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“L’esposizione del lenzuolo” di Maria Angela Capossela

di Isabella Barbon

Pasolini : Mi dica, lei pensa qui dalle vostre parti, che sia un grande disonore per una donna arrivare non vergine al matrimonio?
Contadino : Ah no… deve essere vergine.
Pasolini : Deve essere vergine?
Contadino : Madre di Dio…
Pasolini: Ah sì, e se una ragazza non arriva vergine al matrimonio che cosa… non si sposa?
Contadino : Non si sposa. […] Quando te la pigli te la pigli vergine, o niente. Non c’è bisogno che dire.

(Comizi d’amore – Pasolini, 1965)

Il 31 agosto si è conclusa la seconda edizione di SponzFest, il festival itinerante di musica, arti, film e folclore, fortissimamente voluto e diretto da Vinicio Capossela nella sua terra d’origine, l’Alta Irpinia, che ha visto coinvolti nove comuni di quei territori, lungo una tratta ferroviaria ormai dismessa. Ho trovato la programmazione molto interessante e varia e se non fossi stata coinvolta in un altrettanto folcloristico e pittoresco matrimonio siciliano nello stesso periodo, sarei senza dubbio andata a curiosare. Il festival ha avuto quest’anno come tema il “sogno del treno”, e con esso tutto quell’immaginario che ha a che fare con l’avventura, il confine, la frontiera, il paesaggio, la separazione, il cammino, l’attesa. Leggendo la programmazione, la cosa che mi ha colpito maggiormente e che poi da lì ho iniziato ad approfondire, è il lavoro di Maria Angela Capossela, artista e sorella di Vinicio, che si occupa della sezione SponzArti.

Già dalla scorsa edizione si è interessata al lavoro di recupero e rielaborazione di riti e tradizioni della cultura contadina, in cui il ruolo della famiglia era centrale e vitale, analizzandone tuttavia con particolare attenzione le spinte egemoniche esercitate sul mondo femminile. Tale attenzione l’ha portata quest’anno ad impegnarsi nella creazione collettiva di un “Monumento dell’attesa“, coinvolgendo le signore di quei luoghi nella realizzazione di una catenella all’uncinetto elaborata mentre alcune raccontavano della loro condizione di “vedove bianche”, donne rimaste sole a seguito dell’emigrazione maschile, vivendo un’intera esistenza di sospensione tra la vedovanza fittizia e la condizione di “spose di clausura”.

Parallelamente ha iniziato a lavorare ad un “Archivio delle corrispondenze di sposi separati dall’emigrazione“, assemblate grazie alla partecipazione della cittadinanza alla raccolta di materiali e documenti epistolari di promessi sposi o sposi separati dalla migrazione. Successivamente la trasposizione artistica della raccolta prevederà la trasposizione di frammenti delle lettere nei vicoli delle città dell’Irpinia, svuotati dall’emigrazione.

Mariangela Capossela

Maria Angela Capossela a Sponz Fest 2014

Tuttavia la mia attenzione al lavoro di quest’artista è stata catalizzata dall’intervento dello scorso anno allo SponzFest che si lega al tema del mese: il sangue. Il progetto si chiama “L’esposizione del lenzuolo” e fa chiaramente riferimento all’usanza, diffusa in passato nel meridione d’Italia, di esporre sul balcone dei novelli sposi il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte di nozze, per mostrare la “virtù” della sposa.

Nell’Agosto 2013 le donne della città di Calitri, guidate da Maria Angela, hanno partecipato ad una performance di colorazione collettiva di 400 lenzuola, che sono state poi installate-esposte nei vicoli della città, reinterpretando quella vecchia usanza con l’obiettivo di affrancarsene, usando tutte le sfumature di colore, tranne il rosso. L’esposizione del lenzuolo oltre a decretare la fine della verginità, costringeva la donna a limitare la visione della propria virtù a quest’unico aspetto. Il progetto collettivo, invece, ha trasformato catarticamente l’usanza mortificante ed umiliante della rappresentazione pubblica dell’intimità femminile (a cui viene associato il sangue), in un gesto dal potente valore simbolico, una festa del colore, reinterpretando un aspetto identitario senza abbandonarlo, ma ritrovandone la forza arcaica in una lettura attuale, lontana dall’imposizione bigotta e maschilista. “L’esposizione del lenzuolo” ha ricevuto nel Dicembre 2013, il Public Art Award 2013 per la sezione Urban screen e da tale esperienza, con la collaborazione della filmmaker Liliana Davì, se ne è tratto un cortometraggio.

Le lenzuola offerte dalle donne calitrane [via Facebook]

Le lenzuola offerte dalle donne calitrane [via Facebook]

Dai racconti e dalle interviste alle anziane del paese emerge come tale usanza fosse un tabù, un aspetto della vita coniugale appena nata di cui non si poteva parlare né fare domande. “La storia del lenzuolo, così come ci è stata tramandata, non era una vera storia, solo un racconto di poche frasi, che non spiegava ma generava immagini fantasmagoriche e terribili sulla prima notte di nozze e sulla fine della verginità.” Le parole delle protagoniste mescolano imbarazzo e divertimento nel ricordare quei momenti anche attraverso alcuni aneddoti come l’invadenza nella camera degli sposi della suocera che con delle scuse “andava a vedere”, le chiacchiere e le dicerie che animavano le discussioni.

Dalla voglia di riscatto della figura femminile nasce un progetto di grande impatto sociale, attingendo a piene mani dalla narrazione di vita delle persone, e da tutti quegli aspetti del “non detto” tipico delle culture contadine, ricche di simbologia e mistero.
Il senso di liberazione che se ne trae, anche solo leggendo di questa performance è per me altamente virale.

L’esposizione del lenzuolo di Maria Angela Capossela e Liviana Davì from Liviana Davì on Vimeo.


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  1. Ela P. (Poa)

    30 settembre

    se qualcuno ancora non lo sapesse, si tratta di un’antica usanza EBRAICA. Scritto in maiuscolo non perchè vuole essere offensivo, ma affinchè venga ricordato. Il meridione, soprattutto le isole e la Calabria, sono state marcate da una massiccia presenza ebraica (si stima fino al 40%), che apparentemente finì dopo i famigerati editti spagnoli di conversione forzata al cattolicesimo. Alcuni ebrei, pur di non andarsene, finsero di convertirsi. Ma ci furono anche conversioni sincere. Ciononostante, i costumi ebraici rimasero e questo ne fu un esempio.

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