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Cosa ho imparato dagli orfanotrofi del 1873

Cosa ho imparato dagli orfanotrofi del 1873

Nei momenti di insicurezza, povertà e cambiamento, il luogo comune “si stava meglio quando si stava peggio!” viene ripetuto fino a causare convulsioni agli astanti.
Siccome in Italia è già da un bel po’ un periodo proprio così, trovo che sia il caso di mettere le cose in prospettiva, raccontandovi una delle molte storie della mia famiglia — in cui anche andare a zappare l’orto tende ad assumere connotazioni leggendarie.

In fair Verona, where we lay our scene, è il 12 ottobre 1873. Sono le sette e mezza di sera e qualcuno — non si sa chi — bussa alla porta dell’Ospizio degli Esposti di via Dietro Mura e consegna alla suora che apre la porta un bambino appena nato. La suora, che risponde all’epico nome di Domitilla Bruna, scrive così sul registro del Pio Luogo:

Si annuncia al signor direttore che alle ore 7½ Pomeridiane del giorno 12 ottobre 1873 venne introdotto dalla Porta un bambino di sesso maschile, secondo riferta nato li 12 ottobre ore 1 ant. 1873, in istato di salute buona e ritenuto per Illegittimo.

Il bambino, che dopo poche ore risponderà all’altrettanto epico nome di Ferdinando Morselli (beato lui [1]), è il mio trisnonno. È stato consegnato al suo destino con addosso “una camicina due pannicelli” e mezzo santino di Sant’Antonio, il cosiddetto “segnale”. L’altra metà del segnale veniva conservata dalla madre del bambino, in maniera che potesse un giorno presentarsi all’Istituto con l’oggettino e avere notizie del bambino, se non addirittura riprenderlo con sé. In linea di massima, mezza medaglietta indicava un ceto medio-alto, mezza carta da gioco una prostituta, mentre mezza immaginetta sacra indicava una classe povera, visto che era un oggetto comune da trovare.

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Illustrazione di Omanu

Una camicina, due pannicelli (pannolini) e mezzo santino. Questo era tutto quello che una donna aveva da offrire al suo bambino — probabilmente indesiderato, di sicuro capitato in una famiglia così povera da sapere che affidarlo alle suore sarebbe stato un destino migliore del tenerlo in casa. Un destino talmente incerto che sembra impossibile potesse essere davvero “migliore” di qualcos’altro.
Il Pio Luogo di Verona raccoglieva bambini non solo dalla provincia, ma anche da Trento e Mantova; spesso le levatrici dei paesi vari aspettavano che venissero consegnati loro almeno un paio di neonati, e poi partivano con mezzi di fortuna (per esempio il carretto di un mercante che era di strada) per portare i piccini in Istituto. Un numero imprecisato di bambini “partiti” non sarebbe arrivato vivo neanche dalle suore [2].

All’interno degli orfanotrofi la situazione non diventava certo più gioiosa. Solo nel 1873, anno della nascita del buon Ferdinando, all’Istituto di Verona vennero introdotti 414 bambini (!) e ne morirono 164 (!!!).

Come avrete intuito dal fatto che io sono viva a scrivere questo pezzo, a Ferdinando le cose non vanno poi così male. Una coppia di Montebello Vicentino, Giovanni Battista Dalla Valle e la consorte Santa Masiero, lo riceve in affidamento e lo cresce come se fosse uno dei loro figli — per sempre, una vera rarità.

Braccianti agricoli, poveri ma buoni, i signori Dalla Valle avevano appena perso il loro terzo figlio, a soli tredici giorni dalla nascita. Siccome Santa aveva latte ma non ha pane sulla tavola, i due decisero di accogliere un bambino in affidamento. Non solo avevano un bambino da accudire, ma anche 10 lire e 20 centesimi al mese con cui sopravvivere durante l’inverno [3].

Perdere un figlio all’epoca era una consuetudine — non che lo rendesse meno doloroso, ma era un avvenimento più che frequente. Santa si poteva considerare una fortunella: dei suoi sei figli, solo due morirono durante l’infanzia.

