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Immobile di professione: il mestiere della modella...

Immobile di professione: il mestiere della modella d’arte

Due anni fa mi è scaduta la carta d’identità, per cui ho dovuto recarmi in municipio a fare le dichiarazioni necessarie per il rinnovamento. Quando mi è stato chiesto cosa preferissi mettere come impiego, la me laureata e lavoratrice precaria ha esitato, per poi scegliere “disoccupata” come risposta.

Non era del tutto vero: benché effettivamente senza lavoro per quasi metà dell’anno, un mestiere che mi garantisca un reddito minimo ce l’avevo e ce l’ho ancora, ma la sua definizione mi è sempre sembrata ambigua vista nel contesto storico attuale. Faccio la modella, uso il mio corpo per offrire un’immagine specifica a chi mi guarda.

Lavoro con artisti, studenti d’arte e appassionati di disegno e pittura, collaboro con accademie, scuole di fumetto, illustrazione, laboratori e associazioni culturali, ed è un mondo molto diverso da quello che i più oggi identificano nell’icona della modella di moda.

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Illustrazione di Benedetta Vialli

Una soluzione è il termine modella d’arte, ma devo spesso accompagnarlo con una spiegazione dei miei compiti, ed strano, perché il nostro è storicamente il paese artistico per eccellenza, e i corpi nudi presenti nelle rappresentazioni figurative ci sono ben familiari: sarebbe bene ricordare che molti di questi appartenevano a persone reali, che hanno offerto la propria presenza all’occhio di chi voleva riprodurla o prenderne ispirazione.

Nel mio caso furono piccoli episodi sparsi nella mia adolescenza a delineare un interesse per questo ruolo, da cose ingenue come il fascino che mi aveva trasmesso la scena del ritratto di Rose in Titanic – una splendida, morbidissima Kate Winslet – al successivo innamoramento per i nudi stilizzati di Modigliani, tutti curve e masse di colore.

C’era per me una specie di poesia, un’empatia e una consapevolezza di sé in quell’esserci di fronte all’artista che mi attraeva profondamente, ma credevo che quel mondo avesse ormai assorbito i canoni della perfetta magrezza occidentale ed ero certa di non piacere. In pratica, pensavo di essere troppo brutta per poterlo fare.

Tutto cambiò quando a vent’anni mi prese la passione per la fotografia e iniziai a ritrarmi nel modo più anticonvenzionale possibile. Qualunque sia stato il risultato, la pratica costante mi abituò a vedere il mio corpo fuori dagli schemi che si erano sedimentati nel mio cervello e lo studio dell’arte confermò la libertà con cui si poteva guardare la carne da cui erano rivestiti gli esseri umani. Nello stesso periodo una mia amica iniziò a seguire un laboratorio di pittura e così, raccogliendo il coraggio, mi presentai una sera con la mia vestaglia e posai per la prima volta.

Da allora sono passati sette anni e, splendido paradosso per una persona cerebrale come la sottoscritta, lavorare come modella è diventata la cosa più vicina a un lavoro fisso che abbia mai avuto. Da novembre a giugno passo metà del mio tempo nuda e immobile in una stanza davanti a delle persone che mi ritraggono, fisso la sveglia, ascolto le lezioni dei docenti su pittura, scultura e disegno. Nel mio stato sono un’eccezione: la maggior parte dei modelli solitamente hanno esperienza di lavoro col corpo, dal teatro alla danza, e possiede una personale inclinazione per il disegno, tutte e due esperienze e doti che non mi appartengono.

Sulla carta mi vengono bene solo stelline, cuori e fiorellini, a scuola ero fra quelli meno capaci di padroneggiare matite e pennelli, e a quattro anni ho abbandonato danza dopo la terza lezione, terrorizzata di star senza la mamma per un’ora (eh già).

Però la figura umana mi interessa, come immagine in movimento, e all’università nomi come Pina Bausch e Sylvie Guillem mi aprirono gli occhi sulle immense possibilità del concetto di corpo. Ho dovuto impararlo sulla mia pelle, scoprendo la forza e i limiti dei muscoli, sperimentando la resistenza e la concentrazione mentale. Devo allenarmi per sopportare lo sforzo di pose lunghe anche un’ora, e tenermi elastica per poter presentare nuove variazioni.

I compiti sono solo due: non muoversi e offrire figure sempre interessanti, che qui significa complesse, plastiche, voluminose. Lo studente di fronte al modello si trova nella stessa posizione di chi deve risolvere un’equazione matematica, e maggiore è la difficoltà dell’esercizio, migliore diviene l’abilità tecnica a intuire le linee fondamentali del corpo, conoscerne scheletro e muscoli.

Per me è diventato normale – e lo è – e mi ci sono abituata, ma uscendo fuori dal contesto lavorativo ho dovuto confrontarmi con diversi pregiudizi ed etichette. Il punto è sostanzialmente uno: il corpo nudo possiede nella nostra società una valenza quasi esclusivamente sessuale, e chi si spoglia lo fa per esprimere e richiamare desiderio fisico.

Certo, è lecito che ognuno possa rifiutare di dover mostrarsi agli altri, ma questo non significa che in chi lo fa ci debba essere per forza un’inclinazione nascosta o perlomeno una notevole sicurezza, se non la chiara ostentazione venale che mi attribuì una ragazza quando mi definì “un’esibizionista”.

