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Capire la pazzia, capire se stessi: “Marbles...

Capire la pazzia, capire se stessi: “Marbles” di Ellen Forney

Ellen Forney ha un bellissimo, enorme, tatuaggio sulla schiena. È stato disegnato da Kaz, il noto fumettista autore della striscia Underworld, di cui è amica: raffigura una balena che spruzza acqua, e nel getto si combinano figure femminili, animali, aliene, disegnate secondo la sua caratteristica estetica grottesco-pop.
È stato il primo tatuaggio di Ellen, fatto poco prima di compiere trent’anni. Poco prima che la sua psichiatra le diagnosticasse un disturbo bipolare.

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Ellen Forney è autrice di Marbles (2012), un graphic memoir dedicato alla scoperta della sua malattia e la sua convivenza con essa. L’episodio del tatuaggio è raccontato all’inizio di questo resoconto lungo 250 pagine.

Il “disturbo bipolare” e la “psicosi maniaco depressiva” sono la stessa cosa. Si tratta di un disturbo della personalità, caratterizzato dall’alternarsi di emozioni diverse, sospese tra un picco (mania) e il suo opposto (depressione). Ci sono varie tipologie di “oscillazione”. Ellen è una bipolare del primo tipo: alterna episodi maniacali a episodi depressivi.

Al momento della diagnosi, Ellen ha una laurea in psicologia e ha lavorato per un paio di anni in un clinica psichiatrica, tuttavia la notizia le risulta difficile da assimilare. Scettica, ritiene che non ci sia nulla di male nel vivere costantemente in uno stato d’animo “scoppiettante”. Lo stato d’animo che le ha fatto martellare Kaz per un anno, prima di avere pronto il disegno perfetto.

Non dormivo da mesi, ero dimagrita un sacco e stavo da dio!

Eppure. Eppure le caratteristiche tipiche di quello che viene diagnosticato come un episodio maniacale ci sono tutte:

– Periodo di umore persistentemente elevato, espansivo o irritabile, della durata di almeno una settimana
– Diminuito bisogno di sonno
– Maggiore loquacità rispetto al solito
– Fuga delle idee o percezione del pensiero accellerato
– Distraibilità
– Aumento delle attività finalizzate (sociali, lavorative, scolastiche o sessuali), agitazione psicomotoria
– Eccessivo coinvolgimento in attività rivolte al piacere potenzialmente portate a conseguenze dolorose

Quello “scoppiettante” è l’unico stato d’animo che ricorda di aver vissuto, ma a pensarci bene in primavera ha avuto problemi ad alzarsi dal letto, o quando sei anni prima aveva deciso di diventare fumettista aveva avuto un mini esaurimento nervoso (“ero eccitata e spaventata insieme e ho pianto sul divano di un amico per dei giorni… conta?”). Il problema con il bipolarismo è che la mania ti fa dimenticare la depressione, e viceversa.

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In un attimo, quella che fino ad allora credeva essere la sua personalità briosa, esuberante, brillante, diventa risultato di “un disordine… che affliggeva altre persone”.

La prima reazione di Ellen a questa diagnosi è stupefazione, seguita da una superficiale accettazione. In fondo tutti i grandi artisti della storia sono sempre stati un po’ pazzi. Benvenuta nel Club Van Gogh! Quando la sua psichiatra le comunica che il modo migliore per curare questo disturbo è unire terapia ad assunzione di farmaci, tra cui il migliore è il litio, Ellen si ferma. Si oppone. Se tutto il tuo lavoro si basa sulla creatività e l’attività della tua mente, la proposta di un simile psicofarmaco può davvero essere un fallo a gamba tesa. Litio? No grazie.

C’erano i miei preconcetti romantici sugli artisti pazzi… e i miei preconcetti terrorizzati sugli artisti sotto psicofarmaci.

Prova quindi a proseguire la terapia senza assumere farmaci, nonostante la dottoressa la metta in guardia del fatto che, se non curata, la malattia può portare a episodi più frequenti e acuti. Quando, inesorabile, arriverà la depressione, non opporrà resistenza e inizierà a curarsi anche con i farmaci.

Da un lato, l’esistenza di questo libro ci comunica già un happy ending: Ellen Forney ha scritto e disegnato questo memoir, perciò alla fine ha trovato l’equilibrio che le ha consentito di raccontare tutto questo. Giusto?

