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Il mezzo è pubblico, ma il mio corpo no

Il mezzo è pubblico, ma il mio corpo no

Qualche giorno fa ho indossato una gonna per andare all’università. Corta, rosa cipria ed aderente. Mi piaccio con le gonne, mi sono sempre sentita più carina e più sicura di me con quell’abbigliamento. Anche per andare a scuola mi piace essere vestita bene e curata. Poi è successo.

Faccio la pendolare da Brescia a Milano e ogni giorno passo circa quattro ore sui mezzi pubblici. Mentre torno a casa quel giorno, in metro sento una mano sul sedere. La gente è stipata nel vagone affollato e capita che inavvertitamente mani si posino su altri corpi. Non voglio pensare che qualcuno mi stia palpeggiando. Non voglio pensare che quel signore di mezza età, elegante e dall’aria distinta, torni dal lavoro e approfitti della calca per toccare qualche giovane corpo.

Faccio finta di niente: mi conosco e so che sono diffidente e anche un po’ paranoica, può essere una mia impressione. La mia fermata arriva quasi subito, scendo, ed ecco che al tornello la scena si ripete. Allora piena di rabbia mi giro, mi trovo quel faccione grasso a quattro centimetri da me e non dico niente. So che avrei dovuto dargli un pugno o perlomeno insultarlo, ma il suo sguardo indifferente mi fanno ancora pensare: “Jennifer, è stata soltanto una tua impressione.”

Solo in treno mi rendo conto di aver subito una vera e propria molestia. Perché non ho detto niente? Mi agito, mi fa paura qualsiasi uomo che mi si avvicina. Desolata, scendo dal treno e mi dirigo alla fermata dell’autobus vicino alla stazione. Ovviamente, ho perso la prima corriera e devo aspettare un quarto d’ora. Durante questo tempo di attesa un vecchio si fa avanti e si rivolge a me con epiteti che non voglio ripetere. Di nuovo. Perché? Lo ignoro, ma gli occhi mi si riempiono di lacrime. “Non è colpa tua”, penso, “non c’entra ciò che indossi”. Ma io quella gonna il giorno dopo non la metto più.

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Ricordo perfettamente la mia prima molestia subita su un mezzo pubblico. Avevo quattordici anni e avevo preso l’autobus di nascosto da mia madre per incontrare il mio ragazzo: durante il viaggio di ritorno, una mano ignota mi palpò il sedere. Fu scioccante. Tornata a casa, raccontai tutto quasi piangendo alla mia migliore amica: “Forse avrei dovuto ascoltare mia mamma e non prendere la corriera da sola.”

Di lì in poi, una serie davvero consistente di episodi simili, tra catcalling, toccatine, automobilisti che mi mostrano i genitali e chi più ne ha più ne metta. Negli spazi angusti dei sedili si verificano ogni giorno centinaia di violenze fisiche e verbali, sotto il religioso silenzio di autisti e controllori. E di vittime. Non so se c’entri l’idea che quando si scenderà da quell’autobus tutto finirà, ma io sono sempre – ed ora me ne rendo conto, stupidamente – stata zitta, anche di fronte all’evidenza dei fatti.

Il video “10 hours of Walking in NYC as a Woman” mi ha fatto riflettere molto. Non serve né essere a New York né camminare dieci ore per ricevere la propria dose di street harassment quotidiana. Un’indagine Istat del 2002 afferma che il 34,4% delle donne che hanno subito molestie, le hanno subite proprio sui mezzi pubblici. Io sono sempre rimasta in silenzio, ma è giunta l’ora di reagire anche e soprattutto perché le “autorità competenti” hanno sempre considerato questi episodi come giochi, scherzi, cose da maschi, cose che succedono. NO. NO. E ANCORA NO. Io ho il sacrosanto diritto di prendere tutti i mezzi pubblici di questo mondo, vestita come mi pare, senza dover temere che qualcuno mi tocchi o si rivolga a me senza il mio consenso.

PS: In caso di molestie simili, cercate conforto nelle amiche ma soprattutto NON SENTITEVI IN COLPA. E tirate fuori quella gonna dall’armadio, è così carina!