Ciò che lo rende strano è che sono una persona quasi totalmente incapace di parlare in pubblico, dura a trovare le parole con gli sconosciuti, sempre lì a rimuginare su ogni frase. La fiducia l’ho acquistata solo grazie alle reazioni positive che il mio lavoro ha suscitato.

Non c’entra la bellezza, solo il carattere che si riesce a imprimere ai propri gesti, la capacità di offrire un senso espanso alla lettura del corpo, suggerire nuove idee creative. Il sesso è l’ultima cosa cui pensi quando devi controllare i crampi e ignorare la zanzara che ondeggia sul tuo naso, soffrendo il freddo che non sempre le stufe riescono ad attenuare; motivo per cui digrigno feroce i denti di fronte a chi dice che tutto sommato, non faccio niente tutto il tempo.

In fondo la questione è una sola: si ha difficoltà a concepire il nudo come materia visiva, racconto personale o espressione artistica, astraendolo dalla pulsione sessuale (la quale, peraltro, non ha nulla di negativo in sé, se non quando viene associata a idee sessiste).
Eppure ho acquisito dal mio impiego una notevole consapevolezza di quanto possa essere interessante la figura umana in tutte le sue sfaccettature, ma anche di me, dei miei sensi; ho guadagnato inoltre un’inaspettata padronanza dei miei arti.

Non è tutto rose e fiori, perché è un lavoro gratificante solo se fatto in un contesto di pieno coinvolgimento da entrambe le parti. Non è scontato ricevere il riscaldamento adeguato o il completo interesse di chi è nell’aula e il rispetto per il proprio corpo, e bisogna imparare a farsi valere e sottolineare le proprie esigenze (stufe, pause fra una posa e l’altra, fotografie solo a richiesta). Né è qualcosa che si può fare per sempre. La schiena fa male, i muscoli si indolenziscono, e pur con tutti gli accorgimenti star nuda tutto l’inverno anche per otto, nove ore al giorno, tre-quattro volte la settimana, comporta, per tipe freddolose come me, periodici mal di gola e influenze. In un certo senso è stata una scelta di vita, che mi ha portato a confrontarmi con la necessità di conoscere la storia dell’arte, i limiti del mio fisico e modi efficaci per non morire di noia durante la posa.

Una mia cara collega colombiana, che credo faccia questo mestiere da almeno trent’anni, ha scritto un libro, al momento disponibile solo in spagnolo, che ripercorre la storia del modello d’arte fin dalla sue origini, citandone i nomi più famosi fino a oggi, e aggiungendovi un elenco di modalità di lavoro, e dei diritti che bisogna pretendere dai datori.

Ho consigliato a molte mie amiche di sperimentare questo lavoro come guadagno extra, perché per il tempo che richiede paga bene e si ha poca concorrenza: molti ci provano, pochi continuano, a causa di un costante esercizio fisico. Alcune hanno detto di non poter sopportare lo sforzo, o giustamente ribadito il proprio personale concetto di pudore, altre hanno addotto motivazioni più preoccupanti sul rischio di essere etichettate come poche di buono e sul disaccordo dei fidanzati.

Quella di modella è talvolta un’esperienza davvero impegnativa, ma mi ha dato moltissimo. Anche una volta smesso di posare, non potrò dimenticare la potenza e la particolarità di ogni parte del corpo che mi ha rivelato: è diventato un pezzo di vita che mi descrive in profondità, ribadendo il continuo rinnovarsi dello stupore per quello che è essere carne.


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  1. Chiara B.

    11 Dicembre

    Come sempre, scrivi cose interessantissime con una lingua splendida. Grazie!

  2. Lucia b.

    11 Dicembre

    Davvero molto interessante.

  3. Paolo

    11 Dicembre

    articolo molto interessante. Il nudo ha anche una valenza sessuale che non va negata, ma non è l’unica

  4. Giorgeliot

    11 Dicembre

    Been there, done that. Non ti hanno mai detto che “ti vendi” così facendo?
    Ma tu lo dici meglio 🙂
    Gran bell’articolo!

  5. romana

    12 Dicembre

    bello quello che hai scritto, ho sempre pensato che solo chi lo ha fatto può capire davvero fino in fondo. ricordo di aver pensato a che significato avesse quello che stavo facendo, a come viene sminuito quando se ne parla, e a come non ci si renda conto soprattutto in Italia del valore che abbia avuto questo ruolo nella produzione artistica in tutti i tempi. Ho conosciuto Lenis (l’autrice del libro, vero?) e anche se probabilmente non la vedrò mai più, mi ritorna spesso in mente, mi chiederò sempre cosa stia facendo (so che farà la modella per sempre) e mi ricorderò che prima di andare via da Firenze è andata nella chiesa di Ognissanti a salutare Simonetta Vespucci. quelle lunghe ore, ad ascoltare lezioni sulla storia dell’arte e sulle tecniche del disegno, a chiacchierare con artisti affermati, o giovani sognatori, a leggere o soprattutto ascoltare audio libri, scrutata e osservata anche da studentelli del liceo con la stessa naturalezza e freddezza con cui si osserva un cesto di frutta, sono state, pensierose e spensierate, dolorose, concentrate, spesso anche noiose, ma sicuramente un ricco tesoro che porterò sempre con me.

  6. Antonio

    12 Dicembre

    Ho sempre cercato di immaginare i pensieri di chi offre la Sua Persona allo sguardo dell’Artista e li ho trovati in quanto Lei ha scritto, bello e coinvolgente.

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