Nei registri parrocchiali di tutte le vostre città ci sono gruppi di tre, quattro, cinque fratellini che talvolta muoiono ad anni di distanza, ma a volte a soli pochi giorni o ore l’uno dall’altro per malattie stupide come la diarrea, che non molto tempo fa si portava via interi paesi nel giro di una settimana.

Tanti di questi bambini non erano certo desiderati: i figli si facevano perché si doveva, perché le donne rimanevano inevitabilmente incinte.
Tuttora periodicamente si trova un bambino nel cassonetto, ma solo 200 anni fa abbandonare il proprio bambino era forse non un’abitudine, ma di certo un avvenimento frequente. Da un lato c’era la povertà e l’impossibilità di crescere un figlio – soprattutto se magari era l’ottavo – ma dall’altro c’era il buon nome.

Visto che anche al giorno d’oggi una donna che ha figli fuori dal matrimonio viene vista male da certe fette di popolazione benpensante, non è difficile credere che tanto le famiglie benestanti che quelle meno abbienti volessero liberarsi del frutto del peccato.

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Il certificato di battesimo del Ferdinando

Come ci raccontano secoli — millenni! — di storia, il tenere le ginocchia chiuse è sempre stata la soluzione migliore per evitare di rimanere incinte, ma anche la meno applicata. Non a caso, gli strumenti di pianificazione familiare sono stati tra più grandi conquiste degli anni recenti.

Essere una donna nel 2014 significa avere mezzi a disposizione per decidere di fare o non fare figli; nei Paesi civilizzati (un saluto alla Spagna e le sue tremende leggi anti-aborto, ma anche all’Italia che è sulla buona strada) significa poter decidere di non avere un figlio indesiderato. Io stessa spero di avere una progenie numerosa, un giorno — ma la pianificazione familiare mi aiuterà a fare in modo che tutti i bambini che metto al mondo abbiano le cure di cui hanno bisogno.

Mentre tante altre storie della mia famiglia raccontano che anche i bambini nati nelle situazioni più disgraziate – tra guerre, malattie e povertà – alla fine se la cavano, ogni volta che penso alla storia del mio trisnonno Ferdinando, sono felice di sapere che non dovrò mai essere la donna che porta avanti la gravidanza di un figlio che non può (o non vuole, o tutte e due) avere. Non sarò mai la donna che, in segreto e nella vergogna, consegna suo figlio a degli sconosciuti e a un destino incerto.

La mia eredità non è solo la possibilità di avere un figlio sano e desiderato, ma anche quella di sapere che devo essere grata di essere nata in un mondo che me lo permetterà.

 

 

 

[1] Ferdinando Morselli è un nome particolarmente innocuo per un trovatello. In tempi in cui tutti si chiamavano con nomi normali come Angela, Caterina, Antonio, Giovanni Battista, agli esposti appioppavano spesso nomi biblici devastanti tipo Eleuterio, Telesforo, Sofonisba, oppure i grandi classici Benvenuto/a e Fortunato/a.
I cognomi erano un “marchio” anche per la loro vita adulta: Esposito, Diotallevi, Sperandio, Bonaventura.
Quando addirittura non venivano nemmeno imposti dei cognomi, e per legge il cognome diventava “Del Pio Luogo”, questo si tramandava ai figli.
Non ha a che fare con noi, ma a titolo informativo (e di LOL) vi offro anche dei cognomi di trovatelli inglesi.

[2] “A infrangere il divieto di portare bambini illegittimi a Verona erano anche i trasportatori. Generalmente le donne che portavano i bambini da Trento erano levatrici, come Giovanna Zancanella, mentre gli uomini erano collaboratori dei Comuni o emissari dei luoghi pii o delle parrocchie. […]Non è necessaria una eccessiva vena di pessimismo per immaginare la durezza  delle oggettive condizioni fisiche e psichiche […] di un viaggio di più giorni. Anche i bambini erano sottoposti a una prova estremamente crudele e selettiva, soprattutto se portati dai “mediatori”. In qualunque stagione, messi su un carro a piccoli gruppi di due o tre, – così l’accompagnatore risparmiava sulle spese di viaggio – nutriti con surrogati del latte materno, probabilmente con latte di capra, arrivavano all’ospizio “così laceri che per lo più [facevano] compassione”. Gli effetti di questa fatica, se non si manifestavano durante il viaggio – alcuni neonati giungevano alla Domus già “cadaverini” – si palesavano in seguito.
da “Benedetto chi ti porta, maledetto chi ti manda” a cura di Casimira Grandi

