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“La Pianista” di Elfriede Jelinek, un romanzo che ...

“La Pianista” di Elfriede Jelinek, un romanzo che tocca tutto

di Carlotta Majorana

I veri lettori sanno che ci sono molti grandi romanzi capaci di racchiudere in sé una vastità di elementi. Ci sono splendidi libri in cui trovi una trama potente, un linguaggio efficace, tematiche complesse e intrecci coinvolgenti. Ci sono poi alcuni romanzi eccezionali, formativi nell’accezione più ampia del termine, dove ogni singola parola entra a far parte di una sinfonia strabiliante, che trascende la trama, gli intrecci e il linguaggio e racconta qualcosa di unico, qualcosa dal carattere speciale e universale. Per me, uno di quei romanzi, è La Pianista di Elfriede Jelinek. Pubblicato nel 1983, La Pianista (titolo originale Die Klavierspieler) fece conoscere ad un pubblico più ampio un’autrice ancora molto difficile da catalogare.

Elfriede Jelinek non è solo una scrittrice, ma è anche una drammaturga, una musicista e una militante comunista, una donna ideologizzata e un’artista poliedrica e raffinata. Nei suoi lavori precedenti, come ad esempio Le amanti (pubblicato nel 1985), Jelinek aveva già toccato molti dei temi che sarebbero poi entrati a far parte di quella che considero – e chiaramente non solo io – la sua opera più importante. Li aveva trattati con ironia ma soprattutto con ferocia: aveva deriso e fatto a pezzi i miti della società piccolo borghese, patriarcale, ipocrita, retta da meccanismi di controllo e di oppressione che tutti sanno esistere, ma che tutti fingono non vedere (come l’elefante nel salotto); ipocrisie che si vivono tanto nelle mura di casa quanto fuori, in mezzo al mondo. Aveva ridicolizzato l’istituzione del matrimonio, della famiglia, aveva dato una ridimensionata anche all’amore, in tutte le sue forme, riducendolo a una prassi stereotipata e consolidata il cui esito resta sempre incerto. Ne La Pianista Elfriede Jelinek riprende in mano tutti questi temi e li tocca di nuovo tutti, li porta oltre il confine, oltre i limiti, e produce qualcosa di estremo e spericolato.
L’opera fece scalpore per la scabrosità della trama (talmente senza tempo da poterne trarre un film omonimo di successo anni dopo, presentato nel 2001 al 54° Festival di Cannes), per la sua terminologia esplicita e cruda, parte fondamentale di una sperimentazione linguistica audace che ha portato Jelinek a ricevere il premio Nobel per la Letteratura nel 2004.

La protagonista del romanzo è l’insegnante di pianoforte Erika Kohut, un’inquietante antieroina che si avvicina alla mezz’età. Per nulla emancipata, vive in un morboso double bind con la madre, dispotica e soffocante, una madre che pretende di riempire con la sua presenza ingombrantissima l’intera vita della figlia, scegliendo per lei i vestiti da indossare, le persone da frequentare, la carriera da intraprendere, monitorando i suoi spostamenti, il suo armadio e perfino il letto, un letto matrimoniale che viene condiviso da loro due. Erika non è mai in sintonia con il suo tempo, è stata paradossalmente trattata da adulta quando era bambina, blandita e spronata a fare sempre il massimo, una ragazzina adultizzata e forgiata da dure lezioni, alla quale viene poi impedito di comportarsi da adulta quando adulta lo è davvero, costretta ad essere per sempre una bambina brava, ma così brava da sembrare una donna. Non ci sono spazi nella vita di Erika, tutto ruota intorno alle sue lezioni e alle ambizioni imposte da una madre per cui niente è mai abbastanza, è tutto ad un livello troppo basso per sua figlia, compresa la figlia stessa, che viene costantemente ripresa e rimproverata per la sua incapacità di soddisfare le aspettative della madre. Il rigore che la madre le ha costruito intorno la ingabbia, non riesce a sottrarsi.

La vita di Erika è al tempo stesso vuota e straripante, cerca a qualunque costo una sua identità attraverso il voyeurismo e l’autolesionismo, entrambi vissuti come momenti di ribellione e di appagamento. In questa vita, nasce l’idea di un amore impossibile con un uomo molto più giovane, Walter Kemmler, un suo allievo, un oscuro oggetto del desiderio che si ritrova davanti senza che lei lo abbia cercato e senza avere la più pallida idea della catastrofe sadomasochistica che il suo arrivo provocherà nella vita della sua insegnante. Elfriede Jelinek sfugge al riduzionismo tematico e carica il suo romanzo ancora di più, con i suoi riferimenti alla società borghese austriaca, alla sua vanagloriosa presunzione di roccaforte culturale europea rimandando soltanto l’immagine di una stanza piena di ninnoli e di anticaglie in cui poche persone si ritrovano a farsi i complimenti a vicenda.

elfriede jelinek la pianista

L’autrice Elfriede Jelinek

Nella sua ricerca di un’identità indipendente, di essere umano e di donna, Erika reprime tutte le sue emozioni, perché quando non le reprime le tira fuori così come le vengono, attraverso dispetti, meschinità, violenza nei confronti di se stessa e degli altri. In questo senso, va menzionato l’episodio dei vetri inseriti nella tasca di una sua allieva che aveva visto chiacchierare con Kemmler. Una violenza, che ha anche il valore di uno sfregio per un’aspirante pianista (ed Erika lo sa, perché chiede a Walter Kemmler di percuoterla dappertutto, ma non “sulla testa e sulle mani”) che nasce da un sentimento miserabile come l’invidia, un sentimento che non si addice affatto a una bambina perbene, un sentimento di quelli che “mia figlia proprio no, poi è così brava!”, ma che in realtà tutti provano prima o poi, soprattutto da bambini, quando non si sa come decodificare certe sensazioni come la frustrazione, l’impotenza, l’insoddisfazione. Un gesto emblematico, che da solo racconta la donna-bambina Erika, cui hanno sempre detto che lei è la più brava ma deve fare ancora di più.

