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Di bagni termali e nudità: la mia esperienza in un...

Di bagni termali e nudità: la mia esperienza in un onsen

di Elisa Metilli

Dopo due mesi di vita in Giappone, oggi ho spuntato dalla lista delle cose da provare qui una delle voci più interessanti, anche perché fra le meno note in Occidente. Sono andata per la prima volta a fare il bagno in un onsen.

Si tratta di grandi vasche d’acqua caldissima, spesso termale, in cui ci si immerge tutte insieme, completamente nude. Superata la divisione fra sezione maschile e femminile all’ingresso, ci si spoglia subito. Il costume da bagno è vietato, e anche avvolgersi in grandi asciugamani non è pratica consueta. Il motivo, mi dicono, è la credenza che tutto ciò che entra in contatto con l’acqua, a parte il corpo, la renda meno pura.
Qualcuna delle ragazze più giovani arriva fino alle vasche coprendosi in parte con un minuscolo asciugamano, ma la maggior parte delle clienti, soprattutto se si tratta di donne di mezza età o signore anziane, gira per la stazione termale senza veli né vergogna. Le ragazze coreane che mi hanno portata qui, abituate anche loro fin da piccole a lavarsi al bagno pubblico, scherzano spensierate a bordo vasca.

L'esterno dell'edificio in cui si trova un sento/onsen

L’esterno dell’edificio in cui si trova un sento/onsen

Doccia e vasca interna

Doccia e vasca interna

Provo a immaginare le mie amiche italiane in una situazione del genere. Difficile. Una piccola comitiva di ragazze sveglie ma patologicamente insicure. Abbiamo passato le estati dalla preadolescenza in poi a evitare di andare al mare per non doverci mettere in costume da bagno, a sudare dentro pantaloni troppo lunghi, abbronzate sempre solo fino ai gomiti.
Io negli ultimi tempi ho superato la repulsione per bikini e spiagge affollate, ma ho amiche che a vent’anni passati si sentono ancora a disagio a scoprire le spalle o le ginocchia. Fare il bagno nude dove chiunque (chiunque sia una donna, almeno) può vederci non è esattamente la nostra idea di divertimento.

Nello spogliatoio, io e l’unica altra ragazza europea, alla prima esperienza di questo tipo, esitiamo un po’ più delle altre a svestirci. Poi ridiamo del nostro imbarazzo e andiamo: via il reggiseno, via il dolore.
L’esperienza inizia dalla doccia, in una grande stanza con tanti rubinetti e nessuna parete divisoria. Solo dopo esserci lavate e sciacquate completamente potremo immergerci, perfettamente pulite, nell’acqua bollente del bagno comune. Entrando nella stanza delle vasche veniamo inondate dal calore che si sprigiona dall’acqua. Nell’aria aleggia un vapore sottile.
L’onsen non è affollato. È un giorno festivo, e per di più una bella giornata di sole (che per molti non vale la pena di impegnare in quello che qui è considerato un passatempo ordinario).

Le poche giapponesi presenti non mi degnano di uno sguardo — ovviamente, qui più che altrove, sarebbe scortese fissare. Tutto sommato, ho meno occhi addosso ora che quando cammino per strada, dove la mia pelle bianca e i miei tratti europei attirano l’attenzione di molti. Io però non posso fare a meno di lanciare qualche occhiata. Sto bene attenta a non fissare nessuna, ma lascio scorrere uno sguardo fuggevole sui corpi umani che mi circondano. È allora che mi viene in mente: è la prima volta, in ventidue anni di vita, che mi capita di vedere una donna nuda dal vivo. Come potrei non essere almeno un po’ curiosa?

Vasca esterna

Vasca esterna

Oltre alle vasche semplici, che variano per profondità e temperatura, ci sono vari tipi di idromassaggio e beauty bath. Ma l’attrazione principale è il rotenburo: una grande vasca all’aperto, col perimetro formato da grosse pietre irregolari. L’acqua è opaca, perché arriva non filtrata direttamente dalla sorgente termale, e sulla sua superficie galleggiano fiori rosa e bianchi caduti da un albero vicino, coi petali illanguiditi dal calore. Ci immergiamo tra i fiori e guardiamo il cielo limpido sopra l’alta recinzione. Una visione da sogno.

