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La politica come ultimo tabù contemporaneo

La politica come ultimo tabù contemporaneo

La politica è l’ultima frontiera del tabù contemporaneo e questo perché sono decenni che qualcuno lavora per screditare l’immagine della “più nobile delle occupazioni”: servire la cosa pubblica.

Interno, pomeriggio, aula universitaria. Una giovane me comincia a mettere via i libri per avviarsi ad una riunione. “Te ne vai di già?”. Rispondo che devo andare, che ho un incontro prima di cena per organizzare una manifestazione. Sguardi di riprovazione, teste che si scuotono e la domanda che, come quasi sempre accade, mi viene posta con aria contrita: “Ma perché sprechi il tuo tempo con la politica? Perché non fai volontariato che almeno aiuti le persone? La politica è inutile, tanto non cambia nulla e son tutti uguali”.

Hai voglia a spiegare che non siamo tutti uguali, che io faccio volontariato visto che mi occupo dei problemi della città e senza prendere un soldo. Il messaggio non può passare, sarebbe come cercare di convincere una classe di bambini che Gargamella non è cattivo, solo frustrato e infastidito da tutta quell’inutile gioia di vivere dei Puffi. Sarebbe fallimentare ed i miei tentativi di far comprendere questa scelta lo sono stati altrettanto.

Arrogant.Qualche anno dopo, esterno, ingresso di un locale. “Mi scusi, stiamo cercando un locale dove svolgere un incontro sul tema del verde pubblico cittadino…”. Faccia interessata, mi avranno presa per una di Legambiente. Proseguo nella presentazione, ma vengo repentinamente interrotta: “Non è una cosa politica, vero?”. Abbozzo e ammetto che sì, in effetti è organizzata da un partito, ma si tratta di un’iniziativa d’interesse generale e che verranno diverse associazioni. Mi ferma. Non si ospitano eventi politici, per scelta del locale. Qualcuno potrebbe aversene a male, qualcuno potrebbe risentirsene. Magari si tratta di un locale che, pochi giorni prima, aveva ospitato una conferenza di vegani. I carnivori non avrebbero potuto risentirsi per la scelta? E i vegetariani? La questione non viene sviscerata e la sala non è disponibile.

Dopo anni di porte in faccia e sguardi sospetti ho quindi (direi ragionevolmente) sviluppato una sorta di mania di persecuzione: ho incominciato a non dichiarare la natura politica degli eventi, a costruire ampie perifrasi per spiegare a chi non mi conosce le mie attività extra-lavorative, a non insistere ossessivamente sulla difesa della politica come atto di servizio civile alla comunità. Ho iniziato a nascondermi, a provare pudore per questa mia passione.

Chi mi conosce sa che non sono incline ai tabù: non ho problemi a parlare di sesso, di morte, non mi faccio remore a dissacrare il sacro, ma sulla politica sono caduta, più di una volta. Non per mancanza di argomenti, ma per la forza cieca del tabù che colpisce la nostra società oggi.

Vent’anni fa, se un giovane dichiarava di voler far politica veniva guardato con ammirazione. Trenta o quarant’anni fa era una vergogna non avere un’opinione politica, non esprimerla, non considerarsi appartenenti ad un partito o a un movimento. Ora la situazione si è drammaticamente capovolta.

populismNon voglio attribuire (anche se sarebbe assai facile farlo) tutta la colpa ad un sistema malato, che negli anni ci ha proposto solo figure d’infimo livello e che ha degradato lo scenario partitico italiano ad un teatrino di buffoni, marionette e numeri da circo. Non può essere solo questo, perché a fronte di un panorama mediatico che ha dell’osceno (nel senso più intimo del termine), ci sono tante figure “minori” o locali che fanno della loro azione politica un buon esempio per tutti quanti. Anche queste però finiscono nel grande calderone del “tutti uguali”.

Io credo che il problema coinvolga due ordini di questioni: la prima riguarda l’assuefazione a quanto ci viene costantemente propinato dai media. Anche una menzogna, se ripetuta un sufficiente numero di volte, diventa una verità, figurarsi se c’è davvero una parte di verità. Non siamo tutti uguali perché, come in tutti i fatti umani, se qualcuno sbaglia non è detto che tutta la categoria sbagli. I dipendenti pubblici non sono tutti fannulloni, i rumeni non sono tutti ladri, i giovani non sono tutti bamboccioni. Ops… è proprio quello che è passato.

