Nel 2003 il giornalista statunitense David Lubin, in un articolo commemorativo per la morte di John Fitzgerald Kennedy, ha definito l’abito rosa e blu di Chanel, indossato dalla moglie Jackie Kennedy, come “il capo d’abbigliamento più leggendario della storia americana”.

nn_09bwi_dress_131115È indubitabile che Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis sia stata e sia ancora un’icona contemporanea, principalmente un’icona di stile e simbolo di eleganza. Per anni sono state esaltate la sua dignità e la sua compostezza, con particolare riferimento ai tragici momenti immediatamente successivi all’omicidio di Jack Kennedy, accanto al quale era seduta un attimo prima degli spari, così vicina da ritrovarsi l’abito Chanel imbrattato di sangue.

Il successo del mito Jackie Kennedy dipende da molti fattori. La sua figura si è sempre agevolmente prestata alla sovrapposizione con un’ideologia, con uno stereotipo largamente diffuso nelle generazioni femminili alto-borghesi del dopoguerra: quello della donna raffinata, con sensibilità e cultura artistica, composta nelle difficoltà, ma sempre assoggettata ad uomo, alla protezione offerta dal suo potere o dalla sua ricchezza, sempre seduta a schiena dritta in una subalternità ritenuta inevitabile.

In questo senso, la giovane età di Jackie al momento dell’elezione di Kennedy (32 anni) ha incoraggiato un atteggiamento vagamente paternalista nei suoi confronti, così come la sua eleganza (caratteristica virtuosa secondo canoni di genere predeterminati) ha favorito un’identificazione quasi totale della persona con l’immagine che rimandava.

Una simile rappresentazione simbolica non può che essere inautentica, poiché la sua funzione non è quella di dirci qualcosa sulla persona e sulla sua psicologia o sui suoi sentimenti, piuttosto è quella di sublimare desideri e aspettative di una società che si nutre di immagini rassicuranti seppure lontane dal quotidiano. Una scorciatoia mentale.

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Non è certo un caso che questa icona sia nata proprio nel momento in cui la dimensione massificata si andava affermando, tra gli anni ’50 e ’60, e che venga definita ancora adesso “senza tempo” da entusiasti apologeti, incapaci di riconoscere che ad essere senza tempo sono i cliché e che l’immutabilità non è affatto un indicatore positivo.

Quale sia stata l’effettiva responsabilità personale di Jackie Kennedy nella costruzione del suo mito è irrilevante, poiché questo interrogativo va a scontrarsi da una parte con il complesso rapporto tra media e politica, rapporto che in quegli anni si andava configurando come parossistico e inestricabile in tutti i paesi occidentali; e dall’altra con l’azione di una persona in carne ed ossa, orientata, tra le altre cose, da sentimenti intimi ma anche dal proprio interesse e da quello dei suoi figli.

Sarebbero infatti molti gli elementi reali che potrebbero mettere in crisi il mito. Alcuni hanno parlato di uno sconvolgente terrore nei confronti della povertà instillato nella mente di Jackie dalla madre (il padre, peraltro, era un alcolista), senza contare la presunta relazione con Robert Kennedy e il consumo di farmaci e droghe. Tuttavia, pare che nulla sia stato in grado di scalfirlo davvero.

Un interessante ritratto di Jackie Kennedy è stato offerto, nel 2002, dalla scrittrice Premio Nobel Elfriede Jelinek, in un monologo per il teatro intitolato Jackie, quarta parte di una pentalogia drammatica dedicata a varie figure femminili, raccolte insieme nel volume Der Tod und das Mädchen I-V. Prinzessinnendramen (“La morte e la fanciulla I-V. Drammi di principesse”).

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Elfriede Jelinek

Con il suo stile dissacrante, Jelinek mette in scena un monologo che si svolge idealmente in un Altrove non meglio specificato, Jackie parla della sua vita, degli anni della sua educazione e della sua formazione, delle dinamiche interne al clan patriarcale dei Kennedy. La narrazione non segue un ordine cronologico, non c’è alcuna contestualizzazione degli episodi, che vengono presentati come in un flusso di pensiero.

Jelinek individua immediatamente il nodo centrale della rappresentazione, quello esteriore, estetico, e identifica Jackie con i suoi vestiti. Le fa dire, con amara ironia, “Dei miei abiti si è parlato quasi più di me, e questo vorrà pur dire qualcosa! Gli abiti erano la mia scrittura. I miei abiti erano più personali delle mie parole, capite?”.

Nella didascalia d’apertura del monologo, l’autrice scrive:

Jackie dovrebbe entrare in scena con un tailleur di Chanel, penso (diversamente avreste proprio delle ottime ragioni!).

Nelle intenzioni di Jelinek, Jackie dovrebbe anche

trascinarsi dietro tutti i suoi cari estinti: i figli (d’accordo, l’embrione e i due bebè partoriti morti non sono così pesanti, ma in compenso gli uomini…), Jack, Bobby, Telis (‘Ari’), messi insieme fanno proprio un bel fardello, non è vero?! Dunque, come posso dire, quei morti se li deve trascinare dietro come in un tiro alla fune. O come un barcaiolo del Volga la sua barca. Non posso risparmiarvelo.

Questo perché la rappresentazione di Jackie non può che essere legata al suo status di vedova, essendo la moglie di John (“Jack”) Kennedy, ed anche la vedova del ricchissimo armatore Aristotele Onassis. Come moglie del Presidente, non può prescindere nemmeno dalla retorica nazionalista, molto sentita negli Stati Uniti, e neanche da quello di madre sofferente.

L’opera di Jelinek mira soprattutto a svelare i tanti inganni che, nell’immaginario collettivo, contribuiscono a creare un idolo, e non all’abbattimento dell’idolo stesso. Non c’è quindi moralismo, tanto meno stigma, piuttosto Jackie viene presentata come un prodotto culturale, come una specie di brand, e non come una persona.

L’obiettivo non è quello di restituire la memoria, quanto quello di smascherare un falso mito funzionale al mantenimento di un ordine palesemente sessista.

Il monologo è solo apparentemente privo di empatia nei confronti della donna Jacquline Bouvier, utilizzata come una maschera costantemente sacrificata a qualche causa superiore, una causa sociale e culturale di cui le persone sono accidentalmente protagoniste.