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Sono la ragazza della funeral home

Sono la ragazza della funeral home

Un film può folgorarti e per una vita intera non mollarti. Ma un film è un attimo nell’arco della vita di una persona. Immagino un film a me caro come una fotografia che posso riguardare ogni volta che ne ho il bisogno, per coglierne nuovi dettagli. Non mi sono mai sentita orfana di un film, però. So che posso rivederlo, la cosa non mi occuperà troppo tempo, e potrò poi continuare ad avere una vita socialmente funzionale senza struggermi per la mancanza di qualcosa nelle mie giornate.

Con le serie tv è però un’altra storia.

Uno dei tanti motivi per cui le serie televisive occupano un posto speciale nella classifica delle mie cose preferite è perché bisogna dedicarci tempo. Mi piace pensare che le ore passate assieme ad una serie tv siano simili ad una vita in compagnia di qualcuno. Ci si cresce letteralmente assieme. Per ore. Mesi. Anni – non per niente le chiamano stagioni.

Alla fine di una serie tv ci si sente come se fosse morto qualcuno che ami, e non potrai mai rimpiazzare. L’eredità di quello che hai appena vissuto sono i ricordi delle ore passate con quella serie, intrise della sensazione di aver ricevuto qualcosa di non meglio definito, un’ispirazione, forse una lezione di vita. Se poi la serie tv in questione è Six Feet Under, che gravita attorno alla vita di una famiglia americana che gestisce una funeral home, l’impressione è quella di aver frequentato un corso per corrispondenza sulla fragilità umana e la morte.

Mai mi sarei però aspettata che ruolo avrebbe avuto questo show nella mia vita.

Per merito/colpa di Six Feet Under, abito nella funeral home della piccola città americana dove mi sono trasferita qualche mese fa. Affittare un appartamento per brevi periodi in città piccine può essere un problema, ma qualche tempo prima del mio trasferimento, il mio futuro capo mi ha scritto per comunicarmi di aver trovato un posto per me. Fantastico! Ma l’appartamento si trova dentro una funeral home. Mi viene chiesto se penso che potrei adattarmi a questa sistemazione leggermente bizzarra. Dico la verità, ho fatto fatica a contenere l’entusiasmo. Ho accettato la proposta in preda ad una sorta di shock anafilattico da piacere serial-televisivo e sincronismo cosmico degli eventi.

La realtà ovviamente non è un telefilm, e i primi tempi sono stati a dir poco difficili. Complice la lontananza dall’Europa, e il fatto che in quest’immensa casa vivo quasi sempre in minoranza (morti 2/3 – vivi 1), ci si può davvero sentire degli intrusi.

Ecco dove abito

Ecco dove abito

Immaginate una casa immensa, con qualche cadavere al piano inferiore, dove gli interruttori per la luce sono misteriosamente mimetizzati nella carta da parati. Immaginate viverci da soli, fra mille sconosciuti scricchiolii nei muri, salvo gli orari di ufficio in cui qualcuno gironzola negli uffici. Le pendole del nonno che scoccano rintocchi agonizzanti ogni mezz’ora. Una bara in garage di tanto in tanto. Immaginate che se il telefono squilla, a qualunque ora, è per far riverberare in tutta la casa che qualcuno è appena deceduto. Immaginate che quando scatta l’allarme di allerta tornado in città – le delizie climatiche del Midwest! – tu devi fare in modo di ripararti nelle cantine dell’edificio nel quale ti trovi, che significa dover andare nei laboratori dove avviene l’imbalsamazione.

Aggiungete al tutto la straordinaria superstizione americana (“You know, we have ghosts here in town! Have you seen them already?”) e il fatto che ad Halloween ogni quartiere residenziale diventa un display della truculenta follia decorativa di questo paese – largo a scheletri, teschi, zucche ghignanti e simili! The more the merrier!

