e non individuale, che agisce a livello sociale più sulla donna che sull’uomo, e che causa a moltissime donne livelli di disagio che passano da un’ansia passeggera e trascurabile a disturbi alimentari, attacchi di panico e depressione.
    Voi due non soffrite di nulla di tutto ciò. Voi due, pur in modi diversi, avete evidentemente i mezzi emotivi, sociali e culturali per non risentire di un condizionamento sociale di cui altre persone risentono, e questo è bellissimo. Vi dirò di più: io non ho mai avuto problemi col mettermi in costume e anche per me, quindi, questo post non è immediatamente attinente alla mia sfera personale. Il punto, però, è che qui non si parla esclusivamente di me, o di voi; si parla di un fenomeno sociale da un punto di vista individuale. La scelta di affrontarlo partendo da riflessioni intime, e di svilupparlo fino a proporre una soluzione apparentemente leggera, è un modo per rendere quest’articolo più utile, accessibile e fruibile a chi ha quotidianamente i problemi descritti qui sopra e che, per una volta, gradirebbe non sentirne parlare in termini di analisi dei massimi sistemi ma proprio nei termini in cui tutte le mattine rivolge a sé stessa pensieri autodistruttivi, ma poi esce di casa lo stesso.

    Quindi, anche se per voi non è così, mi piacerebbe tanto che consideraste, appunto, la possibilità che i problemi affrontati in questo articolo possano essere il frutto di un fenomeno sociale al quale voi siete state particolarmente immuni – come così tante donne in questi commenti stanno cercando di dirvi – e non solo frutto di paranoie individuali che in quanto tali a voi sembrano frivole. Dopodiché, se non vi avessi convinte, sarebbe bello comunque se consideraste la possibilità che le ansie reali di persone che non conoscete sono degne comunque di delicatezza, e che sminuirle all’insegna del “non pensarci, non è nulla” è carino, ma purtroppo non serve. Per voi di sicuro non è nulla; per altre invece è un problema reale. E, nel momento in cui è un problema reale, dirsi “non pensarci” non aiuta molto.

  15. Veronica Vituzzi

    5 giugno

    Pensare che molte delle insicurezze che una ragazza può avere su se stessa siano solo fisime, o derivanti da problematiche esclusivamente personali è molto ingenuo. O utopico. Nessuno vuol giustificare le proprie debolezze ascrivendole alla società, però è un dato di fatto che c’è un modello pressante che pesa sulle ragazzine, onore a chi riesce a ignorarlo, però bisogna anche considerare i motivi di chi invece non ce la fa. Semmai il problema è che una volta che lo si è interiorizzato diventa parte della propria voce interiore, e allora non hai più bisogno che qualcuno ti critichi: hai imparato a farlo da te. Secondo me la questione è proprio questa, non tanto che la società ti dica che sei sbagliata, quanto che ti insegni a fartelo pensare da sé, anche quando non c’è più nessuno che ti prende in giro, e allora gli altri possono dirti “ma che dici, è tutto nella tua testa”. Il che è vero, perché te l’hanno piantato per bene a martellate per anni. Chiediamoci perché tante donne si fanno problemi per cose così “stupide”, pensiamo davvero che sia solo perché sono superficiali, o vanesie, o deboli?

  16. Skywarlker

    5 giugno

    Guarda Chiara io già ti ho risposto dicendo che fisime del genere sono robe che più o meno abbiamo affrontato – e superato si spera – tutti. E come dice Ilaria, sono fisime che appartengono più a stagioni della vita che non prodotto di una ideologia. A meno che non viviate tutte nel mondo di Peppa Pig. E cosa c’entri il femminismo io debbo ancora capirlo, al netto degli avverbi fatalisti.

    Con tutto il rispetto non mi sarei mai aspettata – ancora di nuovo, dopo anni trascorsi su forum musicali – un discorso attorno la legittimità dell’opinione.
    Chi lo ha messo in dubbio e come? Ma è mai possibile che un opinione in dissenso – perchè è di questo che si parla – metta automaticamente chi è in oggetto in una posizione difensiva? A me SR piace quando cerca di leggere da un nuovo punto di vista fenomeni culturali (come tutta la sezione sulle donne della letteratura classica e le rilettura delle favole come la Sirenetta) o racconta situazioni più vicine alla mia situazione ed età anagrafica (come il post sulla quattordicesima), che non robe autoreferenziali che rasentano i discorsi che si fanno in adolescenza. Voi siete libere di scriverne, io di leggere e dissentire ed esprimere tale dissenso (oppure anche in tali lidi vige il: se non puoi dire niente di carino non dirlo: sessista!) in modo brusco o soave, dipende dal momento in cui scrivo.

