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Marguerite Duras, a cento anni dalla sua nascita

Marguerite Duras, a cento anni dalla sua nascita

PARIS - MARGUERITE DURAS

L’unica biografia che ho letto in vita mia è quella di Syd Barrett, perché il mio ragazzo dell’epoca, nella fase di corteggiamento liceale, me la prestò perché io ne apprezzassi con lui le gesta. Non ho mai più letto biografie, perché mi annoiano. Eppure faccio un’eccezione per quei cinque o sei personaggi che abitano il pantheon delle mie divinità e mi concedo brevi ricerche voyeuristiche per scoprire dettagli fiabeschi da raccontare a cena ai miei amici.

Una delle vite che preferisco è quella di Marguerite Duras, al secolo Marguerite Donnadieu. Nata cento anni fa, il 4 aprile 1914, “sulla riva dei fiumi dell’Asia”, passa tutta l’infanzia in Indocina, per poi iscriversi alla facoltà di Legge in Francia. Morirà a 82 anni una domenica mattina nella sua casa in rive gauche.

Marguerite ha una di quelle vite tristi e luccicanti che fanno pena e invidia allo stesso tempo. Una casa a Parigi in rue Saint Benoît, tra boulevard Saint-Germain e rue Jacob, esattamente dove doveva essere la casa di una sedicente intellettuale/scrittrice/cineasta degli anni Sessanta. Le giornate si passano a fare riunioni informali con gli amichetti del “gruppo di rue Saint Benoît”: Maurice Blanchot, Edgar Morin, Michel Leiris e Maurice Merleau-Ponty, a bere come se non ci fosse un domani, a entrare e uscire dal Partito Comunista e a scrivere l’abbondanza di più di cinquanta componimenti, tra romanzi e sceneggiature.

Una lunga serie di tragedie le si annodano addosso nel corso degli anni: morte prematura del padre, madre depressa, partorisce un figlio già morto, suo marito è deportato a Dachau, enfisema, tracheotomia e alcolismo.

Tutte le storie di Marguerite Duras sono struggenti, perché raccolgono la cascata debordante di tristezza che ha attraversato i suoi ottant’anni di esistenza. La scrittura di Duras viene definita «scrittura del silenzio» per  le grandi pause nei dialoghi. Il silenzio è la sua arma per garantire  uno spazio di eccedenza alla storia raccontata, all’amore non espresso e al dolore che sempre fa da terreno di germoglio dei suoi romanzi. I romanzi scritti sono per lo più brevi e densi. Utilizza un linguaggio semplice per descrivere i suoi sentimenti barocchi e la forza dei suoi scritti sta in questa ridondanza perenne, mascherata da minimalismo linguistico.

Continuiamo a leggere i suoi libri, a vedere i suoi film, e ad assistere alle sue piéces teatrali perché chiunque vorrebbe che la propria storia d’amore fosse descritta e raccontata come Duras descrive e racconta le sue.

In Italia l’unico libro veramente conosciuto è L’Amante, che di certo non è il più bello. In Francia al liceo gli studenti sono obbligati a leggere Una diga sul Pacifico. Prendiamo esempio: importiamo un po’ di bellezza francese e sostituiamola al verismo.

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