Se la collocazione delle vere e proprie terme, o onsen, segue il percorso sotterraneo delle sorgenti, i semplici sentō, bagni d’acqua riscaldata artificialmente, si possono trovare davvero ovunque in Giappone. Negli angoli più insospettabili delle moderne metropoli, edifici strappati all’anonimato solo dal contrassegno ゆ(simbolo fonetico che corrisponde a 湯, yu, acqua calda) ospitano queste piccole oasi profumate di sapone dalla storia antica.
Introdotti in Giappone nell’VIII secolo d.C. come pratica religiosa buddista, e quindi situati inizialmente nei templi, i bagni pubblici si aprirono gradualmente ad un pubblico più vasto rispetto a quello dei soli monaci. Prima fu consentito l’accesso ad anziani e malati, perché godessero degli effetti benefici dell’acqua calda sul corpo. Poi iniziarono a nascere le case da bagno: veri e propri esercizi commerciali aperti a tutti, in cui, favorita dall’assenza di regole sulla separazione fra i sessi, si svolgeva spesso oltre alla pratica dell’igiene anche quella della prostituzione.
I bagni misti furono proibiti definitivamente solo verso la fine del XIX secolo, in seguito ai primi contatti con la diplomazia statunitense dopo un lungo periodo di isolamento del paese, e ai giudizi negativi di quest’ultima sulla “moralità” della pratica.

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Si dice però che qualcuno sia rimasto in uso fino a oggi, illecito ma tollerato, in qualche isolata località rurale.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la distruzione portata dai bombardamenti lasciò moltissimi giapponesi privi di servizi igienici in casa. I bagni pubblici — spesso provvisori e costruiti con materiali di fortuna — godettero allora di un’esplosione di popolarità.
Ma anche oggi che quasi tutte le case giapponesi sono dotate di un bagno con vasca, i sentō non sono scomparsi. C’è chi ne attribuisce la fortuna ad un’ipotetica funzione socializzante: creano un’esperienza condivisa, sono un modo — uno fra i tanti — per imparare a stare con gli altri. Fare il bagno insieme è spesso citato come esempio di skinship (スキンシップ), un termine giapponese coniato per contrazione delle parole inglesi skin e friendship, che indica l’effetto di vicinanza emotiva creato dall’intimità fisica, anche in rapporti puramente platonici.

Che essere immersi nella stessa acqua sia un momento di intimità è indubbio, anche se non ci si guarda mai troppo a lungo e non ci si tocca.

Di nuovo penso alle amiche con cui sono più in confidenza. In fondo, non è strano che qualcuno possa conoscere tutti (o quasi tutti) i tuoi pensieri più profondi e nascosti, e non aver mai visto quel neo che hai sulla schiena, o la linea dei tuoi fianchi? Mi chiedo se riuscirei mai a portarle in un posto come questo. Il problema, quello che ci ha condannate ad anni di jeans lunghi d’estate e di frustrazione davanti allo specchio, è sempre il solito: modelli di bellezza irraggiungibili, e la bellezza come il primo se non l’unico traguardo da raggiungere, la conditio sine qua non per una vita da favola. In tv, nei libri, fin dalle storie della primissima infanzia. E di conseguenza l’impulso, così radicato in noi da essere diventato istinto, a nascondere tutto ciò che si discosta dal modello. Le nostre imperfezioni, di cui ci lamentiamo a gran voce e senza remore, ma che comunque non vogliamo scoprire agli occhi degli altri. La nostra imperfezione, la sua consapevolezza strisciante e scomoda, così difficile da accettare.

Mi chiedo cosa succederebbe se fin da piccole avessimo la possibilità di vedere un po’ più di corpi veri intorno a noi. Forse non cresceremmo convinte di essere le uniche (o gli unici) a cui è toccata la sfortuna di un involucro difettoso, con linee e dimensioni diverse da quelle attese. E sapremmo che la varietà delle forme umane è così enorme che volerle riportare tutte a uno standard ideale è pura follia. Forse impareremmo a mostrare agli altri i nostri difetti fisici senza trovarci nulla di riprovevole o vergognoso. Forse la smetteremmo di sentir dire che certe ragazze devono coprirsi, perché il loro corpo non è un bello spettacolo.

Non dico che chi usa il sentō o l’onsen pensi tutte queste cose — la società giapponese e quella coreana non sono più avanzate di quelle occidentali in fatto di parità di genere, per quel che ho visto. Non sto descrivendo una conseguenza necessaria, ma immaginando una possibilità. Io oggi, alla fine del pomeriggio alle terme, camminavo fra le vasche senza nemmeno fare troppa attenzione a coprirmi coll’asciugamano della pudicizia. Chiacchieravo e ridevo senza imbarazzo con le mie nuove amiche. Io, che ho passato anni a non uscire mai di casa senza trucco, a cercare vestiti che nascondessero i miei polpacci grossi e le mie spalle un po’ curve, a sorridere a bocca chiusa per non mostrare i denti storti.
Seduta a bordo vasca, mi sono accorta di quanto sono cambiata da allora, e ne sono stata fiera. Il mio percorso verso la consapevolezza di quali parti di una persona sono importanti e quali trascurabili — ho pensato — passa attraverso l’atmosfera umida e incantevole di una sorgente termale. E prosegue.


