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Inequivocabilmente umana: Sue Tompkins e Life With...

Inequivocabilmente umana: Sue Tompkins e Life Without Buildings

con Marcello Newman

 

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Che le ristampe siano benedette. Grazie Nostra Signora delle Ristampe. Grazie Rough Trade per aver riportato alla luce Any Other City di Life Without Buildings. Grazie Universo. Grazie Sue Tompkins (per aver militato nella band ridendoci sempre un po’ sopra). Grazie alla Glasgow dei primi anni zero. Grazie a Marcello che mi ha consigliato questo disco.

 

Sono mesi che parliamo di Any Other City, Marcello ed io. Mesi.

 

Marcello: Il numero 4 e la lettera “f” si assomigliano. Entrambi crediamo che ci sia una somiglianza tra i Life Without Buildings e i Distanti. Cosa ne pensi?

Margherita: Sono arrivata a quel punto in cui mi sento abitata dalla produzione delle due band, tanto ho consumato i loro dischi. Le somiglianze, sì, ritengo di poter sfidare chiunque a negare tale evidenza. In prima battuta, parliamo di persone che hanno creato qualcosa che sembra precipitato nelle nostre camerette come un meteorite: irripetibile, affascinante, siderale e incandescente (e quindi arduo da maneggiare). In seconda battuta, ci troviamo di fronte a due casi dello stesso tipo di materia (che definirò sinteticamente emo), che ha al centro voci a tratti tremolanti che suonano esattamente come i nostri flussi di coscienza. In particolar modo, quei flussi di coscienza ossessivi che nella reiterazione di nomi e parole critiche arrivano ad acquisire ritmiche interessanti. E qui vorrei capire come (come ci sono riusciti?). In terza battuta, ci siamo noi intenti a bere del vino buono, dopo che tu hai rinvenuto un uovo di piccione. Zoomando sulle nostre cavità orali, diventa chiaro che stiamo tentando di dire la stessa cosa, ovvero che la produzione dei Distanti e di Life Without Buildings, a differenza della stragrande maggioranza di ciò che esiste a questo mondo, è energia nervosa totalizzante. Sono dischi che devi costringerti a smettere di ascoltare, perché magari hai anche cose da fare e gente da vedere e cibo da ingerire. E l’ascolto è totalizzante proprio perché non si riduce ad un semplice piacere uditivo o fisico. È difficile e, in una certa misura, fa sempre male.
Mi fa pensare ad una manciata di versi di Phil Elverum:

I have been told,
That my skin is exceptionally smooth
But what good is that?
When to get to my heart
You have to crawl through long tunnels of sharp rock

Sono quei tunnel attraverso i quali sai, fin dal primo istante, che passerai in ogni caso, perché non puoi fisicamente farne a meno, che si tratti di dischi, o “persone difficili” come dice Sue Tompkins in Sorrow. Almeno per me è così. Per te?

Marcello: Per me è 100% così. Non provo propriamente piacere nell’ascolto di Any Other City, così come non lo provo neanche con Enciclopedia. Cioè, magari provo anche piacere e magari mi ha aiutato a entrare in confidenza con questi dischi le prime volte che li ascoltavo, così come la bellezza fisica di qualcuno mi può aver portato a volerci scopare prima di conoscerle.

Sicuramente in arte uno può parlare di cose e/o farle vedere, ma la distinzione classica del show/tell non considera l’eventualità che un artista stia essendo. Sue Tompkins è il tunnel perché sta “essendo” in un modo così inequivocabile e inequivocabilmente umano.

Just tell me that you like me in the same sentence as a mountain side
(…)
Just tell me that you like me in the same sentence as a building

canta Jeffrey Lewis in To be objectified. La sintassi spezzata e ripetuta e ballata da Sue Tompkins è primitiva in un modo che la allontana dall’arte e la avvicina a essere una cosa. In questo senso credo si possa parlare più di testimoniare che di ascoltare.

Non credo che siamo abituati a testimoniare a un altro essere umano, nell’energia nervosa di cui parli. Quando succede nei dischi di cui sopra, l’ascolto/testimonianza è totalizzante. Quando si riconosce un altro essere umano nella vita, è amore.

Eyes like lotus leaves, no, NOT EVEN LIKE.

Dove si incontrano cose e parole?