Mezzi di trasporto vari ed eventuali

Mezzi di trasporto vari ed eventuali

Ecco, avete un’idea. Ce n’è abbastanza per sopraffare anche gli stoici e gli amanti del diverso. Ho accolto quest’esperienza nella maniera più aperta e tollerante possibile, ma sono umana, e un paio di volte ho maledetto il mio tracotante entusiasmo nell’abbracciare situazioni assurde ai più, ma no, appetibilissime per me! Me la sono voluta, come si suol dire.

Ironici soprammobili

Ironici soprammobili

Gli archivi

Gli archivi

La svolta è arrivata un giorno, per caso. Ho fatto appello al quel telefilm a me tanto caro, e alla cosa più bella che mi ha trasmesso: un senso di normalità nei confronti della morte. Si muore, e nella nostra società questo momento così fondamentale, il gran finale della vita, assume contorni nebulosi e sussurrati. I bambini non vengono portati ai funerali “per non impressionarli”, e così facendo gli si toglie il diritto di salutare quella persona cara. Non gli si offre una chiusura. Non si parla abbastanza della morte, di quella banale, comune, non da rotocalco. I funerali in Italia ai quali ho preso parte avevano un tono sbrigativo e estremamente poco rappresentativo della persona appena morta. Chiesa, cimitero, e poi tutti a casa propria.

È un peccato, secondo me. L’orgia collettiva di lacrime, caos da impianto anti incendio, Lynyrd Skynyrd e risate goliardiche del film Elizabethtown è la cosa più simile a quello che vorrei lasciare a chiunque venisse a salutarmi per l’ultima volta. Avere lo spirito di voler ricordare una persona appena morta ridendoci su non è però affatto semplice.

Serve innanzitutto uno spazio adeguato dove riunirsi. In questo, gli americani hanno uno strumento in più. Non credo di aver mai visto una funeral home come la intendono negli Stati Uniti in Italia: un luogo neutrale, grande e dall’atmosfera familiare, dove raccogliersi per soffrire assieme (che fa sempre meno male), mangiare, fare visita alla persona defunta e celebrarla nella maniera che si ritiene più opportuna. Si fa tutto in casa, dall’imbalsamazione fino al momento in cui la bara viene messa nel carro funebre per andare al cimitero/crematorio.

Il mio appartamento si trova proprio sopra la sala del ricevimento: in maniera molto tenera mi è stato raccomandato di non fare rumore durante i funerali, ma la raccomandazione non è stata necessaria. Non avete idea del chiasso che un funerale di 200 persone è in grado di generare. Durante la visitation la casa è un viavai continuo di gente, e a volte mi sono trovata a chiedermi se quelle che sentivo provenire dal piano di sotto erano veramente risate o un’allucinazione auditiva. Il senso della condivisione di questo momento è forte perché si ha una casa dove sentirsi liberi di piangere in ogni angolo, sbriciolare biscotti e panini sulla moquette fra l’arrivo di un parente e l’altro, rievocando la vita di qualcuno. “Stai vivendo un momento particolare, tremendo e importantissimo, e puoi farlo come vuoi”, sembrano dire le stanze dedicate ad accogliere i visitatori. Certo in Italia ci si può riunire a casa di un parente, ma vi garantisco che non è la stessa cosa. Sei a casa di qualcuno. Una funeral home è invece pensata per essere il terminal delle partenze fra il prima e il dopo.

Il salotto

Il salotto

Parlando con il mio padrone di casa, scopro che tante persone negli Stati Uniti progettano il loro funerale con anni di anticipo. Un po’ per sgravare la famiglia in lutto dal peso di dover prendere decisioni triviali come il tipo di bara, i fiori e – dettaglio sul quale personalmente potrei risorgere e dare direttive dell’ultimo minuto – musica. Un po’ però per offrire un saluto spettacolare a chi ti ha voluto bene fino all’ultimo, e festeggiare la tua vita in maniera che ti rappresenti. Sarà anche vero che non hai potuto decidere niente per la tua venuta al mondo, ma trovo interessante che si possa mettere un accento proprio sulla partenza.