    Il consiglio – che non lo era – che davo a Margherita era: scegliti un costume intero e buttati a mare. Fine. Non puoi far si che certe questioni, che dopo i 20 anni io non mi spiego più in verità, monopolizzino così la tua esistenza.
    Robertino esci e tocca le femmine? Si

  17. Paolo1984

    5 giugno

    Ilaria, per quel che mi riguarda non nutro alcun terrore particolare, dico quello che penso, ovvio o meno

  18. Ilaria

    5 giugno

    @Chiara B. vedi, io non è che sottovaluto le ansie che varie ragazze possono provare rispetto al mettersi in costume o in generale ad altri aspetti estetici e non critico l’utilità di post del genere per queste ragazze. Sono sul web da tempo e non giudico il valore di un post dall’attinenza o meno che esso ha rispetto ai miei casi personali. Dico solo – ma come parere personale del tutto opinabile e che vuole avere un intento costruttivo, perché trovo sempre utile ricevere feedback e pareri dai propri lettori – che a mio parere il taglio di questo come di altri post non lo trovo per niente in sintonia con il senso e con le finalità di SR. Questo post io potrei tranquillamente trovarlo (e in effetti lo trovo!) su riviste come “Cioè”, “Ragazza moderna” o “Cosmopolitan”. Una rivista come “Cosmopolitan”, frivola stupida ecc., alla fine dà consigli molto più “femministi” di una Gianini Belotti, sotto un certo punto di vista. Ma SR sarebbe qualcosa di diverso. Per restare in tema e per farti capire che io non contesto necessariamente contenuti di un certo tipo, ti faccio invece l’esempio del post di Marta sull’essere grasse in estate. Ora Marta è Marta e Margherita è Margherita, ok, ma secondo me il tono (e quindi anche il senso) del post di Marta è del tutto congruente con gli intenti di SR, quello non era un post vittimistico, era un post in cui Marta diceva: ok, sono grassa ma mi sento comunque una gran gnocca lo stesso, potrei dimagrire ma non mi va di fare una dieta massacrante per un po’ di chili in più né d’altronde di vestirmi come una monaca solo perché sono grassa, quindi mi vesto così e cosà. Non c’erano piagnistei su come la società brutta e cattiva ci vuole né patemi adolescenziali su “tutti mi guardano”, bensì una fiera ma serena presa di posizione che alla fine, sempre a mio parere ma anche giudicando dai commenti suscitati da quel post, è quella che aiuta molto di più le ragazze con quel problema rispetto a un banale consiglio sul comprare un costumino più grazioso e di taglia giusta. Scommetto che un sacco di ragazze si sono sentite stimolate ad accettarsi di più dall’articolo di Marta, mentre chi legge questo articolo può al limite provare l’illusorio conforto del “mal comune mezzo gaudio” e andrà su uno dei siti consigliati a comprarsi un costumino, assecondando in tal modo quei famosi dettami della società che ci vuole, se non magre, almeno con un costumino nuovo. Infine, sì i messaggi della società e la loro influenza su di noi, ma guardiamoci intorno: a parte appunto i patemi tipicamente adolescenziali che poi si superano (e che sono tipici dell’età, anche nelle società migliori) non vedo donne affrante o irrealizzate per problemi estetici, vedo ragazze anche grasse che fanno quello che devono fare e ragazzi che non stanno a misurare i chili o i peli delle compagne, consapevoli che un conto è il mondo delle “Belèn” e un altro è quello di noi comuni mortali, nel quale esiste la cellulite, i peli e le mestruazioni. Insomma va bene la sociologia ma la realtà ci dice che per fortuna la gente un cervello continua ad averlo. Forse quello che mi dispiace in questa piega di SR è il vittimismo e anche l’insistenza sul corpo. Siam sempre relegate lì, o per opprimerci o per liberarci/incoraggiarci, ma quando si parla di donna prevale sempre il corpo… anche su un blog femminista come questo. Ecco perché io non sono “femminista”… perché mi sono rotta le scatole di dovermi sempre concentrare sull’aspetto fisico in quanto donna, o perché spinta dalla società o perché spinta dalle femministe che contestano la società. Come diceva una “schiava della società dell’apparire”: siamo donne, oltre alle gambe (e ai peli e ai costumi) c’è di più! 😉

  19. Ilaria

    5 giugno

    P.S. nel dire “patemi” o “fisime” adolescenziali non c’è alcun intento dispregiativo… è solo che sono “fisse” che tutte e tuttI abbiamo avuto in quell’età. Quanti ragazzi maschi ho conosciuto che attorno ai 16 anni non volevano andare in spiaggia perché troppo gracili o troppo pelosi o troppo mozzarellosi o troppo poco atletici… poi è passata.