Margherita: Ho pensato al modo in cui hai usato il verbo testimoniare. Ho tentato di ricordare situazioni reali nelle quali mi sono trovata: volevo quelle il cui svolgimento fosse ascrivibile allo stesso tipo di ascolto di cui parli tu. A posteriori, quelle sono tutte scene orribili: lì sono un essere disarticolato, che ha perso ogni desiderio di ritrovare una forma umana, e che ha paura di restare da solo in casa per più di mezz’ora. Di mio sono una persona che non parla a voce alta; spesso preferisco scomparire contro i muri, piuttosto che essere interpellata, se non mi sento del tutto a mio agio. Ma in quelle situazioni orribili ero qualcosa di completamente altro e, nella disperazione, mi sentivo quasi dimentica di interi lati della mia persona. La mia voce non era mia. Mi sentivo come una specie di ventriloquo e a tratti lo ero davvero, perché smettevo di provare vergogna nell’udirmi piangere per strada, ad esempio. Le persone che sono state con me in quel periodo avevano a che fare con una cosa, nel senso di “sintassi spezzata e ripetuta e ballata”, nel senso di persona inservibile e incapace. A distanza di anni, ho enormi problemi a scrivere di quell’oscurità, nonostante ne abbia bisogno, perché indurmi nuove scariche di quel tipo di energia nervosa mi renderebbe nuovamente instabile. La cosa che forse mi colpisce di più nell’ascoltare le registrazioni della voce di Sue Tompkins, è la fluidità con cui scivola dalla quiete a stati alterati. È sempre su quei passaggi che mi dico che dovrei smettere di ascoltare, anche se poi non lo faccio mai.

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Marcello: Mi fa strano che dici “la voce non era la mia”. Credo (in un modo molto irrazionale, quasi tipo la fede) che il nostro mondo pre-linguistico o linguistico in un modo non lineare, tipo quello della Tompkins, sia al riparo dalle cose brutte e fondamentalmente più sincero del noi culturale.

“Ricordo un aneddoto raccontato nella sinagoga maggiore di Roma, forse dal rabbino: tutta la comunità è unita in preghiera quando improvvisamente entra un contadino analfabeta e in mezzo a tutti comincia a urlare parole senza senso e versi animaleschi. La comunità è stordita ma il rabbino saggio dice di lasciarlo fare.
Non mi ricordo precisamente perché il rabbino saggio lo lasci fare, probabilmente non era tipo “Perché l’urlo del contadino analfabeta conteneva più verità della preghiera codificata e ritualizzata della comunità tutta” ma mi piace pensarla così.” (messaggio che ti ho mandato il 30 ottobre dell’anno scorso)

Siamo goffi perché il linguaggio è complicato e fondamentalmente impersonale. Lo possiamo usare, ma non siamo noi.

I’m an animal
You’re an animal, too

canta Neko Case. Sotto i nostri vestiti ci sono un sacco di cose oscure ma sono cose nostre. Forse toccherebbe parlarne con qualcuno che ne sa qualcosa eh ma io non credo che ci sia una cesura tra il noi verbale e noi animale. Credo che il noi verbale faccia grossi sforzi per incasellare e razionalizzare tutte quelle spinte contraddittorie che abbiamo dentro la parte animale di noi. Ci ricopriamo di linguaggio e di vestiti per rassicurarci con un’autobiografia e con una proporiocezione che siano coerenti e costanti. Credo anche che quello che mi attira della Tompkins è che non sembra sforzarsi troppo di farlo davvero.

Ecco

Sarà un trip mio eh però la Tompkins è una specie di monumento alla pace tra quelle due spinte. Se parlasse davvero da quell’oscurità non si capirebbe un cazzo ma non per questo non la mette in mezzo ogni tanto.

if i lose you
if i lose you
if i lose you
if i lose you
uh huh, uh huh, uh huh, mmm
if i, if i, if i, if i, if i
b-b-b-b-baby g g g, so g g g, you you you
if i lose you
if i lose you
uh huh, uh huh

Sia io che te viviamo quella dialettica come uno scontro (che secondo me in fondo è lo scontro tra un desiderio reale e un desiderio presunto). Secondo me lei no.


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  1. Michele B.

    24 Ottobre

    Ciao Margherita, come sempre sentirti parlare (o leggerti, vabbè) di musica è davvero stimolante.
    La discussuione mi ha fatto pensare a come, a distanza di anni, riesca ancora a ricordare con precisione assoluta il momento in cui ascoltai per la prima volta i Nirvana, ogni singolo dettaglio. In retrospettiva, “testimonianza” è la parola che non avevo mai trovato per descrivere quello che percepii (e che hanno percepito o percepiranno altre migliaia di ragazzini). Che poi è un po’ quella cosa per cui “punk rock changed our lives”.
    Bell’articolo, molto sentito, vedo di recuperare l’album. Bravi tutti e due 🙂

  2. Margherita Ferrari

    26 Ottobre

    grazie mille! poi fammi sapere se il disco ti è piaciuto! sono curiosa 🙂

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