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Mary Borden, Ellen La Motte e le parole per dire i...

Mary Borden, Ellen La Motte e le parole per dire il sangue altrui

Se questo fosse un film, sarebbe in bianco e nero e inizierebbe nella Parigi delle avanguardie, dove ricostruirebbe con qualche licenza i primi passi significativi delle protagoniste. La prima delle due, Mary Borden, ha 28 anni quando conosce Gertrude Stein. Lei è un’aspirante scrittrice con due romanzi all’attivo scritti sotto pseudonimo, ha la grazia spigliata delle americane in Europa ed è ricchissima. Così, durante la Prima Guerra Mondiale, quando nelle case non c’è neanche un po’ di carbone per le stufe, lei apre la sua grande dimora e riceve autori di spicco, offre tè nero, ride forte e sempre al momento giusto. Forse nel suo salotto c’è anche un’altra americana, Ellen La Motte. Se c’è, sta in un angolo; è più anziana e riservata della sua compatriota, e, inoltre, le sue indubbie potenzialità letterarie se ne stanno ancora ben nascoste dietro i risultati – eccellenti – che sta ottenendo nella professione d’infermiera. È proprio dopo essersi laureata a Baltimora che ha conosciuto Gertrude Stein, prima che quest’ultima avesse il buon senso di andare a Parigi a diventare – ehm – Gertrude Stein. Ed è tramite questa conoscenza comune, forse, che Ellen è arrivata a trovarsi nell’elegante salotto dei Borden-Turner, mentre i tre figli della coppia dormono presumibilmente al piano di sopra.

Da qui, la storia di Ellen La Motte e Mary Borden avrebbe potuto essere quella di due intellettuali, vestite alla moda, coi capelli sempre a posto e le mani curate. Invece, se fossimo nel film in bianco e nero di cui sopra, all’inquadratura del festoso salotto seguirebbe di colpo un’altra scena: un fotogramma delle mani di Mary sporche di viscere e sangue, l’audio saturato da urla e poi uno zoom sul suo viso, intento a controllare un uomo reso cieco da una granata per poi passare velocemente a un altro: “Poteva tranquillamente aspettare,” dice la voce fuori campo di Mary, priva di qualsiasi emozione che non sia la fretta, “tanto sarebbe rimasto cieco per sempre” (1). Alle sue spalle Ellen La Motte è altrettanto indaffarata, ma forse registra meccanicamente la scena e approva: è inesperta, Borden, ma sta imparando.

Mary Borden fa scendere soldati feriti da un’ambulanza

Il rapido succedersi di sequenze non renderebbe ragione, però, della determinazione con la quale le due donne scelsero di prestare servizio in una guerra non loro, e non nelle retrovie, ma in un ospedale sulla linea del fronte: quel luogo detto “la zona proibita,” perché i civili non ci possono entrare, con l’ovvia eccezione del personale medico. Quando Borden e La Motte, come molte altre americane, desiderarono di poter dare una mano nella guerra, all’inizio finirono entrambe dove non avrebbero potuto combinare un granché: La Motte in un ospedale parigino ridicolmente ben equipaggiato dove non c’era niente da fare, e Borden in una struttura fatiscente in prima linea, dove c’era tanto da fare, ma neanche la più elementare attrezzatura per farlo. Borden, però, era ricca. E allora perché non usare un po’ di soldi per costruire un ospedale ex novo, sceglierne personalmente i dipendenti e farlo funzionare per anni? (Why not indeed). E Mary Borden, che si lascia alle spalle marito e figli e si porta al fronte le opere di Stein e Flaubert, non si limita neppure a fare la direttrice ben vestita, a quel punto; no, lei si fa insegnare le basi dalle infermiere professioniste e finisce a fare iniezioni, gestire il triage, assistere i chirurghi. Tra coloro che le fanno da mentore c’è Ellen La Motte.

