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Wahine and the waves: le ragazze fanno surf

Wahine and the waves: le ragazze fanno surf

ragazze fanno surf

Illustrazione di Flavia Sorrentino – omaggio a Bethany Hamilton

Una leggenda hawaiana narra che Mamala, semi-dea kupua, fosse nota per le sue eccellenti doti di surfista. Grandi folle si accalcavano sulle coste della baia di Honolulu per ammirare le sue prodezze. Era sposata con l’uomo-squalo Ouha e il mito vuole che sia stata sedotta dal capo Honoka’upu e Ouha abbia ceduto la sua natura umana diventando squalo bianco, accerrimo nemico dei surfisti. Mamala non è l’unica illustre antenata delle wahine, parola con cui si identificano le donne surfiste nella lingua hawaiiana. Nel 1905 è stata trovata una tavola da surf nella tomba della principessa Kaneamuna risalente al 1600.
Purtroppo, il destino delle wahine assomiglia di più a quella della sfortunata Kaiulani. Si racconta che alla fine del XIX secolo la principessa Kaiulani fosse una promettente surfrider, prima di essere costretta ad abbandonare la sua terra per venir educata in Inghilterra. Come Kaiulani, con l’arrivo della cultura occidentale attraverso i colonizzatori, le donne sono state escluse dal surf per secoli, sia in patria che in occidente.

Sono numerose le leggende hawaiane e polinesiane che raccontano di divinità femminili e donne alle prese con il surf. Attività nata proprio in questo arcipelago svariati secoli prima della nascita di Cristo, il surf è una parte integrante della storia e dell’identità di quei popoli, sia nella vita quotidiana, che sottoforma di rituali. Prime testimonianze di questa attività si registrano da esploratori come Sir James Edward Alexander, al largo dell’Africa e in Guinea, che attesta in un suo diario di indigeni che nuotano e si lasciano scivolare sulle onde con delle tavole di legno. Sembra incredibile che l’influenza degli occidentali sia riuscita a estirpare questa pratica per circa un secolo, dietro pressioni religiose. Descritto anche da Jack London, in seguito ai suoi viaggi nell’arcipelago hawaiiano, il surf è lo sport praticato da tutta la popolazione senza distinzione di classe e genere, e consiste nel scivolare sulle onde. La parola hawaiana per definire il surf è “he’e nalu”.

Come descritto nel libro Elogio del surf :

A un primo livello di lettura significa scivolare (he’e) su o dentro un’onda (nalu). La prima parte del termine può tuttavia significare anche “scorrere come l’acqua” e come sostantivo rinviare al flusso mestruale. […] Nella sua accezione verbale he’e nalu significa invece “cercare la verità, sospendere il proprio giudizio, pensare riflettere e infine parlare tra sé e sé. *

Non è raro lasciarsi rapire da immagini di uomini e donne che surfano le onde. A dei livelli di preparazione alti, le performance sembrano coreografie e la/il surfista si trova a proprio agio padroneggiando benissimo quell’ambiente, come se fosse la terraferma, talvolta con l’impressione che stia camminando sull’acqua anche se di mezzo c’è una tavola. Il surf è per questo uno degli sport più spettacolari e spettacolarizzati, che vanta una quantità di video e documentari dedicati. Il surf è una filosofia, uno stile di vita, una comunione che unisce l’acqua o meglio l’oceano, direttamente all’anima di chi decide di sfidarlo. Chi lo pratica non solo deve possedere una capacità di equilibrio per stare sulla tavola (per quello basta imparare lo stile di skating), deve essere innanzitutto un ottimo nuotatore, capace di grandi apnee subacquee e senza la paura di affrontare muri di acqua più o meno alti. A confronto con gli altri sport “fratelli di tavola”, suggerisce un senso di libertà, perché vede un contatto diretto con l’elemento di riferimento, un’immersione in esso.

Il surf è stato portato sulle coste californiane agli inizi del novecento e si è trasformato nello sport mainstream e idealizzato da film che conosciamo. A partire dai cari Beach Boys, bandiera del surfin’ lifestyle à la Big Sur degli anni ’50, ha conosciuto l’apice negli anni ’70 e ’80 con molti film culto dedicati (vedi Un mercoledì da Leoni e, più tardi, Point Break), ma per decenni, come in molti altri ambiti, è rimasto impermeabile all’incursione femminile. Le donne nella versione occidentalizzata di questo sport sono state escluse, considerate alla stregua di groupies o di surf-bunnies, fanciulle che trascorrevano le giornate tra crema solare e risatine. Niente di nuovo sotto il sole. Ma le cosiddette “pioniere” non sono mancate e grazie a loro il surf è stato sdoganato anche per tantissime ragazze che tutt’oggi gareggiano nelle competizioni internazionali.

