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Io mi scatto da sola. Manifesto in difesa del self...

Io mi scatto da sola. Manifesto in difesa del selfie

Una volta si chiamava autoscatto – autoritratto prima che arrivasse la fotografia – e nessuno si sprecava in dotte analisi sulle supposte turbe mentali alla base del fenomeno che, pressapoco, è vecchio quanto l’arte. Il primo “selfie” fotografico della storia risale molto probabilmente al 1839 e fu realizzato da Robert Cornelius in una cittadina vicino a Philadelphia.

Tutti noi abbiamo fotografie di famiglia realizzate in autoscatto, con le più svariate tecniche, e se nel tempo gli apparecchi sono stati equipaggiati di cavi, trasmettitori e moderni telecomandi anche per rispondere a questa esigenza un motivo ci sarà. Delle due l’una: o siamo tutti pazzi, oppure esiste nell’umano un’innata tendenza ad “auto rappresentarsi”. Propendo per la seconda, anche perché diversamente non si spiegherebbero i tanti autoritratti prodotti nel corso dei secoli da artisti con le personalità più disparate.

Il primo selfie della storia: Robert Cornelius, 1839.

Fatta questa debita premessa veniamo ai giorni nostri. Da diverso tempo pare che nel mondo dei social network e, più in generale della fotografia, il fenomeno selfie sia diventato tema portante di analisi e polemiche, oggetto di amore e odio, supposto sintomo di malattie mentali fra loro in palese contraddizione: personalità istrionica, insicurezza patologica, personalità multipla, sindrome passivo aggressiva, sindrome regressiva, feticismo… Impossibile, in un contesto del genere, fare di tutta l’erba un fascio, ma oggi voglio spezzare un metaforico obiettivo in favore dei tanto vituperati selfie. Il selfie, se fatto in un certo modo, è sano e fa bene.

Partiamo dall’inizio: la società contemporanea è la società dell’immagine. Le persone devono apparire per essere e questo non lo dico io, ma ce lo dicono quotidianamente i media e praticamente chiunque ci stia attorno. Il privato è diventato pubblico e non c’è luogo o pertugio delle nostre esistenze che non venga ripreso da telecamere di video sorveglianza o, potenzialmente, fotografato (“Ciao, sei su Google Maps Street View”).

Inutile quindi porre, come questione in favore della stigmatizzazione dei selfie, il fatto che ostentano una parte di realtà: noi stessi. Noi siamo costantemente ostentat*: i corpi delle donne sui cartelloni pubblicitari, i volti dei bambini negli show della domenica, il dolore in prima pagina quando capita qualche disgrazia.

E spesso non siamo noi che decidiamo come e quando apparire. Subiamo l’apparenza, così come subiamo (e parlo tanto delle donne quanto degli uomini) le pressioni ad essa legate. Non passa scatto sui nostri schermi che non sia accompagnato da commenti come “Quella lì dovrebbe mangiare un po’ meno”, “Certo che il ragazzo della tale ha già la pancetta”, “Mamma mia! Così magra e ha così tanta cellulite”.

Possiamo ignorare i commenti, possiamo chiuderci nel dorato mondo del “politicamente corretto”, ma sappiamo che esistono e, nel bene o nel male, almeno una volta nella vita, ne siamo stati tutt* vittime. Questo ci ha portato ad acquisire una consapevolezza sociale dell’immagine, che è stata solo acuita dai social network (attenzione, la foto profilo con la birra in mano non giova alla tua credibilità sul mercato del lavoro!), ma è in realtà ben radicata nelle nostre menti, direi quasi in modo atavico.

Illustrazione di Giulia de Giovanelli

Illustrazione di Giulia de Giovanelli

Poi è comparso il fenomeno selfie e, subito dopo, le critiche a questo fenomeno. Lasciamo perdere i discorsi estetici o pseudo tali (il selfie a volte è brutto, ma tanto quanto la maggior parte dei prodotti visivi che quotidianamente ci sorbiamo senza fiatare), quello che dà veramente fastidio nel selfie è che è il soggetto dello scatto a decidere. Non è l’immagine che qualcuno ha di noi, non è la proiezione di una percezione (o desiderio o sentimento) di altri: siamo noi che decidiamo come e quando rappresentarci, che ostentiamo alcune cose e ne nascondiamo altre.

Partono le critiche: “L’ostentazione è narcisismo!”, “Mostrarsi tanto fa male!”. Suona curioso che queste parole vengano spesso per bocca di chi, magari cinque minuti prima, ha criticato la ragazza in short che “Dovrebbe fare più sport prima d’indossarli o almeno coprirsi con le gambe che si ritrova” o da chi, in modo impietoso, suggerisce all’amico gracilino, la tecnica definitiva per avere addominali d’acciaio in 5 minuti.

