***Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale e immagini violente***

Come reagì il pubblico [al film]? Quelli rumorosi sembrarono divertirsi molto. L’uomo di mezza età, dai capelli bianchi, seduto vicino a me, per esempio, parlò a voce alta.  Dopo la prima violenza: “Questa era buona!” Dopo la seconda: “Fagliela vedere!” Dopo la terza: “Ne ho viste delle belle, ma questa è la migliore.” Quando la situazione cambiò e la donna iniziò la sua follia omicida, una donna in ultima fila urlò: “Accoltellalo, sorella!”. In varie scene, gli altri tre uomini cercarono di costringere quello ritardato ad attaccare la ragazza. Questo portò ad un sacco di risate ed incoraggiamenti dal pubblico.

Volevo girarmi verso l’uomo di fianco a me e dirgli che i suoi commenti erano disgustosi, ma non lo feci. Per avere opinioni del genere alla sua età, sicuramente aveva già sofferto di una grossa perdita di umani sentimenti. Avrei voluto parlare con la donna dell’ultima fila, quella con la solidarietà femminista nei confronti della protagonista del film. Volevo chiederle se l’ora di scene di stupro l’avevano lasciata sgomenta. Comunque, alla fine del film camminai velocemente fuori dalla sala, sentendomi sporco, pieno di vergogna e depresso. 

– Roger Ebert

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Thriller: a Cruel Picture (1973)

Con rape’n’revenge si intende un sottogenere dei film exploitation basato su una trama solitamente molto simile e basata su tre atti principali:

  1. la protagonista viene violentata/torturata;
  2. la protagonista si riprende, inizia a progettare e a prepararsi per la sua vendetta;
  3. la protagonista ottiene la sua vendetta.

Esistono anche film dove la protagonista viene uccisa durante il primo atto, e a realizzare il finale è un suo parente (come accade ne La Fontana della Vergine o L’Ultima Casa a Sinistra), ma qui intendo concentrarmi sul caso in cui è la vittima a vendicarsi.

In generale, la critica femminista (e non solo) ha sempre condannato e boicottato questo genere di film, sostenendo che incoraggiasse la violenza e che se non fosse stato per la morbosa curiosità di alcuni spettatori, il rape’n’revenge sarebbe stato cancellato dagli annali del cinema.

L’introduzione a questo articolo è un estratto della recensione che Roger Ebert, celeberrimo critico cinematografico, diede a I Spit on Your Grave, film che negli anni ’70 divenne il vero e proprio simbolo del genere revenge: il più odiato, boicottato, censurato e soprattutto, preso per estremo esempio di quella tipologia di cinema grindhouse nata esclusivamente per fare soldi, attirando le folle con la promessa di sangue e sesso.

E se fosse tutto un fraintendimento? Se questo genere non fosse una celebrazione della violenza sulle donne, ma tutto il contrario?

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I Spit on Your Grave (1978)

I Spit on Your Grave, conosciuto in Italia come Non Violentate Jennifer, ha una trama estremamente semplice: una giovane scrittrice si ritira in un’isolata casa immersa nei boschi per concentrarsi sul suo libro, viene attaccata e brutalmente stuprata da un gruppo di uomini e dopo essersi ripresa, uccide i suoi aggressori. E fin qui, niente di insolito.

Ma da recenti interviste e dal commento al film del regista Meir Zarchi, emerge che il titolo originale del film era Day of the Woman e che fu una scelta dei distributori, quella di cambiargli nome e pubblicità per inserirlo nel mercato exploitation/grindhouse, estremamente redditizio in quegli anni. Fu effettivamente in questo contesto che il film raggiunse la sua massima (im)popolarità e che la maggior parte della gente lo vide, compreso Egbert: in questo tipo di circuito i film venivano presentati in coppia, pubblicizzati principalmente per lo scalpore che avrebbero suscitato e proiettati nei cinema porno. Il pubblico, perciò, era composto principalmente dai soliti che affollavano questo tipo di sale: i commenti raccolti da Ebert erano quelli di ubriachi, perditempo e più in generale di persone che erano al cinema per guardare un film scioccante e sanguinolento, e che quindi erano in quella disposizione mentale. Chissà che impressione avrebbe avuto, se avesse assistito alla proiezione del lungometraggio al Catalonian International Film Festival, dove Camille Keaton (la Jennifer del film) era stata premiata come migliore attrice nel 1978?

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I Spit on Your Grave (1978)

Sempre nelle interviste che accompagnano l’uscita in DVD, Zarchi racconta dell’episodio reale che lo portò a scrivere il film: nell’Ottobre del 1974, mentre era in macchina con un amico vicino ad un parco, vide una ragazza insanguinata e coi vestiti strappati strisciare fuori dai cespugli. Doveva incontrarsi con il suo compagno e passando nel parco era stata attaccata e violentata: indecisi fra il portarla alla polizia o all’ospedale, infine, Zarchi e il suo amico stabilirono che la prima scelta fosse migliore. Qui la giovane subì uno spiacevole interrogatorio e un poliziotto rifiutò di accompagnarla all’ospedale prima di aver ottenuto le risposte a tutte le domande, nonostante questa avesse la mascella rotta e fosse impossibilitata a parlare.

Fu proprio dalla testimonianza di ciò che aveva dovuto subire la ragazza, a partire dalla disumana violenza, ma anche dall’ostilità e indifferenza dimostrate dalle forze dell’ordine, a ispirare Day of the Woman: un’opera che dimostrasse quanta barbarie ci fosse sia nella violenza, che nell’impotenza della legge e che finalmente desse una soluzione (volutamente grottesca e violenta) alla vicenda.

Chi dichiara che questo film celebra l’odio verso le donne e la loro sottomissione, lo ha sicuramente guardato con l’occhio viziato dal pregiudizio, o forse non l’ha guardato nemmeno: non c’è nessun momento in cui la videocamera si soffermi in maniera erotica sulla lunghissima scena della violenza, non c’è nessun piacere o divertimento ed è chiara la volontà del regista di mettere a disagio lo spettatore mostrandogli a cosa può arrivare l’essere umano. Jennifer è un’eroina, mentre i suoi aggressori sono rappresentati alla stregua di animali selvaggi.

Sia chiaro, non sto dicendo che Zarchi sia un santo del femminismo, ma trovo che tutto l’odio che è stato sparso (anche piuttosto superficialmente) su questo genere sin dalla sua nascita, si sia fissato nella nostra mente nascondendo i possibili spunti positivi che, invece, sono ben presenti. E qualcuno deve averlo notato, visto che negli ultimi anni sono fioccati parecchi film che hanno almeno qualche piccola radice nel genere: basti pensare a Hard Candy, Kill Bill, Sleepers, I Saw the Devil, Shutter

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Lady Snowblood (1973)

Se vi interessa farvi una cultura in merito, consiglio di prepararvi psicologicamente, visto che è sempre un viaggio dolorosissimo, e di guardare questi film: