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Linguaggio politicamente corretto, sessismo e slut...

Linguaggio politicamente corretto, sessismo e slut-shaming

di Alessandro Lolli

La maggior parte dei miei amici è di sinistra. Sono praticamente tutti bianchi ed eterosessuali, come me, e si considerano sinceramente antirazzisti, antisessisti, antifascisti, contrari ad ogni forma di discriminazione e oppressione. Eppure non è raro che, quando siamo tra di noi, usino parole quali “frocio”, “negro” o “troia”. Sanno bene come la penso a riguardo, almeno quanto io so bene che, in nome del quieto vivere, devo evitare di essere troppo pesante, di “accollarmi troppo” come si dice a Roma; così spesso lascio correre oppure li riprendo in tono scherzoso. Ma qualche volta capita che arriviamo a confrontarci seriamente sulla questione e la loro obiezione principale è la seguente: “Scusa, tu sai che siamo tutti di sinistra, antirazzisti, antisessisti e antifascisti, contrari ad ogni forma di discriminazione e oppressione e che queste parole le diciamo senza crederci. Perché quando siamo tra di noi dovremmo usare un linguaggio politicamente corretto? Chi rischiamo di offendere?”.

Devo ammettere che per molto tempo non ho saputo bene come rispondere, o meglio, come dare una forma intellegibile alle urgenze che mi circolavano nella mente. Così mi producevo in una risposta più debole, li invitavo a considerare che prendere quest’abitudine può portare a non regolarsi anche in altri contesti, evocavo scenari di bar e ristoranti con tavolini attigui occupati da ragazzi omosessuali che si potevano giustamente offendere a sentirci dare l’un l’altro dell’imbecille usando la parola “frocio”.
Ma sapevo che non era solo questo il punto, cioè che il punto non era il politicamente corretto.

In Italia il politicamente corretto è lo scemo a cui tutti tirano i sassi, da destra e da sinistra, ma soprattutto da destra. Non passa giorno senza che da una delle loro piattaforme, tipo Il Foglio, qualche intellettuale di destra non lanci una maledizione contro la “dittatura del politicamente corretto”, instaurata grazie al “buonismo imperante”. La accusano di essere una pratica ipocrita che i cosiddetti “radical chic” usano per lavarsi la coscienza, mentre sono spiaggiati sullo yacht di D’Alema, indossando il maglioncino di cashmere di Bertinotti, a leggere il Manifesto alla faccia degli operai che votano Lega Nord. Non gli salta mai in testa che possano essere gli stessi gruppi discriminati a battersi per la loro immagine pubblica.

Io penso che sia giusto che i gruppi marginalizzati per questioni etniche, fisiche, di genere o di orientamento sessuale, influenzino e sorveglino il modo in cui si parla di loro nei media, ma penso anche che l’ambito del discorso pubblico, l’ambito del politicamente corretto, non esaurisca la problematica. Credo che l’uso di un linguaggio liberato, liberato dai segni dell’oppressione, un linguaggio antisessista, antirazzista e antifascista, corrisponda ad una necessità più sostanziale.

linguaggio politicamente corretto

Fumetto di Lina Neidestam

I critici del politicamente corretto, inclusi i miei amici di sinistra, si ritengono anche i massimi difensori della libertà d’espressione. Non vogliono che la psicopolizia invada ciò che hanno di più caro: la parola, la lingua che taglia più della spada. Vogliono essere liberi di parlare come gli pare, vogliono essere liberi di “chiamare le cose col loro nome”. Ora, questa storia che le cose abbiano un loro nome ha più contatti con la mistica ebraica o con l’enunciazione magica degli sciamani che con il pensiero laico. Il segno linguistico da un lato è arbitrario, dall’altro è condizionato storicamente e si modifica di pari passo con la società che lo parla. La porzione di reale che ritagliamo con le parole è figlia della cultura in cui viviamo. Questa contingenza della lingua sembra essere ignorata da chi vuole difendere le parole attuali, una per una, e ogni negoziazione delle soggettività parlanti viene letta come un tentativo di censura ideologica. Ma, paradossalmente, sono proprio i feticisti della parola, loro che la stimano più di ogni altro, a sottovalutarne la forza. Sono determinate a difendere le parole vere ma, a chi queste parole le prende sul serio, in tutta la loro carica ideologica, rispondono che “in fondo sono solo parole”. Lo stesso dicono a chi ne usa altre: “ah, certo, ora che li chiami ‘persone omosessuali’ hai cambiato le cose”. La sufficienza che dimostrano nei confronti del linguaggio, dei suoi effetti, delle sue conseguenze, è pari solo alla smania antitotalitaria che li prende quando qualcuno punta il dito contro parole pericolose.

Queste parole non sono pericolose solamente per chi se le prende, per chi viene da esse offeso e deformato, ma anche per chi le dice, per chi le pronuncia senza pensarci, con leggerezza, credendo di essere al riparo dalla loro influenza. Qui sta il superamento dell’ambito del politicamente corretto nel terreno di un linguaggio liberato. Per dirla con Wittgenstein: “I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo”, per dirla con Nanni Moretti: “Le parole sono importanti: chi parla male, pensa male.” Ai miei amici che “parlano male” chiedo: siete sicuri di non ritrovarvi anche a “pensare male”? Siete sicuri che sia solo una questione di etichetta? Le vostre idee astratte sono al riparo dalle pratiche linguistiche concrete che riproducete quotidianamente? Una vita passata ad usare sinonimi dispregiativi di omosessuale come un insulto non ha intaccato minimamente la vostra percezione dell’altro?

Considerato che siamo su Soft Revolution, vorrei concentrarmi su un termine in particolare di quelli che ho elencato all’inizio. Parole come “troia”, “puttana”, “mignotta”, che la riflessione metalinguistica mi costringerà ad usare direttamente, in potenziale contraddizione con quello che ho appena sostenuto, sono qualcosa di più di un semplice insulto perché costruiscono l’oggetto che poi degradano.
Cosa diciamo quando diciamo “puttana”? È solamente un dispregiativo che rivolgiamo alle prostitute? Certo, è anche questo, ma la frequenza con la quale sentiamo questa parola non combacia affatto col tempo che si passa a discutere delle prostitute. La maggior parte delle volte che diciamo “puttana” non ci stiamo riferendo ad una sex worker. Sempre tenendo sott’occhio Wittgenstein, che ci insegna che l’uso delle parole è più importante delle definizioni da dizionario, dobbiamo rilevare che l’uso estensivo di questo termine dispregiativo ha superato di gran lunga l’uso proprio. Diciamo puttana ad una ragazza che non è una puttana ma ha qualcosa in comune con le puttane. Ma se una sex worker è definita precisamente dal prendere soldi in cambio di sesso, e questo è ciò che non fa una “puttana che non lavora come puttana”, cosa accomuna le due figure? Semplice: la quantità di sesso fatto. Sembrerebbe, quindi, che chiamiamo puttana una ragazza che, pur non prendendo soldi in cambio, fa troppo sesso.

Ma stanno davvero così le cose? Jessica Valenti, fondatrice di Feministing, ci spiega che la faccenda è più sfuggente. “It’s a warning more than a word” dice Valenti, definire cosa realmente intendiamo con il termine “slut” è complicato e forse inutile. È proprio la sua nebulosità concettuale, la sua inafferrabilità sostanziale a rendere quest’insulto angosciante, a far si che ti si attacchi addosso come uno “stronza!” non potrà mai fare. Se ti batti per gli anticoncezionali, se vai in piscina in bikini, se denunci uno stupro, qualcuno potrebbe chiamarti troia. In ciascuno di questi casi, riportati da Valenti, qualcuno ha ascritto a quelle ragazze una sessualità troppo libera. Il bello è che lo stesso qualcuno riesce a partorire frasi paradossali come “quella puttana non me l’ha data” o “quella troia se la tira” che dipingono una persona completamente opposta a quella che indicavamo prima con “slut”.