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  1. simona

    5 Novembre

    Di questo articolo mi piace molto il titolo. Perché è la sintesi perfetta della condizione in cui vivono tutte le ragazze/donne con cui mi sia mai capitato di parlare. Di quel video da te citato, mi hanno impressionato molto i commenti, di uomini e donne, in cui si scambiava la persecuzione col complimento.
    È molto bello questo articolo, non commento spesso ma questa volta dovevo farlo. Complimenti.

  2. Laila Al Habash

    5 Novembre

    bravissima jennifer. Ho perso il conto delle molestie verbali che ho ricevuto mentre tornavo da scuola, e il più delle volte quello che mi sentivo dire da amici e parenti era: “lasciali perdere, se non rispondi prima o poi smetteranno”. Non ho mai seguito il consiglio, ho sempre lanciato sguardi pietrificanti o, se mi trovavo in compagnia di qualcuno e in luoghi affollati, ho sempre risposto in maniera asciutta e ferma. La cosa più terribile secondo me è che il signore che ti ha palpata, forse pensava persino che ti facesse piacere, perché secondo la rape culture le ragazze considerate “belle” si devono aspettare di ricevere molestie, anzi se ne devono compiacere.

  3. Skywalker

    5 Novembre

    Sui treni ho visto e subìto di tutto, i mezzi pubblici sono un incentivo per l’utilizzo dell’auto…e poi si chiedono come mai in italia circolino così tante auto. Immagina un pò il perché!

    Quando beccavo il vecchio bavoso pervertito o il masturbatore seriale io mi alzavo dal mio posto e cambiavo. Due volte chiesi aiuto anche alla polizia ferroviaria, cosa vuoi che ti dica, ci risero anche su.

    Visto e considerato che i maschi eterosessuali che si pongono il problema – non hanno affatto alcuna percezione del problema né mettono le mani apposto (preferiscono metterle avanti, in tutti i sensi) – sono pochi e sparuti io sono per la soluzione indiana: mezzi pubblici separati. I maschi da un lato e le femmine dall’altro. Come nei bagni e nelle carceri. Me ne frego, non voglio attendere che l’altro sesso si illumini, che si fotta nel suo vagone e buonanotte.

  4. marco

    10 Novembre

    Premesso che palpeggiamenti e molestie non sono accettabili in qualsiasi contesto e per nessun genere (maschile/femminile), a me quello che ha spaventato e che mi fa eguale tristezza dell articolo sopra e la mentalita espressa dallo scrivente:

    “Qualche giorno fa ho indossato una gonna per andare all’università. Corta, rosa cipria ed aderente. Mi piaccio con le gonne, MI SONO SEMPRE SENTITA PIU CARINA E PIU SICURA DI ME CON QUELL ABBIGLIAMENTO”.

  5. Marianna

    11 Novembre

    Marco, i vestiti che indossiamo hanno un effetto, seppur minimo, su di noi. Altrimenti perché scegliamo alcuni indumenti piuttosto che altri? In base a cosa li acquistiamo? Forse a te non è mai successo, ma quando la mattina mi guardo allo specchio, alcuni giorni mi piaccio, altri no, e ti assicuro che quando mi piaccio lo spirito è differente. Non sta né a me né a te giudicare se sia giusto che una minigonna dia più sicurezza in sé stessi piuttosto che una cappa di fustagno, il punto fondamentale è che non esiste abbigliamento che rappresenti un invito a palpeggiamenti e street harrassment vari.
    In generale forse si potrebbe fare distinzione tra molestia e molestia.
    Uno che per strada mi dice un semplice “buonasera”, con un semplice sorriso, senza aggiungere epiteti di vario genere e senza squadrarmi dalla testa ai piedi e davanti e dietro mi fa pure piacere. Il problema è che il confine è labile, e se non sbaglio credo che nel video di New York pure questi episodi siano contati come molestia.
    D’altra parte la molestia si definisce tale in quanto tale è PERCEPITA da chi, a quel punto, si ritiene molestato, e mi rendo conto che in un clima in cui per strada capita di tutto, una preferirebbe non essere salutata affatto.
    Ma credo che sia un peccato perdere la possibilità di scambiare sorrisi con persone a caso che si incontrano per la strada.

  6. Marco, il punto è che io non mi ridurrò MAI a indossare ciò che non mi piace solo per evitare commenti e/o molestie. La minigonna mi piace, e allora? Non sono io che non devo mettere la gonna, sono gli uomini che non devono sentirsi in diritto di palpeggiarmi, anche se fossi in mutande.