  20. Paolo1984

    6 giugno

    ok, ma non so se sia giusto presumere che chi si compra un costume nuovo stia soltanto passivamente obbedendo ai “dettami della società”

  21. Garnant

    6 giugno

    Mi state facendo venire una crisi identitaria. Anche io, come Ilaria, mi stufo a sentir parlare sempre di corpo femminile, che sia per normalizzarlo o per liberalo, quindi forse non sono femminista. Il mio livello di ansia sociale rispetto al mio corpo è talmente basso che a volte arrivo in palestra e mi accorgo che mi sono dimenticata di depilarmi (non suona un allarme eh! anzi non succede proprio niente). Ma questo forse questo diventa automaticamente uno statement e fa di me una vecchia femminista sciatta. Sono confusa.

  22. Ilaria

    6 giugno

    Ah ah, ecco, mi sento come Garnant! ;-))

  23. Veronica Vituzzi

    8 giugno

    Ma che stiamo a disquisire ancora su cosa è femminismo o meno? Credo sia ben chiaro, e non c’entra niente con l’argomento dell’articolo. Solo che se ci sono persone che si godono il loro corpo, e ben venga per loro, grandissima invidia e gioia, non credo proprio che si possa, in un periodo i cui i disturbi alimentari sono diventati esperienza comune per una ragazza su due, in cui l’odio per il proprio fisico è così costantemente promulgato nelle menti di tantissime adolescenti, ecco non credo basti dire per sé che la cosa non ci riguarda. Sono felice che non vi riguardi, davvero, ma pensare che sia solo un periodo adolescenziale è la cosa peggiore: vuol dire che si è normalizzato nella nostra mente il problema del disagio per il proprio corpo. No, non è normale per niente, non è normale fare milioni di diete, vergognarsi di sé, e dire che i problemi sono altri, che queste sono cose superficiali, o che capitano a tutti, e che poi passano,è non vedere in che tipo di società viviamo. Ben vengano tutti gli articoli di questo mondo che parlano di come superare i propri problemi con la propria pelle, sia un costume che ci sta bene o mandare a quel paese le gonne: e pensare che la cosa non riguarda le donne al pari del ricevere uno stipendio inferiore a quelli maschili, quando il corpo femminile è costantemente interpellato, è vivere con gli occhi chiusi. Scusate se mi sono lasciata trascinare, ma vedo una situazione ben più drammatica dallo scenario tranquillizzante che proponete nei commenti.

  24. Ilaria

    8 giugno

    Cara Veronica non so che commenti hai letto. Nessuna di noi ha usato l’argomentazione che dici tu (cioè che la cosa non la riguarda personalmente e quindi il post è inutile). Vabbe’, pazienza 😉

  25. Garnant

    8 giugno

    Questo è interessante perché è vero e innegabile che la donna è vittima (della storia, del patriarcato ecc.), d’altra parte ha anche il diritto di dire no, io non mi *riconosco* come vittima, io mi rifiuto di riconoscermi come vittima, e in questo modo, almeno nei campi dove alla fin fine è vittima di se stessa, smette automaticamente di esserlo. In questo senso condivido il discorso di Ilaria sull’articolo di Marta.

  26. viola

    4 luglio

    a me fa ridere che si parli di ragazze adolescenti e basta. io ho 32 anni e mia madre più di 50 e ci sentiamo comunque a disagio in costume da bagno.
    ok, non sarà un articolo femminista, che tiene conto di argomenti alti e importanti, che non si occupi del serio approccio al mondo che le donne vorrebbero interiorizzare, ma lasciatemi dire che è una cosa piccola, una goccia nel mare, sentirsi bene con la propria pelle.
    perchè se mi sento bene, a mio agio, in costume, potrò sentirmi legittimata a dire vaffanculo a quello che mi darà della cicciona sfigata, oppure a quella che mi dirà di dimagrire e potrò ANCHE far loro un bel discorso prouguaglianza e prorispetto.
    io non sottovaluterei il potere dell’armonia tra esterno e interno, una lezione profondamente orientale che noi occidentali non conosciamo e non apprezziamo dividendo costantemente corpo/spirito/mente in compartimenti stagni.

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