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Oggetti totemici: the teapot theory

Sentirsi a casa in un mondo di precarie certezze può essere molto difficile, anche perché – in molti casi – il concetto stesso di casa è assai labile per le giovani generazioni. Per molti esiste solo la casa di “famiglia” e quindi una camera talvolta “troppo stretta” per tenerci ancora dentro la propria vita; per alcuni esiste la casa in coabitazione (e non sempre i coinquilini sono persone gradevoli o con il nostro stesso approccio al concetto di “casa”); per pochi esiste un monolocale in affitto quasi mai degno delle aspettative che si riporrebbero in quella che si vorrebbe chiamare dimora*.

Come se non bastasse, pare che l’epoca contemporanea (pardon… post-postmoderna) si auto-definisca unicamente in base alla capacità di creare oggetti e situazioni stranianti: negozi che non si capisce che cosa vendano; temporary shop che aprono e chiudono smerciando sempre le stesse cose, ma in luoghi diversi della città per rendere stimolante la tua spesa quasi fosse una caccia al tesoro; patatine che sanno di cioccolato e cioccolata di patate; parrucchieri con annesso ristorante e ristoranti dove raramente si mangia qualcosa.

In qualsiasi città contemporanea che si rispetti risulta sempre più complicato trovare un piatto “casereccio” senza finire col pagarlo a peso d’oro. E se ti manca quel sapore in grado di farti sentire a casa… fatti tuoi, anche se non vivi dall’altro capo del pianeta, ma a sole due ore di macchina da dove sei nato.

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In questa fagocitante alterità esiste però, per tutti noi, un oggetto in grado di regalarci immediatamente quel calore domestico, quel senso di tranquillità serena che tanto bramiamo. Si tratta di un oggetto ben definito nella nostra mente: l’oggetto con la O maiuscola, quello al quale pensiamo quando ci viene chiesto di dare la definizione da vocabolario di “aria di casa”. Molti di noi nemmeno sanno di averne uno, ma di solito, non appena viene posta la questione, quasi tutti sono immediatamente in grado d’identificarlo.

Per alcuni è un posacenere, per altri una sedia di plastica, per altri il bicchiere che contiene gli spazzolini da denti o la lampadina di “quella particolare intensità” che emana una luce tutta sua. Questo oggetto ci arriva da chissà dove – forse un ricordo remoto dell’infanzia o di un momento felice – e si è indelebilmente impresso nelle nostre teste, senza quasi che ce ne rendessimo conto. Su questo oggetto non siamo in grado di transigere: è fatto così e non può essere elaborato o rivisitato.

Il problema è che questa immagine ideale raramente trova la sua personificazione nel mondo reale. Come la particolare intensità di una luce che riaffiora dalla memoria, così una sedia di legno (apparentemente banale) può essere impossibile da reperire, proprio perché frutto di una nostra elaborata proiezione. La ricerca di questo totem può durare anni e portare, in alcuni casi, a risultati infruttuosi. Il più delle volte ci capiterà d’incontrare l’Oggetto nel posto più impensato o quando meno ce lo aspettiamo, ma sarà impossibile non riconoscerlo.

Io la chiamo la “teoria della teiera”, proprio per il potere evocativo che ha, nel mio caso, questo oggetto. Ho passato anni a cercare la teiera perfetta senza quasi farci caso. Nella mia mente c’era un’immagine precisa di teiera, ma nessuna di quelle disponibili in casa era in grado d’incarnarla. Nei negozi le rielaborazioni si sprecavano, ma nulla assomigliava anche solo vagamente a quell’immagine classica, tondeggiante e “perfetta” di teiera che avevo in testa.

Poi un giorno, in un periodo fra l’altro particolarmente frastornante, l’ho trovata: in un negozio di casalinghi, in offerta, per altro. Riuscire a vedere concretizzata questa mia idea così precisa, veder prendere corpo ad un’immagine prima puramente evocativa, ha avuto, e ha tutt’ora, la potenzialità di farmi sentire momentaneamente in pace. La teiera può racchiudere, nel caos quotidiano, il mio spazio di “normalità”. E voi vi siete mai chiesti quale sia quella piccola cosa in grado di farvi sentire, sempre e comunque, a casa?

Eccola, la mia teiera

La mia teiera

*Disclaimer. Per non essere accusata di “generalizzare” sottolineo come – incredibile a dirsi – esistano anche giovani che riescono ad ottenere e mantenere una casa di proprio gusto e in grado di soddisfare le proprie esigenze esistenziali prima dei 40 anni (età che in Italia è comunemente intesa come pre-puberale).


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  1. Skywalker

    8 maggio

    Ti consiglio “La teiera del masochista” di Donald Norman. Parla più in dettaglio – e da un punto di vista anche tecnico che però può annoiare i non addetti ai lavori – dell’affezione che si crea con gli oggetti e di come questa può essere usata per la progettazione di nuovi oggetti.

  2. Caterina Bonetti

    10 maggio

    Uh sembra assai interessante! Grazie!

  3. Skywalker

    12 maggio

    Era la caffettiera cmq! Ma se cerchi Donald Norman trovi tutta la sua bibliografia

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