[3] “Per il servizio prestato, l’allevatore percepiva dall’Istituto degli Esposti 10,20 lire MENSILI per l’allattamento a tutto il primo anno di età dell’esposto allevato; 6 lire mensili per l’allevamento dal secondo  a tutto il quinto anno; 5,30 lire mensili per l’allevamento dal sesto a tutto il decimo anno; 3,30 lire mensili per quello dall’undicesimo al tutto il quattordicesimo anno d’età.”
– da “L’Assistenza agli “Esposti” nella Provincia di Verona (1426-1969)” di Giuseppe Franco Viviani edito dalla Amministrazione Provinciale di Verona nel 1969

Ringraziamo in coro la signora Vania, mia gentile genitrice, che ha messo a disposizione le sue vaste conoscenze e la sua biblioteca di libri tematici (lo so, abbiamo degli interessi strani, cosa volete che vi dica?) per aiutarmi a scrivere un post corretto e sensato, che non offenda né la storia né i miei antenati.


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  1. martina

    30 gennaio

    Bellissimo articolo Marta! Non avevo idea che i trovatelli di Trento venissero portati a Verona. Non sai se qui esistesse un orfanotrofio/ospizio? E’ curioso che una città così cattolica come TN non avesse strutture e mandasse i bambini fuori regione. Magari perché l’Istituto di Verona era più grande? Curiosità mia 🙂

  2. Marta Corato

    30 gennaio

    Ciao Martina!
    A Trento l’istituto c’era, ma per via di ragioni sociali/economiche, e costumi legati alla Chiesa, la gente non lasciava lì i poveri trovatelli. D’altra parte però era anche vietato portare i bambini abbandonati altrove!
    Ti rimando alla nota [2] del post e al libro citato lì, ma in brevità delle levatrici, ma anche contadini etc. che andavano verso Verona si facevano carico (illegalmente e in segreto) di questi bambini e li portavano all’istituto.

  3. Elena

    3 febbraio

    Un grazie da una tris-nipote di un “esposto” nonchè madre single (è vero, i benpensanti nuociono ancora)

  4. Leonardo

    8 aprile

    Bellissimo articolo, anche il capostipite della mia famiglia ha una storia simile, ho trovato oggi una medaglietta con scritto “Trovatelli di Verona anno 1882” e un numero di 4 cifre. Era di mio nonno, figlio illegittimo di una persona ricca e della domestica che ha ricevuto una buona istruzione scolastica lo hanno aiutato ad aprire una fabbrichetta e gli hanno pure trovato moglie (la direttrice della filanda di Marzotto), fu 5 volte consigliere comunale a Valdagno. Credo che nell’ombra il suo vero padre lo abbia molto aiutato. Mi piacerebbe mettermi in contatto con te per capire come avere più notizie dalla medaglietta.

  5. giorgio marchetto

    26 aprile

    Personalmente non credo che le carte da gioco usate come contrassegno rimandassero alla prostituzione; la ringrazio se potesse essere più precisa a riguardo. Giorgio.

  6. Marta Corato

    26 aprile

    Salve Giorgio, l’informazione è riportata in diversi libri.

    Questo ovviamente non vale per il 100% dei casi, ma dubito che la sua opinione sia più accurata di anni di ricerca da parte di vari studiosi.

  7. nicola ruffo

    8 luglio

    Buongiorno Marta, mi chiamo Nicola Ruffo, coautore del libro NERO VERONESE (Delmiglio editore, Verona, 2014). Le scrivo dopo aver letto il suo interessantissimo articolo. Partendo da alcuni fatti di cronaca di fine Ottocento che interessarono Verona, riguardo appunto i trovatelli abbandonati, vorrei condurre delle ricerche sul fenomeno. Può indicarmi delle fonti bibliografiche sul tema? In particolare su Verona di fine Ottocento? Ringraziandola anticipatamente, porgo cordiali saluti
    Nicola Ruffo

  8. pof

    2 marzo

    pif

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