Crea sito
READING

Non come la volle Euripide. Il mito di Medea secon...

Non come la volle Euripide. Il mito di Medea secondo Christa Wolf

di Valeria Mazzaferro

Fra quante creature han senso e spirito,
noi donne siam di tutte le più misere.

Con queste parole Medea giustifica la sua vendetta nella tragedia di Euripide. Figlia del re, da giovane ha aiutato Giasone a rubare il vello d’oro da Colco, tradendo il padre e scappando con gli Argonauti. Fallito il piano originale, il gruppo di fuggitivi si è stabilito a Corinto, dove Giasone fiuta nuovamente la possibilità di diventare re. Senza troppi rimorsi abbandona Medea e i due figli per sposare la principessa Glauche. Medea è distrutta dal tradimento e, per rendersi giustizia, non decide solo di ammazzare la futura moglie dell’ex-marito regalandole un vestito avvelenato, ma per ferire Giasone, uccide addirittura i propri figli.
Medea come la conosciamo è una figura inquietante – ferita nell’orgoglio diventa un’assassina spietata. Poch* sanno però che a trasformarla in un’infanticida è stato Euripide. Nella prima versione del mito, Medea si limitava a uccidere Glauche. Il drammaturgo greco ha voluto aggiungere un elemento drammatico che, toccando un tabù assoluto, rende la sua protagonista quasi disumana.

WOLF_medea1
Il mito è stato ripreso in diversi drammi, dipinti, ma anche in romanzi più moderni. Uno degli esempi più recenti è Medea. Voci di Christa Wolf, edito nel 1996 (traduzione di Anita Raja, per edizioni e/o). La Medea di Christa Wolf è una donna carismatica, rimasta giovane, dal carattere forte e fin troppo orgoglioso – ma il suo orgoglio non dipende dalla relazione con Giasone, con cui vive a Corinto. I due si allontanano sempre di più, lui si dedica alle attività al cospetto del re, lei invece è bandita dal palazzo reale perché sta scomoda. Infatti, scopre che una figlia del re è stata ammazzata da lui stesso per motivi politici. Questo segreto scatena gli eventi, e quando il capo astronomo viene a conoscenza della sua curiosità, la situazione per Medea si fa pericolosa. Costui infatti, per renderla non più credibile, fa spargere la voce che abbia ucciso suo fratello, e che sia scappata da Colco per non essere punita. Da lì parte la caccia a Medea, che culmina nella lapidazione dei suoi figli, quando lei ormai è già scappata nelle montagne.
Euripide alla sua Medea fa recitare:

Perduta io sono:
più non ho gioia della vita, e voglio
morire, amiche, quando l’uom che tutto,
lo vedo or bene, era per me, lo sposo
mio, s’è mostrato il piú tristo degli uomini.

La Medea secondo Wolf invece non è dipendente da Giasone. È nata e cresciuta in una società molto diversa da quella di Corinto. Colco nei tempi antichi viene presentata come un’antica società matriarcale, le donne che hanno seguito gli Argonauti sono molto più emancipate, agli abitanti di Corinto sembrano quasi selvatiche – mentre le loro donne a Medea ricordano degli animali domestici ammaestrati. I corinzi inizialmente la ammirano per le sue abilità mediche, in seguito agli intrighi dell’astronomo sospettano che sia stata lei a portare la peste sulla città. Quando il loro odio si rovescia sulla vita di Medea, lei non si ritira, ma al contrario raccoglie i cocci e, isolata in un paese straniero, si costruisce un’esistenza nuova. Trova un amante, aiuta Glauche a liberarsi dall’influsso paterno maligno, non smette mai di provare a migliorare i rapporti con la popolazione locale.
Non uccide i propri figli. Sono gli abitanti di Corinto ad ammazzarli a pietrate nella loro folle ricerca di un capro espiatorio. Wolf in questo romanzo critica una società crudele che, dominata da strutture di potere profondamente patriarcali, porta Medea fino al baratro dell’esaurimento nervoso, togliendole tutto quello che abbia mai posseduto. Eppure lei non rientra negli stereotipi misogini, che predicono che una donna traumatizzata diventi un’incontrollabile furia guidata dall’odio e, di fronte alla propria impotenza, si vendichi distruggendo la famiglia – unica sfera di controllo femminile.

