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Italian Horror Story: i media e la spettacolarizzazione della violenza

Viviamo costantemente bombardati di immagini. Il mio professore di arte del liceo non faceva altro che ricordarci di come ovunque noi siamo, qualsiasi cosa facciamo, siamo circondati da immagini, fotografie, video. Si può dire che con l’avvento di Internet e dei social network questa continua fruizione di supporti visivi abbia raggiunto livelli impensabili, che spesso ci pongono di fronte alla domanda: ma io voglio davvero vedere tutto?

In questo continuo fluire di immagini è statisticamente certo che una parte (o gran parte) di queste non sia di nostro gradimento. Chi dispone di queste fonti e se ne fa mediatore ha quindi un’enorme responsabilità nei confronti del pubblico e i media – che oltre alle immagini devono anche fornire informazione – sono al vertice di questa catena.

Ho notato che ultimamente l’esigenza santommasica del “non vedo, non credo” è diventata una sorta di voyeurismo malato ed ossessivo: la violenza ci viene candidamente e senza sconti mostrata all’ora di pranzo, tra un servizio di costume e la pubblicità dei bastoncini Findus.

Ogni dettaglio ci viene raccontato con una macabra dovizia di particolari senza rispetto alcuno per le vittime, in particolare per quelle di abuso sessuale. Viene da chiedersi se sia davvero necessario riportare certi dettagli e dove finisca il dovere di cronaca e dove inizi il voyeurismo.

Santa Lucia

Santa Lucia, Palma Il Giovane (1544-1628)

Prendiamo ad esempio il caso dell’omicidio di Andrea Cristina Zamfir, la prostituta romena che nel maggio 2014 fu seviziata fino alla morte da Riccardo Viti. Vediamo il modo in cui i quotidiani online hanno trattato il fatto. Il Messaggero di Lunedì 5 maggio 2014 propone uno slideshow di immagini in cui è visibile parte del corpo della donna. Il sito www.affaritaliani.it titola direttamente “Donne crocifisse, l’incubo del mostro. Guarda le foto dell’omicidio.”

Dagospia del 7 maggio 2014 apre il suo articolo con una fotografia di bondage (presumibilmente presa da Internet) in cui i genitali della donna sono ridicolmente censurati. Inoltre parla di “prostitute – quelle tossiche, quelle messe peggio, quelle che per un pugno di euro si fanno fare di tutto – le convince a farsi crocifiggere con un doppio giro di scotch ai polsi e poi le sevizia”.

Il giornalismo ha regole ben precise che servono a delimitare precisamente i confini dell’informazione. Facciamo un po’ di chiarezza. La Carta dei Doveri del giornalista vieta di “pubblicare immagini o fotografie particolarmente raccapriccianti di soggetti coinvolti in fatti di cronaca, o comunque lesive della dignità della persona”. Inoltre, la Carta di Treviso (un protocollo dell’Ordine dei Giornalisti e di Telefono Azzurro volto a tutelare in particolar modo i minori) impedisce chiaramente di “soffermarsi sui dettagli di violenza e di brutalità, a meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale”.

Fermo restando che non è specificata la natura di questo “interesse sociale”, il buonsenso suggerisce che corrisponda al sacrosanto diritto di cronaca. È evidente che negli esempi riportati nessuno di questi criteri venga rispettato e la dignità della donna sia praticamente calpestata. Forse quando al voyeurismo subentrerà la vera informazione, quando al clima da Dario Argento subentrerà l’indignazione si troverà un modo serio e corretto di parlare di violenza senza scadere nel trash e nel gusto dell’orrido. Forse, allora, le persone capiranno che la violenza non va guardata, ma combattuta.


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  1. Vicky

    23 Ottobre

    Personalmente trovo che tutta la violenza “mostrata” nei media somigli sempre di più al cinema splatter: ogni film deve essere più cruento del precedente, deve mostrare immagini e situazioni sempre più violente.

    Come utente mi rendo conto che sto vivendo un rifiuto totale di certe immagini, le trovo morbose e mi turbano. Cambio canale, perché non riesco a sopportare le illazioni, i particolari macabri, i continui riferimenti ad abusi e violenze. Forse sbaglio, non lo so. So solo che mi deprimono e mi fanno arrabbiare allo stesso tempo.

  2. UN GIORNALISTA

    23 Ottobre

    Il problema è alla radice. Notiamo spesso i titoli a effetto, il particolare raccapricciante, la foto di troppo, la testimonianza della famiglia in lacrime (che non aggiunge niente alla notizia)… Tutto ciò è funzionale alla vendita di copie: più il giornale è in crisi, più “spara” le notizie. Lo sto notando soprattutto per una testata veneta molto conosciuta, che ultimamente ha seri problemi di bilancio e inizia a parlare di cassa integrazione e tagli ai collaboratori. I giornalisti spingono sui particolari macabri per mantenere il proprio posto di lavoro.

    Non è un comportamento etico, ma non è etico neppure prendere 8 euro lordi per un pezzo in apertura di seconda pagina. Opporsi a un sistema del genere è difficile, bisogna imparare a fingere di non poter arrivare alle informazioni (o meglio, alle informazioni che si è deciso di omettere nonostante le pressioni della redazione).

    E comunque sì, il trio delle meraviglie “sesso-sangue-soldi” fa schifo. Smettiamo di sventolarlo come un mantra del giornalismo.

  3. Paolo

    23 Ottobre

    in un film splatter certe cose me le aspetto, la violenza anche brutale esiste e va raccontata anche nelle modalità del film splatter. Il servizio giornalistico però non è un film, non è arte neanche a livello infimo, dal giornalismo mi aspetto che segua altre regole nel dare notizie di cronaca nera

  4. Vicky

    23 Ottobre

    Però, se si “spara” la notizia per vendere vuol dire che c’è anche qualcuno che compra o segue queste notizie. Penso a settimanali come “Giallo” (ma anche “Oggi” o “Chi”), ai programmi serali o pomeridiani: dove ogni notizia viene eviscerata e data in pasto al consumatore-spettatore, facendo finta di approfondire la notizia quando invece si rigira il coltello nella piaga.

    E mi chiedo: chi legge queste riviste? Chi guarda certi programmi? Mi rendo conto che quando entri nel circolo vizioso del “ma hai sentito?” fai fatica a venirne fuori, cadi nelle sabbie mobili: ci sono persone che non parlano d’altro.

    E questo impedisce a tutti di informarsi in maniera corretta, perché certi fatti andrebbero approfonditi, ma seriamente.

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