Inizio ad essere insofferente se non abbiamo ospiti al piano di sotto. Senza nessun funerale da preparare, l’atmosfera della casa si rarefà in uno stadio di attesa claustrofobico. Alla domanda che mi fanno tutti, “Ma come fai a vivere lì da sola?”, rispondo: “Non sono da sola”. È come quando si ha la sensazione che il proprio coinquilino sia in casa anche se si è chiuso dentro la sua stanza e non c’è alcun rumore: le scarpe in corridoio, qualche oggetto spostato in cucina. C’è qualcuno lì con te, ma non vuole essere disturbato. Tuttavia, ne avverti la presenza. Non ci sono i morti e i vivi qui, siamo tutti ospiti temporanei di un luogo, della vita in generale, e ci facciamo compagnia a vicenda in questo ultimo atto.

Realizzo che il posto dove sono è unico: è il luogo del gran finale di serie, e a me è stato dato essere un personaggio fisso per il finale di stagione di tante persone. Sono la ragazza della funeral home, l’ultima coinquilina dell’esistenza terrena, quella con la quale passano tutti gli ultimi giorni e notti prima di partire.

Nessuno vorrebbe che la sua serie preferita finisse, ma neanche che si prolungasse all’infinito, in una dimensione atemporale da soap opera, dove i personaggi non hanno più un’età credibile e saltellano su un campo minato di situazioni patetiche e irritanti. Nel finale di stagione si sta un male cane, perché una cosa meravigliosa sta finendo, e ti troverai da sola a fare i conti con quello che ti ha lasciato.

Tornerò in Italia fra due settimane, con un bagaglio emozionale decisamente in sovrappeso, un’eredità difficile da monetizzare alla dogana. Ironizzo spesso sul fatto che sarò l’unica (tocco ferro) ospite di questa casa ad andarsene da viva. Mi piace pensare di aver ricevuto un regalo enorme e complesso da quest’esperienza fuori dal comune, del quale apprenderò appieno la portata col tempo, attraverso lo svolgersi del mio show personale. Come quando da piccoli ci regalavano un giocattolo ancora non adatto alla nostra età, che avremmo però apprezzato nella stagione successiva, in quella a venire, e in quella a venire ancora. Come sempre, si finisce per amare un luogo proprio quando si è un procinto di lasciarlo, e la stessa cosa è successa a me, in una funeral home.

Eccomi qua. Una selfie di dubbio gusto

Eccomi qua. Una selfie di dubbio gusto


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  1. Luca B

    13 gennaio

    E’ molto interessante la tua riflessione sull’elaborazione del lutto nella tua esperienza italiana e nella tua esperienza statunitense. La condivido, perché ho sempre vissuto con disagio la nebbia che scende in Italia in occasione del rituale funebre. Ed è anche molto interessante che tu abbia trovato nella realtà americana degli spunti per “vivere” la morte anziché rimuoverla. Anche perché in six feet under, se non erro, si fa un confronto simile ma all’inverso, quando Nate esprime nei confronti del funerale americano delle critiche simili alle tue, sostenendo che il rito funebre in (sud) Italia sia più autentico e permetta di elaborare “davvero” il lutto.

  2. martina

    13 gennaio

    Sì ricordo bene quella puntata di Six Feet Under, era il funerale del padre di Nate, e la riflessione scattava nel momento in cui la madre di Nate veniva accompagnata in una stanzetta apposita per piangere “in privato”, scatenando la rabbia di Nate per l’artificialità della cosa. Bellissima la scena della sepoltura in cui finalmente la madre/moglie si lascia andare senza freni. Penso che i funerali che ho “origliato” siano stati un buon mix di esternazione/sollievo e contegno: la grande differenza la faceva spesso la storia della morte del deceduto. Alcuni funerali erano più “gioiosi” perché la persona morta aveva vissuto una lunga vita. Altri semplicemente strazianti e annientati, al punto che le persone non penso avessero nemmeno la capacità di esternare tutto il dolore che provavano.

  3. Luca

    10 febbraio

    Bella descrizione! Peccato lasci il senso di aver assistito solo al pilota!
    (potresti scrivere le altre puntate!)

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