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Esempio di come cambia il disegno quando Forney racconta i suoi episodi depressivi

Ma come? Come ha vissuto i giorni successivi alla diagnosi? Il rapporto che aveva con le altre persone è cambiato, dopo? Gliel’ha detto? Quando alla mania è succeduta la depressione, l’ha sentita arrivare? È passata in fretta? Come si è curata? Ha preso solo il litio? O molti farmaci? E quanto avrà speso? E la sua famiglia?

Niente paura. In Marbles, Forney racconta tutto questo e molto altro. Libro coraggioso, visceralmente sincero e ironico, dove anche lo stile grafico cambia assieme all’umore dell’autrice, e l’euforia degli episodi di mania è perfettamente resa dalla composizione caotica a tutta pagina, mentre l’incertezza e la paura degli episodi depressivi sono rese esplicite da bozzetti, disegni non finiti o tratteggiati nervosamente che lei faceva su un quaderno che si portava appresso e poi ha scannerizzato e inserito nel libro.

marbles, Ellen Forney

L’autrice, Ellen Forney

Marbles è un libro che insegna moltissime cose su una malattia terribile pur non proponendosi come un libro didattico. Contiene inoltre brillanti e rivelatorie riflessioni su Van Gogh, Munch, Michelangelo, Georgia O’Keefe, Sylvia Plath… Analizzando le opere e le vite di grandi artisti venuti prima di lei, Forney cerca di capire se genio e malattia mentale sono collegati, se l’ispirazione dei Grandi veniva tutta dal dolore che provavano o se la scintilla esisteva in loro indipendentemente dal caos delle loro menti. Il concetto di “artista pazzo” è uno stereotipo?

Marbles è pubblicato in Italia da Edizioni BD, per la collana Psycho Pop.

Ellen Forney è cresciuta a Philadelphia, ma vive dal 1989 a Seattle. Nel 2012 ha vinto un Genius Award (premio assegnato da The Stranger, un settimanale alternativo prodotto a Seattle) per la categoria “Letteratura”. È autrice di I love Led Zeppelin, fumetto candidato agli Eisner Awards, I was seven in ’75, Monkey Food e della raccolta Lust (editi da Fantagraphics). Ha illustrato il libro The Absolutely True Diary of a Part-Time Indian di Sherman Alexie, vincitore del National book Award nel 2007. Dal 2002 insegna fumetto al Cornish College of Arts. Nuota e fa yoga. Aggiusta cose con elastici e graffette.

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Cover dell’edizione italiana


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  1. vix

    15 settembre

    In qualità di bipolare, leggerò con molto interesse questo fumetto. Grazie ragazze

  2. Lorenzo

    17 settembre

    Finito di leggere qualche settimana fa.
    Da un lato – non discuto – è un’opera interessante, illuminante e utile; una persona che conosco (ehm, OK, io) ha da poco iniziato una cura per una forma più blanda di disturbo bipolare e il libro è chiaro, sincero e stranamente rassicurante per come spiega e razionalizza situazioni e sviluppi della malattia; medici a parte, non è facile trovare qualcuno con cui parlare da matto a matto con cognizione di causa, quindi è bello ritrovarsi in certi aspetti della storia, è ancor più bello NON ritrovarsi in altri aspetti, è sempre interessante saperne di più.
    Dal punto di vista più puramente artistico però il libro non mi ha fatto impazzire (ah ah): forse per la foga e la necessità di buttar su carta l’esperienza, mi pare che la Forney sfrutti il mezzo graphic novel abbastanza di rado, preferendo scrivere a raffica e usando i disegni solo come commento accessorio, come un diario illustrato, o un album, senza fondere in maniera significativa immagini e parole.
    Però le invidio tantissimo il tatuaggio.
    Qualche dubbio anche sulla traduzione italiana.
    Boh. Scusate la lungaggine.

  3. Valeria Righele

    17 settembre

    Guarda, essendo “Marbles” un memoir disegnato, non mi sembra un elemento di debolezza il fatto che Forney lo gestisca come un diario illustrato, dando a volte alle parole più spazio che alle immagini. Verso la fine c’è una parte teorica piuttosto “importante” a livello di ingombro, e credo che l’autrice abbia scelto di non accompagnarla con troppi disegni per non far perdere il filo del delicato discorso che stava tenendo in quelle pagine. A me è piaciuto in modo piuttosto completo, perciò fatico a venirti incontro quando dici che immagini e parole non sono ben fuse assieme 🙂 Credo che mettere su carta una simile esperienza durata più di dieci anni non sia un processo facile, escluderei la foga in questo senso sai.

    (Comunque anche io le invidio tantissimo il tatuaggio)

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