Layout 1Quel che segue potrebbe essere una storia di ordinaria straordinarietà delle infermiere in zone di guerra, che vengono reclutate da campagne propagandistiche sbandieranti delicate donnine in uniformi immacolate e si ritrovano, invece, a lavorare nel fango, nel vomito e nel sangue di un carnaio continuo. Ciò che rende la storia di Borden e La Motte notevole, però, è che sono state loro stesse a raccontarla, perché nel 1916 La Motte pubblica The Backwash of War, mentre una dozzina d’anni dopo è la volta di Borden con The Forbidden Zone. Sono due raccolte di racconti che ritraggono con spietata onestà la vita nell’ospedale da campo. La voce di La Motte è asciutta e sarcastica, quella di Borden tormentata e umana; la realtà che ritraggono è atroce, la potenza narrativa altissima. Sono libri belli, e veritieri. Ed entrambi sono stati censurati, prima in Europa, poi anche negli Stati Uniti. Perché?

Un buon indicatore della disposizione del pubblico a confrontarsi, nell’interguerra, con gli scritti delle due infermiere è il commento che Cyril Falls, autore di The War Books, fa a proposito di It’s a Great War di Mary Lee:

Non sono molti i romanzi scritti da donne con la Grande Guerra come argomento. Nei migliori, le autrici hanno saggiamente rappresentato le vicende avvenute a casa o comunque ben lontano dal fronte. La signorina Lee è più ambiziosa. Però, davvero, non è cosa da donne parlare del fango; lo lasciassero agli uomini, che ne hanno visto di più e non hanno esitato a raccontarcelo.

Checché ne dica il vecchio Falls, comunque, le recensioni che accolgono The Backwash of War e The Forbidden Zone non sembrano aver tanto da ridire col fatto di dover ascoltare delle donnicciole, quanto col fatto che quel che raccontano queste donnicciole è troppo terribile. Nei loro racconti non c’è spazio per la propaganda, l’eroismo, l’onore; non ci sono valorosi soldati e grandiose battaglie, ma solo corpi inermi, voci inarticolate, e l’inesorabile funzionamento di un meccanismo nel quale gli Stati si limitano a richiedere “la resistenza fisica delle masse.” Se l’accento posto sulla ripetitività insensata della guerra ricorda Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, la centralità dei corpi feriti e delle mani chiamate a curarli rende le storie delle infermiere, pur ugualmente dolorose, forse ancor più destabilizzanti.

In modi diversi, Ellen La Motte e Mary Borden hanno costruito a nuovo un linguaggio in cui restituire la loro esperienza di guerra, hanno reso testimonianza del dolore cui hanno assistito, hanno raccontato il disfarsi di un mondo. L’Europa e gli Stati Uniti hanno giudicato le loro voci offensive, eversive; e le hanno messe a tacere. Ora che il tempo è passato, però, i loro libri sono di nuovo in giro (anche se in Italia è arrivato solo La zona proibita). E, se è vero che amicizia tra ragazze è #potere, allora ci farà sorridere che, nel mezzo del naufragio, capiti di cogliere nei racconti di Borden un guizzo dell’infermiera del turno di notte. È professionale, ammirevole, quasi spaventosa nella sua efficienza; probabilmente Ellen La Motte, che, dal canto suo, dedicò la prima edizione di The Backwash of War a “Mary Borden-Turner, ‘il piccolo capo’, cui devo le mie esperienze nella zona di guerra.”

(1) scena tratta da Blind, uno dei racconti di The Forbidden Zone.

Mini-bibliografia
Borden, M., The Forbidden Zone, London 1929
Freedman, A., Mary Borden’s Forbidden Zone: Women’s Writings from No-Man’s-Land, “Modernism/Modernity” 9, 2002, 109-124
Higonnet, M.R. (ed.), Nurses at the Front: Writing the Wounds of the Great War, Lebanon 2001
La Motte, E.N., The Backwash of War. The Human Wreckage of the Battlefield as Witnessed by an American Hospital Nurse, New York 1916


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