Se non ti ami sei un perdente, se non ti piaci devi lavorare sodo per iniziare a piacerti. L’autostima è fondamentale, ma se ti fai i selfie sei narciso e sei malato. Sii qualcuno per gli altri, ma non soffermarti su te stesso con sguardo indulgente.

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Anche Meryl Streep e Hillary Clinton ci danno dentro

Mi chiedo che senso abbia fare tanti bei percorsi di autostima e accettazione, cercare di scendere a patti con i propri difetti, lavorare per migliorare se stessi se poi non possiamo decidere cosa mostrare e in che modo farlo. Posto in questi termini il selfie diventa una forma di rivendicazione: io che mi costruisco un’immagine e non subisco passivamente la costruzione altrui.

Io che “impongo” uno standard diverso, che mi costruisco il mio parametro di riferimento, sia esso coincidente o meno con quello maggioritario. Quindi viva i selfie, ma con alcune accortezze.
Attenzione a chi o cosa avete alle spalle quando scattate (concentratevi su voi stessi, ma non dimenticate il contesto, il w.c. assassino colpisce sempre).
Scegliete sempre un’inquadratura decisa (se vi fotografate volete, evidentemente, mostrare qualcosa: basta coi pretesti e le mezze misure, se ostentate fatelo a dovere).
Non scendete a compromessi con il sopracitato pretesto (non state fotografando la bellissima piazzola di sosta in cui avete parcheggiato, state fotografando il vostro taglio di capelli portato con orgoglio anche se avete sbagliato il colore in modo clamoroso: fatelo notare).
Infine non sentitevi mai in dovere di giustificare i vostri autoscatti, nessuno ci ha mai chiesto scusa per averci imposto i suoi standard estetici.

 


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  1. Davide

    4 giugno

    Premetto che non trovo il fenomeno inquietante. Ci terrei comunque a sottolineare alcune cose: all’inizio dell’articolo si parla di come il “selfie” o autoritratto, sia un fenomeno vecchio quanto l’arte. Mi pare tuttavia che questo non sia oggetto di interesse in quanto oggetto artistico, ma in quanto fenomeno sociale. Trovo dunque il paragone fuoriluogo. Inoltre mi preme di mettere in evidenza che l’incidenza statistica di un fenomeno ne modifica la valenza sociale. Il “selfie” è interessante in quanto fenomeno massivo nessuno si scandalizza per la sua semplice esistenza.
    Vorrei inoltre (ri)sottolineare due passaggi che trovo dubbi «siamo noi che decidiamo come e quando rappresentarci» e «il selfie diventa una forma di rivendicazione: io che mi costruisco un’immagine e non subisco passivamente la costruzione altrui». Senza voler metter in dubbio che la scelta della rappresentazione sia soggettiva, vedi compiuta da un soggetto, mi piacerebbe capire quanto, e se, l’immagine non sia pre-masticata. Ho l’impressione che il “selfie” sia una riproposizione in chiave web 2.0 del modello di immagine mediatico e sinceramente non mi riesce di accordargli, allo stato attuale delle cose, nessuna valenza di “emancipazione”.

  2. Paolo1984

    4 giugno

    davide, e se una volta tanto riconoscessimo che una persona può decidere con la sua testa di farsi o non farsi un autoscatto?

  3. davide

    4 giugno

    Paola, il punto centrale che ho voluto sottolineare é che l’espressione “scelta autonoma”, in un contesto sociale, é un espressione quantomeno ambigua. Ho infatti affermato che mi sembra lapalissiano che la scelta sia operata dal soggetto; dunque se credi che “scelta autonoma” significhi “scelta operata da un soggetto non costretto da terzi” riconosco che la scelta sia autonoma. Detto questo non tutte le scelte soggettive sono autonome in un senso più ampio della parola “autonome”. Un esempio abbastanza neutro: adotto un registro linguistico diverso a seconda della persona a cui mi rivolgo, scegliendo dunque ,di volta in volta, quale sia il registro più adatto. Questa mia scelta non é autonoma in un senso ampio del termine: sono cresciuto in un determinato contesto sociale, ho ricevuto una certa educazione ed ho introiettato determinati valori. Tutto questo condiziona la mia scelta, ed é esattamente questo aspetto che mi premeva di sottolineare.Per farla breve: sarebbe interessante indagare quali sono i meccanismi, se esistono, che inducono una persona a scattarsi un “selfie”. Ho inoltre messo in evidenza che, a mio avviso, data la monotonia dei temi dei suddetti non mi sembra che questi si discostino particolarmente dall’immagini proposte dai media. L’articolo sottolinea che “viviamo nella società dell’esposizione di sé” e volevo semplicemente sottolineare che il “selfie” allo stato attuale non comporta nessun discostamento netto, sempre a mio parere, da questo modello. Dunque non riesco a vedere l’elemento di rottura evidenziato dalle autrici: mi sembra una delle possibili conseguenze lineari del modello accettato da tutti noi.