La storia non può avere un lieto fine, e infatti non ce l’ha. Non ce l’ha perché Jelinek non lo contempla, anzi, la sua è una descrizione minuziosa di eventi tragici e situazioni drammatiche, una fotografia in cui la volontà necessaria per mutare le cose è già venuta meno e le regole sociali sono predeterminate. È però una voce femminile che mi affascina, una voce controversa e contraddittoria che suona alle mie orecchie come un avvertimento. Attraverso Erika Kohut, Elfriede Jelinek squarcia il velo per tutte, rivelando quanto possono essere disastrose le conseguenze dell’assoggettamento al conformismo e della mancata autodeterminazione di noi stesse.


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  1. Paolo1984

    10 giugno

    Mi ostino a non considerare l’amore “una prassi stereotipata” ma ricordo di aver visto il film di Haneke tratto da la pianista e mi colpì molto

  2. Ilaria

    10 giugno

    Concordo con tutto il commento di Paolo. Ho molto amato il film tratto dal romanzo (tra l’altro apprezzo molto Haneke, il regista), che invece mi sono sempre rifiutata di leggere proprio per il noto ideologismo dell’autrice. Ultimamente l’ho rivisto e, pur trovandolo sempre un ottimo film, grazie anche alla meravigliosa Huppert, mi ci sono sentita lontana, mentre all’epoca mi ci sentivo proprio molto coinvolta emotivamente (forse perché all’epoca stavo con un fidanzato soffocante). Non do una visione così tranchant del personaggio di Erika (parlo del film). L’ho sempre vista come un’anti-Bovary: tanto Emma fantastica di trovarsi al centro della “buona società”, quanto Erika si allontana dall’ipocrisia del bel mondo; le fantasie di Emma sono convenzionali e conformiste, quelle di Erika sono individuali e antisociali; i desideri di Emma si basano su un’idea positiva del mondo e della società: salendo di posizione, facendo le esperienze giuste, la felicità è raggiungibile, tangibile; la visione del mondo di Erika è invece più che pessimista: direi disperata, o forse è già oltre la stessa rassegnazione, rasenta il cinismo. Eppure, in tutto ciò, Erika vive, lotta, cerca di ribellarsi attraverso le sue azioni, in solitario, anche se in negativo; Emma si immalinconisce, non mette in discussione la realtà e infine annulla se stessa non perché il mondo non è adatto a lei, ma perché lei non si sente all’altezza del mondo.

    Riguardo all’episodio dei cocci del bicchiere in tasca… chiedo il parere dell’autrice del post, di Paolo e di chi ha visto il film: potrebbe questo gesto essere spiegato come invidia, ok. E se invece, oltre alla competizione/invidia fosse un’espediente di Erika per evitare alla ragazzina (anche lei oppressa da una madre perfezionista che vorrebbe per lei una carriera pianistica di primo piano) il suo stesso destino? Inteso così, sarebbe da parte sua un gesto altruistico. Potrebbe esserci un misto delle due cose (invidia e altruismo).Che ne pensate?

  3. Ilaria

    10 giugno

    P.S. l’apostrofo è colpa del t9, perdonatemi! 😛

  4. Carlotta

    10 giugno

    L’autrice del post sono io, ciao. 🙂
    Premesso che questa è solo la mia personale lettura di questa opera meravigliosa, la recensione è sul libro, non sul film. Nel film mancano completamente i riferimenti all’infanzia e all’adolescenza di Erika, che invece abbondano nella prima parte del libro. In queste digressioni, vengono descritti numerosi piccoli dispetti che Erika compie ai danni di altre persone, anche perfetti sconosciuti [ad esempio, scalcia e pizzica le persone sull’autobus con lei senza farsi vedere, non risponde ad un passante che le chiede informazioni pur conoscendo la strada e simili]. Queste azioni sono il suo modo di sfogare la rabbia che è costretta a reprimere in casa, quindi escluderei l’altruismo come movente ai pezzi di vetro. Nel libro, peraltro, i sentimenti che la portano a rompere il bicchiere e a infilare i vetri nella tasca del cappotto della studentessa sono esplicitati: lei percepisce quella studentessa come una minaccia e contemporaneamente la disprezza perché non la considera alla sua altezza, quindi è doppiamente umiliante, per lei, una simile competitrice.

  5. Carlotta

    10 giugno

    Ah, un’altra piccola precisazione. Nel libro la ragazza è un’aspirante flautista, non un’aspirante pianista. Errore mio. 🙂

  6. Ilaria

    10 giugno

    Ciao Carlotta, grazie della risposta. In effetti nel film quello del bicchiere è l’unico “dispetto” che Erika commette, non sapevo che nel libro il fare questi dispetti/cattiverie le fosse abituale! Peccato, devo dire che la possibile ambiguità di quel gesto (nel film) mi piaceva 😉

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