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  1. Margherita B

    20 maggio

    Un pezzo meraviglioso, ce n’era bisogno

  2. Paolo1984

    20 maggio

    Le accuse generiche a libri e tv ecc..mi lasciano perplesso, comunque tutti i corpi umani sono veri che siano esteticamente gradevoli o meno, da quello della modella (o del modello) a quello della vicina e del vicino di pianerottolo, siamo tutti autentici. Canoni estetici (maschili e femminili) ci sono sempre stati come esistono i nostri gusti estetici (l’importante è non umiliare chi non vi corrisponde) e il nostro diritto di occuparci del nostro aspetto estetico come meglio crediamo (cosa che chi più chi meno tutti facciamo per noi stessi e per il prossimo, fa parte della nostra personalità). Detto questo, la bellezza, anche fisica, ha una sua pluralità e non mostrare le proprie “imperfezioni” (vere o presunte) è legittimo quanto mostrarle.

  3. Chiara Bonsignore

    20 maggio

    Grazie per questo articolo; pensieri delicati e necessari scritti con parole splendide.

  4. Paolo1984

    20 maggio

    Anch’io evito di mostrare i denti quando sorrido ma non mi sento meno libero di chi li mostra anche se li ha storti o non bellissimi, lo rispetto e mi aspetto lo stesso

  5. Francesca

    20 maggio

    Bello, bello, bello. Da qualsiasi angolazione io guardi quest’articolo, è bello.

  6. Garnant

    20 maggio

    Uno volta sono stata in sento di quartiere a Tokyo. Niente problematica della nudità per me. Tra spogliatoi vari, medici, saune, bagni turchi e la vita in Germania (sono stata a grigliate al parco dove anche quello che grigliava era nudo, figuriamoci), col tempo mi è proprio passata.

    Però non ho capito cosa fosse quella vasca di acqua marroncina, pccola, profumata, con immerso (appeso) un sacco di yuta. Una gigantesta tazza di tè con la bustina? C’è sempre o solo nel mio sento? Avrei chiesto ma ero l’unica occidentale e in giapponese so solo una dozzina di parole.

  7. Caterina

    20 maggio

    Grazie per il tuo articolo Elisa, bello bello bello e basta.

    Mi ha ricordato molto i miei mesi in Finlandia, quando a 17 anni ho scoperto la sauna e la nudità. Le sensazioni sono un po’ quelle che descrivi tu, vietati i costumi da bagno e l’imbarazzo nel vedere il tuo corpo e quello degli altri nudi. Che meraviglia e che liberazione!

  8. giulia

    25 maggio

    Bellissimo articolo, grazie epr aver condiviso le tue riflessioni… Mi ci rispecchio completamente.

  9. laura

    6 giugno

    Che voglia di onsen! Leggendo il tuo penultimo paragrafo, mi e’ uscito un sorriso, perche’ io sono cresciuta proprio cosi’: essendo i miei genitori grandi appassionati di sauna e del paesaggio Sud-tirolese (o alto-atesino che dir si voglia), a ogni occasione si andava lassu’ (non troppo distante dall’Emilia) e ci si ritrovava immersi, magari dopo una bella sciata o passeggiata nella neve, in un’oasi calda legnosa e “dedita” alla nudita’! Immagino proprio perche’ ho cominciato da piccoletta, a me e’ sempre sembrato normale… anni dopo, da adolescente, ricordo di aver fatto caso e di essermi confermata, con un certo compiacimento, quanto nessuno (si parla di saune miste) sembrasse soffermarsi a fissare le mie parti intime, di come questa cosa mi confermasse quanto meraviglioso fosse l’ambiente sauna, e di quanto fossi idiota a pensare anche solo per un attimo che uomini o donne fosero li’per scrutarsi a vicenda invece che per godersi la sauna! Posso aggiungere che questi pensieri contorti, e gli unici momenti di imbarazzo, sono stati generati quando, proprio da adolescente, parlavo delle mie esperienze con i compagni/e di scuola, comprensibilmente perplessi ma soprattutto, a me sembrava, insistentemente malignanti, che cercavano di convincermi che sicuro mentre io ero li’ sdraiata, ignara di tutto, i vecchi tedeschi bavosi mi fissavano…mah! Sicuramente queste saune mi hanno trasmesso un atteggiamento rilassato e una accettazione di corpi di varie forme, eta’ e misure, che in quella situazione veinvano utilizzati non per farci vedere belli o belle ma per farci sentire bene, con una bella sudata!