  4. Skywalker

    4 giugno

    Se anche il selfie è una forma di rivendicazione – e non un trend passeggero come quello dei leggings – vuol dire che ci meritiamo di andare a comprare i libri al Lidl.
    Sarà che la maggior parte della redazione ha una base di tipo umanistico e certi ragionamenti sono parecchio forzati, ma la diffusione del selfie è spiegabile in larga parte dallo sviluppo tecnologico dovuto all’incremento degli smartphone muniti di fotocamera interna, la quale permette di controllare meglio lo scatto (non sono d’accordo che selfie sia sinonimo di autoscatto. Sono proprio due modalità diverse di riprendersi) e di un social come Instagram. Aggiungi l’ufficialità dell’Oxford Dictionary che ha inserito il termine nelle sue pagine ed avrai spiegato il fenomeno selfie.

    Dov’è la rivendicazione se anche Obama e la Hillary si scattano le foto? La prima ad usarlo è stata cmq Pj Harvey, se proprio vogliamo trovare una genitrice a questo trend.

  5. caterina Bonetti

    5 giugno

    Beh ognuno è lecitamente libero di pensarla a suo modo. Trovo comunque calzante il paragone con l’autoritratto proprio in rapporto alla componente sociale, economica e culturale sottesa. Un tempo certamente non era economicamente e strumentalmente possibile per tutti farsi un autoritratto, ma – ugualmente – possediamo autoritratti di ottima-buona-infima qualità artistica. Non volevo puntare sul dato estetico del selfie, ma sulla forma esperienziale dell’autorappresentazione. Skywalker ha ragione, ma non serve essere “scienziati” per capire che esiste un mercato tecnologico che ha posto le basi per il fenomeno selfie: ci arriverebbe anche un ritardato. Il punto è che con le fotocamere dei telefonini si può e si potrebbe fare qualunque cosa: non è il mezzo a determinare il prodotto “creativo” o “commerciale” come lo si voglia definire, ma l’uso che ne viene fatto. Anche le reflex hanno cambiato la loro funzione negli ultimi anni, al punto che, credo, spesso non c’è più alcuna differenza fra l’uso di una reflex e di una fotocamera del telefonino da parte di molti “utenti”. Il selfie implica una volontà di restituzione della propria immagine: che sia “omologata” o autonoma è una scelta. In questo senso parlavo di autonomia, non certo in un senso “controcorrente” o “rivoluzionario”. Sta alle persone decidere come rappresentarsi. La mia prospettiva, in questo senso, è legata ad un certo tipo di rappresentazione femminile. Su Instagram, per stare in tema, si troveranno sicuramente una maggioranza di selfie “tipizzate”, ma non solo. Così come negli autoritratti del seicento si trova una larga parte di simpatici uomini con la gorgiera, ma anche interessanti alternative. Il punto è che da sempre noi cerchiamo di autorappresentarci socialmente e privatamente: ci costruiamo un’immagine mentale che poi cerchiamo di “rendere” al mondo. Il selfie è uno strumento democratico (o pop) in questo senso: non occorre possedere tecnologie particolari, né conoscenze approfondite. Quello che occorre per scattare un selfie decente è, semmai, una conoscenza di sé sufficiente a non fare grame figure. Tutto qui. E comunque sì…anche alcune selfie possono essere considerate oggetti d’arte. Chiaramente se si supera il concetto tutto novecentesco di arte come fenomeno unico, inimitabile e straordinario e si ricolloca l’arte all’interno di un contesto storico e sociale.

  6. Paolo1984

    5 giugno

    Davide, messa in senso ampio possiamo affermare che il 99% delle nostre decisioni non sono “autonome”..persino le scelte considerate “controcorrente” non sono totalmente autonome in quanto ogni trasgressione presuppone una normal e ogni norma (o quasi tutte) contiene già la trasgressione potenziale. Siamo animali sociali e si può dire creare “cultura” rientra nella nostra natura, non si può prescindere da questi fatti ma questo non vuol dire che le nostre decisioni non siano nostre

  7. Veronica Vituzzi

    5 giugno

    Il Selfie può essere teraupetico. Il problema come al solito non è il mezzo. Per cento autoscatti inutili si possono trovare ad esempio persone che fotografano se stesse per cercare il particolare, il differente, e farci pace, e mostrare qualcosa di nuovo. Il fatto che “tutti” lo facciano non vuol dire che a priori tutti i risultati devono essere mediocri. Penso per esempio a tutti quei blog in cui le ragazze mandano autoscatti dei loro corpi imperfetti ma reali, delle loro smagliature, delle cellulite, delle cicatrici. Io li trovo davvero interessanti. Come sempre si tratta di saper discriminare.

  8. Paolo1984

    5 giugno

    che poi ogni corpo non photoshoppato è “reale”

  9. Eugenio di savoia

    10 giugno

    Sostenere la degenerazione, 24/7.

    Avanti così!

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