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Si potrebbe pensare, ora, che in un modo o nell’altro questo insulto sia legato alla sfera sessuale, ma sbaglieremmo a fidarci troppo di questo confine. Se un politico uomo si occupa dei migranti, i suoi avversari xenofobi potrebbero definirlo idiota, comunista o “ebetino”. Se lo fa una donna, che ve lo dico a fare, è “quella puttana della Boldrini”. Non si parla di sesso, non c’entra nulla la vita sessuale di Laura Boldrini, della quale poco sappiamo, eppure il primo insulto che viene in mente all’italiano medio è proprio quello. Attenzione però, la versatilità di questo “warning” non lo rende vuoto e neutrale, come è dire “stronza”. Se è vero che viene utilizzato in qualsiasi contesto, il suo scopo è proprio rimandare alla sfera sessuale da qualsiasi punto del discorso, di evocare la peggiore degradazione possibile che il maschio riesce a concepire, qualunque sia la colpa specifica che si riconosce a quella donna. “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?” ha chiesto Beppe Grillo ai suoi elettori, qualche mese fa. Risposta: l’umiliazione sessuale, della quale la parola “puttana” ne è la cristallizzazione, opaca e pervasiva, enigmatica e tagliente, capace di infiltrarsi in ogni affermazione, ricacciando la donna oggetto dell’offesa nel campo che le spetta: quello del corpo e delle sue leggi morali.

Se l’obiettivo del politicamente corretto è non offendere nessuno, cioè evitare di dare della puttana a chicchessia, il politicamente corretto non basta. Non basta se tra di noi, maschi bianchi eterosessuali, continuiamo a pensare che le puttane esistano, anche se non è carino dirglielo in faccia, se continuiamo a commerciare con questa parola, a pensare che significhi qualcosa, se le lasciamo abitare la nostra testa, permettendole di classificare i comportamenti e inquadrare le persone. Non basta se non prendiamo coscienza che, come potremmo dire traducendo foucaultianamente il “warning” di Jessica Valenti, non è una parola ma un dispositivo di controllo. E a noi i dispositivi di controllo non piacciono, giusto?


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  1. MICOL

    8 settembre

    Complimenti! E’ un articolo ben scritto, mi ci ritrovo molto. Anch’io mi sono ritrovata nelle stesse situazioni e non sono riuscita a chiarire quello che pensavo, ma tu sei riuscito a esprimere tutto quello in cui credo. Le parole non sono “solo parole”, costruiscono il nostro mondo e la nostra visione di esso (evviva Wittgenstein, per gli amici Witty).

  2. Claudiof

    8 settembre

    In una società che produce schizofrenia e schizofrenici, chi usa queste bruttissime parole signora mia non fa altro che evitare di impazzire

  3. Paolo

    8 settembre

    io credo che il politically correct superata una certa soglia possa davvero portare a delle esagerazioni, il problema è che in Italia abbiamo il politicamente scorretto in assenza di una vera cultura del politicamente corretto..il politically correct è una prassi di matrice anglosassone, americana in particolare: l’hanno inventato loro quindi sanno quasi sempre come prenderlo in giro e giocarci vedi gli stand-up comedian da George Carlin a Bill Hicks fino a Sarah Silverman o a Lisa Lampanelli, tutta gente che in Italia (Paese in cui Luciana Littizzetto è considerata “irriverente”) provocherebbe non so quante interrogazioni parlamentari, proteste, accuse eccetera.
    Judith Butler non è la mia filosofa preferita, ma la sua proposta di contro-appropriazione delle parole offensive mi sembra più efficace di una denuncia che rischia sempre di apparire censoria (penso alle secondo me ingiuste polemiche di Spike Lee contro l’uso del termine “nigger” nei film di Tarantino ma è solo un esempio)
    quanto all’infame post grillino sulla Boldrini (collegato all’infame abitudine di dare della “puttana” a qualunque donna faccia o dica cose che non ci piacciono) penso che la miglior risposta è stata quella di chi, senza scandalizzarsi, ha risposto: “in macchina con la Boldrini? Va bene, basta che non guidi Grillo” (in riferimento all’incidente stradale causato da Grillo negli anni 80 in cui morì una intera famiglia)

  4. Antonella

    8 settembre

    Grazie! Che sollievo sapere che ci sono uomini con questa sensibilità superiore. Io estenderei il discorso anche a una consapevolezza maggiore che ci vorrebbe quando si declinano i sostantivi: non è uguale dire ministro o ministra, così come non è uguale dire maestro o maestra. È anche attraverso una giusta declinazione al femminile della realtà che si può cambiare la percezione delle cose.