Mary Ann Hawkins

Mary Ann Hawkins

Isabel Letham

Isabel Letham

Le prime donne, le pioniere, ad osare sfidare il predominio maschile in questo sport furono Faye Baird Fraser a San Diego e Mary Ann Hawkins in California negli anni ’20. Dall’altro lato dell’oceano (Pacifico) la prima fu Isabel Letham, che a quindici anni fu scelta da Duke Kahanamoku per gareggiare in coppia con lui in una gara a Manly Beach (nomen omen) in Australia. Ci sono voluti molti anni prima che il discorso di parità femminile potesse venire inculcato nelle menti dei pettoruti surfisti, che per quanto abili, non brillano per apertura mentale: “Le donne non dovrebbero fare surf, si rendono soltanto ridicole” sono le parole di un campione come Nat Young.

Negli anni ’50 la febbre del surf era tale che invase anche l’universo femminile: venne pubblicato un romanzo, diventato serie televisiva, dal titolo Gidget. The little girl with big ideas, che pur narrando delle peripezie di una minuta ragazza per affermarsi tra le onde, ha ben poco di realistico. Fino agli anni ’70 le donne nel surf erano ancora considerate dei casi rari; qualcosa si mosse quando il circuito A.S.P. aprì a una divisione femminile, in cui entrarono a far parte Rell Sunn, Linda Merrill, e Jericho Poppler. Lisa Andersen fu invece la prima, negli anni ’80, a indossare i board shorts insieme al suo bikini, dando inizio a una moda rivoluzionaria che ancora non è passata. È anche grazie anche all’invenzione dei pantaloncini da surf per ragazze, che ha permesso di coniugare la comodità a un look più femminile, a rendere l’immaginario surf più accessibile alle donne.

Lisa Andersen

Lisa Andersen

Nell’ultimo decennio l’attenzione e la diffusione della controparte femminile nel surf è diventata però massiccia, e con la partecipazione di un maggior numero di ragazze nelle competizioni sono aumentate anche le storie da raccontare. Documentari come The Women and the waves, realizzato da Heather Hudson e Peck Euer, testimoniano, sin dalle prime battute, le difficoltà delle veterane di inserirsi nella comunità di surfisti, non solo a livelli professionali. La sensazione descritta dalle protagoniste era di essere delle mosche bianche, continuamente boicottate e umiliate dai colleghi maschi. Il mondo dello sport, specialmente se non prevede una regolamentazione precisa, come il surf nei decenni precedenti, può rivelarsi un autentico campo di battaglia. Sally Lundburg and Elizabeth Pepin hanno realizzato un altro documentario, più introspettivo e dall’estetica molto sofisticata, sull’esperienza di Sarah Gerhardt, prima donna a surfare le onde di Maverick, nel documentario One winter story.

Gli anni 2000 sono stati quelli della definitiva consacrazione mediatica delle ragazze nel surf. Come è impossibile dimenticare i prodotti più commerciali e leziosi, arrivati fino in Italia, come il film Blue Crush, che ha affascinato stuoli di adolescenti (compresa la sottoscritta) o il reality show creato da MTV Surf Girls, in cui quattordici aspiranti surfiste si sfidano a colpi di spazzola e shortboard sotto l’occhio delle telecamere. La prima volta che invece ho conosciuto la storia di una vera surfista è stato sui giornali, purtroppo non per un evento positivo: era il 2003, a una povera tredicenne americana era stato amputato il braccio sinistro a causa del morso di uno squalo durante degli allenamenti. Il suo nome è Bethany Hamilton, tuttora un’esempio di coraggio e determinazione per tantissime surfiste: in seguito al terribile incidente non si è fermata e ha proseguito nella sua immensa passione per questo sport, arrivando sul podio di numerose gare pro come campionessa.

surf

Bethany Hamilton

Le splendide immagini che ci arrivano oggi di surfin’ girls insomma sono stato il frutto di dure conquiste in un ambito che, come tanti altri, fino a qualche tempo fa si considerava, a torto, di esclusiva maschile. Ma il vento ora è favorevole, noi continuiamo a cavalcare l’onda.

 

*Bibliografia consigliata: Elogio del Surf di Madeira Giacci (Castelvecchi, 2006)


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  1. Garnant

    13 Maggio

    Altro sport dove il baricentro basso torna utile, peraltro.

    Un po’ di scena italiana:
    http://www.surfcorner.it/2013/01/25/ritratti-di-surf-girls-girls-girls-pt-1/

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