Milioni di donne prima di me hanno lottato perché io fossi qui. È un messaggio che porto appresso fin dalla nascita come un mantra, una spada nel petto. Come un cartello da sollevare al mondo.

Ero decisa a fare le cose per bene; non mi sarei lasciata ingabbiare in un matrimonio o in una relazione soffocante; avrei viaggiato per la Terra, visto l’Europa e l’Africa; avrei parlato tante lingue e dialetti, avrei stretto amicizia col mondo intero; avrei mangiato cibi diversi ogni giorno, assaggiato l’acqua e il vino di ogni angolo del globo; avrei ballato tante danze diverse, guardato i quadri di tanti artisti; volevo tutto, e volevo dedicarci la mia vita.

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Nella mia mente un matrimonio e una famiglia avrebbero rovinato tutto. Un lavoro stabile, la scuola da pagare, l’educazione corretta da impartire ai figli – tutto bello, bellissimo, da scaldarci i cuori: ma niente di buono per me.

Certo, non sono una misantropa, e nemmeno una misandra: sarò felice di accogliere qualcuno al mio fianco, su questa mia strada. Sono disposta, se la sua strada fosse diversa, a essergli fedele per il tempo in cui saremmo separati. Certo. Davvero, non sto scherzando. Sarò un po’ fessa, ma la fedeltà è una delle poche tradizioni che mi piacciano ancora.

Ma niente matrimonio; niente figli; niente anelli, niente vacanze al mare, regali di Natale, colloqui coi professori, visite ai parenti, no. Solo lui, io, il mondo. Lui, io, le nostre autonome scelte.

Ora che ho vent’anni e la rivoluzione si avvicina, le mie certezze vacillano. Vedevo mia nonna, che stava male e aveva attorno una famiglia che si prendeva cura di lei e la amava. Cosa sarei io in futuro, se fossi sola? Come me la caverei, stanca, inferma, vedova o con un compagno più stanco di me? Senza figli, con nessuno accanto?

Dovrei forse rinunciare ai miei sogni di viaggi per mettere al mondo dei figli che siano il bastone della mia vecchiaia o qualcosa del genere? Ma soprattutto, davvero io farei dei figli con l’unico scopo di sfruttare il loro aiuto quando sarò malata? L’idea non mi fa impazzire.

Perché non potrei io riuscire a conciliare le due cose? Una famiglia e una vita avventurosa? Perché per essere una buona madre dovrei rinunciare ai miei sogni?

È tutto un brulicare di donne in carriera e supermamme che si dividono in venticinque per conciliare casa, lavoro, figli e marito. È anche un brulicare di figli cresciuti dai nonni, dai parenti, dalle babysitter. Non è così che voglio che sia. Non voglio fare tutto per poi farlo male.

Ed è qui che è arrivato lo scacco. Io voglio potermi trovare a Londra, a una conferenza, incontrare un’amica o una collega e alla domanda “Da chi hai lasciato i bambini?”, rispondere “Col loro padre”.

È davvero tanto strano? Ne hanno già parlato in tanti, ma mi pare sempre che sia difficile da accettare. Abbiamo parlato di riscattare le donne, affermando che possono lavorare come gli uomini, che possono studiare, votare e coprire incarichi di responsabilità.

Dobbiamo anche parlare di riscattare gli uomini. Bisogna che un uomo possa anche decidere di fare il padre nella sua vita, di fare solo quello e di farlo maledettamente bene. Bisogna che un uomo non si senta sminuito se non è lui a portare i soldi a casa. Soprattutto se si occupa dei figli, essendo molto più difficile. Perché non sono i soldi o il lavoro che fanno il padre.

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Bisogna che le donne si rilassino un po’ e lascino i figli agli uomini, ogni tanto. E soprattutto, bisogna che le madri che si fidano dei padri non vengano trattate come delle incoscienti sconsiderate. Bisogna che un padre single sia guardato con ammirazione, e non sempre con sospetto. Bisogna riconoscere, soprattutto, che non tutti gli uomini detestano l’idea di essere padri, e non tutte le donne desiderano essere madri. Ed è legittimo che sia così.

Quando noi, sia uomini che donne, saremo in grado di riconoscere la paternità degli uomini potremo davvero decidere come gestire la nostra maternità. Potremo pensare di essere madri a modo nostro, e non nel modo che ci è stato insegnato. Potremo anche pensare di stare via una settimana, tornare a casa e trovare un uomo che sorride e dei figli felici, e non un disastro nucleare.

Potremo vedere nella famiglia una radice e non una gabbia.