  5. cHRIS

    8 settembre

    Bell’articolo, complimenti all’autore. Purtroppo son discorsi che in Italia sono anni luce avanti perché richiedono una sensibilità maggiore di “A BELLISSIMO, B MALE ASSOUTO” che in questo momento storico è praticamente inesistente. Per quanto siano orrendi i conservatori americani, almeno lì il discorso su questi temi esiste. In Italia neanche quello perché pure nelle file progressiste siam due cani ad affrontare quei temi e abbiamo quasi tanta opposizione e condiscendenza tra i nostri presunti alleati che tra i nemici.

  6. dario greggio

    8 settembre

    Io personalmente penso che dipenda dal contesto. Io uso parole colorite sia per scherzare che per insultare e, per esempio, ho sempre spiegato che uso “frocio” per insultare chiunque TRANNE che un gay. La “slut” è l’equivalente dello stronzo, ossia di persona cattiva di sesso femminile – niente a che vedere con le sue attività sessuali.

  7. Paolo

    8 settembre

    Dario Greggio, l’equivalente dello “stronzo” in inglese semmai è “bitch” che può essere tradotta in più di un modo a seconda del contesto.

  8. Cristina

    8 settembre

    Dario, sono sicura che i gay ti sono riconoscenti per il fatto che consideri il loro orientamento sessuale un insulto per chi non è gay.

    Quoto anche gli spazi bianchi di questo articolo, e butto nel mucchio anche la pratica di insultare un uomo paragonandolo a una donna e dandogli della femminuccia.

  9. Paolo

    8 settembre

    io però vorrei che si andasse al di là dello scandalo o del bersagliare la singola parola (che sia “negro” o “femminuccia” eccetera)

  10. riccardo

    8 settembre

    Scrivendo “dare l’un l’altro dell’imbecille” si chiamano in causa, offendendole, tutte le persone affette da imbecillità: http://www.treccani.it/vocabolario/imbecillita/
    Occhio anche a dare del cretino a qualcuno: http://www.treccani.it/vocabolario/cretinismo/
    Nell’articolo viene tirata in ballo anche la mistica ebraica, qualcuno potrebbe sentirsi punto sul vivo.

    Ah, il politicamente corretto…

  11. Selene

    9 settembre

    Mi spiace che non sia sviluppato meglio e di più il concetto di “dispositivo di controllo”. Sarebbe interessante vedere ad esempio come vengono utilizzate le parole dal potere in questo senso. C’è l’esempio di Grillo, ma penso non basti: bisognerebbe far capire a chi legge che l’uso di certe parole ci viene imposto proprio laddove pensiamo invece di sceglierle liberamente, e che questa imposizione ci condiziona, generando un certo tipo di comportamenti. Certo, forse ci vorrebbe più di un blog. Comunque grazie, molto interessante.

  12. Silvia

    9 settembre

    Paolo, te lo dico da bisessuale, che la parola frocio è offensiva nel momento in cui tu la usi come insulto (ovvero anche nel momento dello scherzo). Non è che se lo dici ad uno che credi essere etero allora va tutto bene. NO CHE NON VA BENE. Che c’è di male ad essere gay, lesbica, bisex, trans… Non ti rende meno umano esserlo o meno uomo (pare che sia così importante, mah). Così come la parola negro che viene usata appunto per offendere e denigrare. Sono parole che ormai si usano perché tanto, chi se ne frega? Mettetevelo in testa, non tutti sono etero, non tutti sono razzisti e non è brutto essere una “femminuccia”. Che poi non capisco perché voi uomini avete sta fissa che se uno è più “femminile” allora è frocio. E allora? E se è gay è un problema? No, mica col tuo culo, eh scusami. Dici che non bisogna farne una questione quando si usa la parola “femminuccia” ma ciò sottindente che si vuole denigrare il maschio al livello femminile. È questo sotto testo che ti frega, Paolo, ed è proprio questo che il femminismo combatte o cerca di combattere, dato che esistono ancora persone (troppe) che vanno gridando in giro alle “femminaziste” o che “il maschilismo e femminismo sono uguali io sono per la parità1!!1!1!!”. Aprite un dizionario e aprite la mente, poi ne riparliamo 🙂