Screditare come “madri snaturate” donne che non si adattano all’immagine tradizionale di femminilità è una retorica reazionaria antica, e Wolf, svelando man mano come la vicenda di Medea venga manipolata dal governo di Corinto, costruendola come caso di malvagia follia, ci invita a riflettere sul discorso intorno a donne e malattie mentali. Al genere ancora oggi considerato più emozionale vengono più facilmente attribuite certe condizioni che a livello strutturale servono a zittirlo; un tempo le donne si dichiaravano streghe, poi isteriche, nel caso di Medea infanticide, parlare della stigmatizzazione di malattie mentali oggi e di diagnosi con implicazioni politiche porterebbe troppo lontano.
In ogni caso Wolf con questa Medea moderna, crea una femminista ed attivista di tempi antichi, che è cosciente delle proprie capacità e, invece di lamentarsi di essere donna, come se essere considerata tale fosse un destino intrinsecamente infelice, riconosce che a opprimerla è il sistema politico, patriarcale e capitalista, e cerca di liberarne non solo se stessa, ma la società intera. Purtroppo il romanzo non fa a meno dell’attribuire alla protagonista una rara bellezza, una caratteristica che mi sembra troppo scontata per creare un’eroina.

Christa Wolf a Los Angeles, nei primi anni Novanta

Christa Wolf a Los Angeles, nei primi anni Novanta

La stessa autrice è un personaggio controverso: cresciuta nella DDR, nella sua gioventù ha collaborato con i servizi segreti fungendo da informatrice. Prima del collasso totale del sistema era favorevole a una soluzione di riforme, senza abbandonare completamente l’idea del socialismo statale. Anche in Medea si ritrova la sua opinione politica: la popolazione di Colco è umile e a stretto contatto con la natura, a Corinto invece ci si vanta soprattutto dell’oro posseduto. Mettendo a confronto società così profondamente diverse, Wolf allude alla Germania dell’est e dell’ovest. Il suo romanzo va oltre l’analisi della discriminazione di Medea poiché donna, è politico in un senso più ampio, ma anche psicologico, ognuna delle sei persone narranti (le “voci” del titolo) fornisce la propria versione dei fatti. La scelta di trattare il mito originale e centrare la trama sulla manipolazione del destino della protagonista lo rende però un’opera di stampo esplicitamente femminista.


RELATED POST

  1. Samwhity

    18 aprile

    Mi sono laureata sulla Wolf due volte (in triennale e in magistrale) e Medea – ovviamente – era compresa nel pacchetto.
    Solo una puntualizzazione. La Wolf non crea una figura femminista, nonostante sia facilmente fraintendibile. Infatti ricerca le fonti precedenti a Euripide – che esaltavano un modello di vista maschile – con lo scopo di confrontare le due realtà e di tentare la realizzazione di un terzo modello che veda l’incontro delle due realtà (maschile e femminile, appunto). In una certa misura la Wolf critica lo stesso movimento femminista – soprattutto nei suoi estremi – facendolo rappresentare dalle donne di Colchide che evireranno l’uomo che si troverà a passare per i boschi. Medea più che un modello femminile, insomma, è la realizzazione di una possibilità di un modello altro che veda l’incontro di queste due realtà come aveva iniziato a teorizzare già dieci anni prima circa, nelle “Premesse a Cassandra”.
    [Lo so, sono noiosa e verbosa. Ma mi sono scornata con commenti della Wolf stessa che rifiutava l’etichetta di femminismo sull’opera. Ergo mi sembrava lecito correggere, ecco]

  2. Paolo1984

    18 aprile

    “Purtroppo il romanzo non fa a meno dell’attribuire alla protagonista una rara bellezza, una caratteristica che mi sembra troppo scontata per creare un’eroina.”

    bè la bellezza esiste..molti eroi (e non solo) di entrambi i sessi sono di bell’aspetto. Ciò non li rende meno complessi e interessanti e plausibili, non c’è nulla di scontato secondo me.
    Quanto a furia e odio, possono appartenere ad uomini come a donne. Comunque avevo già sentito parlare dell’interessante rilettura del mito fatta da Christa Wolf..ed è sulla mia lunga lista di libri da acquistare

  3. Paolo1984

    18 aprile

    “Quanto a furia e odio, possono appartenere ad uomini come a donne”

    così come il loro opposto

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.