  10. ibico

    6 gennaio

    Articolo bellissimo. Quando andai in Giappone non avevo ancora intaccato il tabù della nudità e, non sapendo quali fossero le regole, non cercai di provare un onsen. Avevo anche pochi giorni prima di spostarmi in Indonesia.
    Invece pochi mesi dopo, a Formentera, quasi per scommessa con mia moglie, ci spogliammo completamente, imitando i tanti che lo fanno in quelle meravigliose spiagge. Fu difficilissimo, mi accorsi così di quanto fosse radicato il tabù della nudità nella mia mente. E scoprii quanto benessere poteva regalare il superarlo. Ora d’inverno, quando posso, vado nei centri termali o benessere in Alto Adige, dove la cultura saunista prevede il divieto del costume. Superando il tabù della nudità, ho imparato ad accettare completamente il mio corpo, che è imperfetto come quello di tutti, e ho anche imparato a rispettare di più le donne. Perché quando una donna si spoglia vicino a te, che sia in spiaggia o in sauna, compie un grande atto di fiducia nei tuoi confronti e spezza quell’eterno gioco pieno di malizia che invece si svolge in ogni dove.
    Purtroppo in Italia dissociare la nudità dal sesso è impossibile, e infatti è arduo trovare, se non in Alto Adige (che è Austria, in fondo), luoghi dove si possa fare sauna, bagno turco o altre attività rilassanti senza doversi coprire. O senza correre il rischio di finire inconsapevolmente in postriboli.
    Ad ogni modo io ritengo che la nudità in pubblico, sviata dalla sessualità, contribuisca a migliorare il rapporto con sé stessi e con gli altri.

  11. Sabrina

    10 maggio

    Una riflessione veramente sincera e di una delicatezza unica. Quando leggo questo tipo di cose mi sento sempre molto amareggiata, ma penso anche che se noi siamo così sensibili e consapevoli di ciò che la mancanza di alcune pratiche o l’eccessiva presenza di immagini e modelli ha prodotto in noi e nel nostro modo di stare al mondo, beh allora possiamo consapevolmente costruire qualcosa di nuovo per i nostri figli. La nostra generazione ha davvero un grosso potenziale 🙂

  12. Ciao Elisa,
    bellissimo articolo, sincero e delicato, mi ci sono rispecchiata un sacco!
    Quando stavo preparando il mio viaggio in Giappone, cercavo le immagini degli onsen su Google e sognavo di immergermi in quel paradiso, ma sempre con un’ombra che mi incombeva alle spalle… come avrei fatto a superare la paura, la vergogna, l’imbarazzo?
    Pensavo “ci penserò una volta che sarò là”, e così ho fatto, ma l’ombra rimaneva, minava in silenzio la mia gioia e la mia curiosità di fare un’esperienza così bella e diversa.
    Inutile dire che al momento fatidico, nello spogliatoio dell’onsen, ho avuto una mezza crisi di panico. Bloccata, non volevo più spogliarmi, non volevo più vivere quella bella esperienza, volevo solo andarmene!
    Dopo qualche minuto di training autogeno in cui mi sono accorta che stavo attirando più sguardi rimanendo vestita in mezzo a tutte le altre ragazze nude, mi sono spogliata tentando di “sorprendere me stessa”, come mi capita di fare spesso quando so che devo agire “contro la mia volontà”, cioè contro quel che mi verrebbe naturale fare.
    Via il cerotto, via il dolore, come hai detto tu.
    Quando sono entrata nella prima vasca caldissima, c’erano solo poche donne anziane. In particolare una vecchina mi ha guardato brevemente, solo per un secondo, sorridendomi. Poi è tornata a volgere lo sguardo altrove.
    Non mi dimenticherò mai di quegli occhi e di quel sorriso, che per me sono stati come un “permesso”. Un permesso ad esistere, lì in quel momento, nuda com’ero. Come se mi dicesse: “benvenuta, non ti preoccupare, qui siamo tutte nude, ma questo non conta, non importa a nessuno, goditi soltanto questo momento, non pensare a nient’altro se non al qui e ora”.
    Dopo di che è stato tutto più facile, mi sono rilassata e goduta fino in fondo la sensazione che il calore dell’acqua sciogliesse tutti i miei problemi, lavasse via lo stress, la stanchezza, le preoccupazioni.
    Quel che ricordo con più piacere (e nostalgia) dell’esperienza dell’onsen è stato il regalarmi una mente bianca.

  13. CHris

    7 settembre

    Onsen misti proibiti? Illegali? Sicuramente rari ma ci sono eccome. Si vede che é il primo viaggio che fai.

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