  13. poimandres1525

    9 settembre

    Complimenti per la chiarezza e la linearità espositiva! Difficile che, parlando “metalinguisticamente” il discorso riesca a non avvitarsi su se stesso perdendo di vista l’obiettivo (concealing words, altro dispositivo di potere – altrettanto “positivo” – , direbbe Judith Butler) 🙂
    @SELENE: quello del “dispositif” è un concetto molto caro a Foucault, Deleuze, in seguito anche Agamben, CItton, “and so on and so on” (alla stessa Butler, e a certa linguistica)… io da qualche anno mi sto abbeverando alle fonti, se vuoi – e non hai già (nel qual caso mi scuso per l’ardire e la presunzione del consiglio) – approfondire!

  14. poimandres1525

    9 settembre

    Emorragia di senso e punteggiatra, perdonate (mancano – almeno – na virgola, tre puntini di sospensione e un participio passato) ;P

  15. Paolo

    9 settembre

    Silvia, personalmente non uso la parola “frocio” nei confronti di nessuno e non trovo nulla di sbagliato nell’essere gay (ma come ti viene in mente?), dico solo che se le persone gay vogliono rivendicare quella parola e usarla come gli afro-americani hanno fatto con “nigga” non vedo nulla di sbagliato, così come non vedo nulla di discriminatorio e pericoloso nei film di Tarantino che sono pieni di epiteti razziali e non solo.
    quindi prima di indignarmi davanti ad una parola offensiva o con una storia ingiuriosa dietro di sè voglio sapere chi l’ha pronunciata e in che contesto poichè un conto è “parola offensiva a scelta” detta da un politico razzista/sessista/omofobo in un comizio o detta a scuola per umiliare un/una compagno/a di classe, e un altro è la stessa parola detta da un attore in un film.

  16. Chiara

    12 settembre

    Credo che ormai in Italia i termini “troia”&company non siano più un modo di designare una donna sessualmente libera, ma semplicemente una donna che ha abitudini sessuali non condivise da chi le sta affibbiando l’epiteto. È per questo che “troia” ormai si usa sia per chi “la da a tutti” sia per chi “non la da”. Non si tratta di fare tanto sesso o meno, si tratta di non adeguarsi ad un concetto variabile e decisamente paternalistico di sessualità equilibrata.

  17. Giorgeliot

    20 settembre

    Caro Dario, il fatto stesso che tu usi “frocio” come insulto nei confronti di chi non lo è determina il fatto che per te essere “frocio”, e cioè gay, è qualcosa di connoato in modo negativo. Ed è ancora più grave.
    Anche i miei amici lo fanno (e poi mi chiedono se non mi sono per caso offesa, ma si sa, scherzano) e francamente più passa il tempo più lo trovo brutto, a prescindere dal reale rapporto che queste persone hanno con gli omosessuali.
    Questo articolo è davvero molto bello e valido, btw 🙂

  18. dario

    20 settembre

    Be’ la vediamo diversamente, tutto qua 🙂
    Come ho detto, “frocio” è un insulto per i macho e gli etero fuori stagione. I gay ci scherzano e/o lo usano tra di loro.

  19. chiara

    10 ottobre

    io una volta ho scritto nel commento ad un film che avevo guardato molti film “froci”. ci ho messo le virgolette. intendevo usare la parola in modo scherzoso, ma non come una che guarda dall’esterno, piuttosto come fanno (nei film l’ho visto fare) quei gruppi di omosessuali che si canzonano tra loro. oppure come quando un non omofobo scimmiotta il linguaggio degli omofobi…un tipo mi ha insultato più volte, non capendo. l’ho trovato bizzarro, perché di solito odio i cultori del politically uncorrect, odio l’intellettualismo ombelicale de “il foglio” e di altri come loro, detesto chi pretende di parlare schiettamente spiattellando solo la propria, miserevole e limitata “verità”- curioso pure che il direttore del Foglio, Ferrara, sia uno di quelli che dice che la verità non esiste.

  20. dario greggio

    10 ottobre

    perfetto Chiara, la vediamo allo stesso modo!

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