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“She’s Not Me”: perché Lana Del Rey non è la...

“She’s Not Me”: perché Lana Del Rey non è la nuova Hope Sandoval

di Teresa Cannatà

La cannibalizzazione degli anni ’80 e ’90 è un fenomeno che sembra non aver fine. Elementi della cultura pop dei due decenni in questione vengono ciclicamente riportati alla luce, rievocati da chi li ha vissuti in prima persona e idealizzati dalle nuove generazioni. Stranamente questa furia da revival non ha interessato uno degli esperimenti musicali più interessanti dell’epoca, le sperimentazioni psichedeliche/folk/rock del movimento Paisley Underground. I loro ispiratori – i Dream Syndicate – non sono oggetto di venerazione su Tumblr, così come non lo sono altri gruppi che seguirono la scia di Steve Wynn e compagni. Unica eccezione sono forse i Mazzy Star, grazie al loro brano più famoso – Fade Into You – inserito in innumerevoli colonne sonore e diventato paradigma di dream pop.

Il nome del gruppo (il cui nucleo è formato da David Roback e Hope Sandoval) è tornato di recente alla ribalta grazie alla pubblicazione dell’album Seasons of Your Day, ma anche, inaspettatamente, in relazione alla reginetta del pop mainstream di questi ultimi anni, Lana Del Rey.
Molti critici musicali si sono affrettati a paragonare la “Nancy Sinatra gangsta” alla cantante dei Mazzy Star, nel frattempo diventata ancora più misteriosa e criptica di quanto non fosse nel 1994. “Lana Del Rey è la nuova Hope Sandoval!”, ha commentato entusiasticamente un amico dopo aver ascoltato per la prima volta il gruppo statunitense. “Forse ha ragione lui”, ho pensato, ma poi, riascoltando l’album So Tonight That I Might See, ho capito che no, non aveva ragione. Ecco perché.

1. Lo stile vocale. Apparentemente simile, in realtà le differenzia. Hope usa la sua voce caricandola di toni cupi e sognanti, mentre Lana oscilla tra lo stile girly (Lolita da Born to Die è un ottimo esempio) e quello da cantante jazz/lounge. Mentre mi è impossibile pensare al repertorio di Lana interpretato da Hope, è facile immaginare il contrario (suggerisco Seasons of Your Day e California, just in case).

Hope Sandoval

Hope Sandoval – live di Montreal, 2013

2. Lo stile musicale. Qui ogni paragone è indifendibile. Il dream pop dei Mazzy Star si regge su influenze country, psichedeliche e blues. A queste sono riconducibili l’inconfondibile suono della slide guitar di Roback e dell’organo Hammond suonato dalla Sandoval. Campionamenti, trionfo di riverbero, tocchi orchestrali ed elettronica soft dominano invece gli album di Del Rey. È pur vero che qualche eco anni ’70 si trova in Ultraviolence (mi viene in mente Pretty When You Cry, con un’apertura alla Hotel California), ma si tratta di un dettaglio.

Lana Del Rey (su Rolling Stone Magazine)

Lana Del Rey (su Rolling Stone Magazine)

3. L’immaginario. L’aggettivo “dreamy” sembra ormai essere un enorme ombrello sotto cui sistemare l’estetica da sirene, l’effetto flou di certi filtri Instagram, il revival vittoriano e i film di Sofia Coppola. In quest’ottica, Lana e i Mazzy Star sono parimenti “dreamy”, quando invece hanno alle spalle un immaginario completamente diverso. La musica dei Mazzy Star rievoca atmosfere contemplative, notturne, a tratti lisergiche, grandi spazi, il deserto, il mistero.
Atmosfere cinematografiche anni ’40/’50 e da noir contemporaneo sono invece un elemento distintivo della produzione di Del Rey, che vedo come una Julee Cruise-wannabe. Esempi di questa differenza sono i brani più ipnotici degli uni (Mary of Silence, So Tonight That I Might See e I’m Less Here) e quelli più cinematografici dell’altra (Shades of Cool, Born to Die e Video Games).

4. Le esibizioni dal vivo. Alcuni buontemponi hanno fatto notare su YouTube come l’esordio tv di Del Rey al Saturday Night Live nel 2012 sia speculare al debutto dei Mazzy Star al Late Night with Conan O’Brien nel 1994. Altro paragone indifendibile, a mio parere, ma le vie dei fan sono infinite. L’evidente impaccio nello show business è stato superato da Lana (a cui il brand britannico Mulberry ha dedicato una borsa, il che equivale ad una consacrazione), mentre Hope – si dice – soffra di ansia da palcoscenico, mal sopporti l’esposizione mediatica ed ami cantare in penombra.

Esiste una differenza tra provare un’emozione e rievocarla ed è questo, forse, il nodo della questione. Se avete ascoltato Utopia o Lovely Head dei Goldfrapp, non vi sono forse venute in mente le colonne sonore di Ennio Morricone o certi film di Roman Polanski? Il modo in cui canzoni del 2000 rievocavano produzioni molto precedenti era inquietante e insieme affascinante. Allo stesso modo, le canzoni di Del Rey rievocano il passato (Elvis, Frank Sinatra, Britney Spears o – proprio volendo – gli stessi Mazzy Star), ma l’emozione primaria data dalla voce di colei che si definisce “una ragazza di campagna” è un’altra cosa.


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