Abbiamo smesso di opporci, di contestare queste “pseudo-verità” e il risultato è che sono entrate a far parte del nostro immaginario sociale collettivo. Gli insegnanti non hanno tre mesi di ferie l’anno, ma a nessuno pare importare: gli insegnanti lavorano poco e sono dei privilegiati. I politici rubano, sono corrotti, prendono soldi per non fare nulla. È comodo che le cose stiano così, perché in questo modo non si giunge mai al discrimine, al cuore della questione, al vero merito. Il capro espiatorio del momento copre il resto delle magagne e le persone, tutte prese dall’inveire contro la categoria di turno (la ka§ta) non si fermano a riflettere sugli elementi che davvero stanno facendo esplodere il sistema delle nostre vite.

Vengo ora alla seconda questione: abbiamo paura. Io per prima ho paura. La nostra capacità di prendere posizione, di schierarci, di dire come la pensiamo è davvero molto bassa e inversamente proporzionale al grado di “potere” che possiamo esercitare. A 15 anni sui banchi di scuola abbiamo ancora il coraggio di chiamare razzista il compagno che usa “marocchino” come dispregiativo, a 20 anni abbiamo qualche remora a mettere in discussione le idee qualunquiste del compagno di università, a 30 ci poniamo il problema se sia o meno opportuno ospitare, nel nostro locale, una persona che ha deciso di fare politica e, fra l’altro, secondo noi la fa nel modo più giusto.

Non abbiamo più così tante remore nel dichiarare all’amico che siamo state a letto con X persone, che non crediamo in Dio o che andiamo in chiesa ogni domenica. Non abbiamo remore nel difendere il nostro diritto a vestirci, pettinarci, atteggiarci secondo la nostra inclinazione, non abbiamo remore nel dire che non vogliamo figli o che vorremmo entro i 35 anni una tribù di pargoli al seguito. Non abbiamo remore nel dire che la carriera può venire prima della famiglia, che vorremmo solo trovare l’uomo o la donna giusta, che non ci piacciamo, che ci siamo rifatte le tette.

Ma per cortesia non chiedeteci di prendere una posizione politica, perché sarebbe sconveniente e pericoloso, perché qualcuno potrebbe attribuirci un’etichetta, come se ciò non avvenisse per tutti gli altri accidenti della vita (poco di buono, santarella, gattamorta, secchiona, arrivista…).

Forse la società ha comunque bisogno, in ogni epoca, di un suo tabù e oggi, quando tutti i grandi tabù sembrano crollati*, ci siamo ridotti a costruirne uno con le nostre mani, un idolo da distruggere come nei roghi di carnevale dei nostri nonni.

 

*Sul crollo dei tabù (sono crollati? Sono solo cambiati? Ci siamo solo fintamente emancipati?) ci sarebbe molto da discutere.


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  1. elena

    14 maggio

    Bell’articolo, complimenti. Soprattutto concordo sull’ultima frase. Secondo me i tabù non sono crollati. Apparentemente la società accetta ogni realtà “diversa” (che è già di per sè un termine ghettizzante, diversa da cosa?), ma in pratica se non rientri in certi canoni sei una persona, appunto “diversa”. Non so se riesco a spiegarmi. Provate a dichiarare di essere una donna che non cerca un compagno ma vuole rimanere single, e godetevi l’espressione sconcertata o eccitata che ne consegue. E ho citato solo un insignificante esempio… viviamo in una realtà dove la famiglia atipica viene guardata ancora con curiosità, o peggio, compatimento (se non paura). Scusate lo sfogo.

  2. caterina Bonetti

    14 maggio

    Come darti torto Elena? Non solo, ma anche chi decide di seguire il suo progetto di realizzazione personale rifiutando, magari di aderire a schemi di “mercato” in senso stretto viene visto male. E via dicendo. E’ come se la società attuale ammettesse la diversità solo se omologata: va bene se sei diverso seguendo una moda insomma, basta che sia passeggero e controllato, altrimenti…Il libero pensiero non è mai stato molto trendy…

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