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Con Maria Antonietta, dalla parte delle ragazze

Con Maria Antonietta, dalla parte delle ragazze

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La settimana che si apre oggi è segnata dall’uscita di un disco che noi di Soft Revolution abbiamo atteso con non poca esaltazione: Sassi di Maria Antonietta.
Dopo averlo ascoltato in anteprima, abbiamo constatato che si tratta di un album marcatamente diverso dai precedenti, ma che al contempo suona con un punto d’approdo all’interno di un percorso organico.
Passata sotto l’ala de La Tempesta Dischi, Letizia ha avuto pieno controllo sulla produzione dell’album, giungendo così a realizzare quello che, a detta sua, è il disco che aveva sempre sognato.

Noi siamo davvero molto felici per lei e, per celebrare insieme l’uscita di Sassi, abbiamo pensato di farci due chiacchiere, discutendo non solo della sua produzione artistica più recente, ma anche di maturazione personale, femminismo e ricerca della felicità.

Partirei da qui: in una delle mail che ci siamo scambiate per concordare l’intervista, mi hai detto che l’assaggio del disco – il brano Ossa – che era in uscita in quei giorni era un vero e proprio inno alle ragazze. Mi potresti spiegare meglio cosa intendevi? In che senso diresti che la tua produzione artistica celebra la femminilità?

Sì, Ossa è decisamente un brano che nella mia testa suona come una specie di inno alle ragazze. È dedicato a quegli uomini che a volte ti hanno guardata con sufficienza e con una punta di disprezzo pensando che tutto quello che avevi costruito negli anni, con fatica e dedizione, non te lo meritavi affatto. E parlo non solo di lavoro, parlo di amore, di felicità. E invece penso che dovremmo avere molta più fiducia in noi stesse e molta più consapevolezza e saper dire “Io sono felice e me lo merito.” Direi che la mia produzione celebra per forza di cose il femminile nel senso che guardo le cose e le descrivo come una donna, e nella mia visione questa cosa ha un peso ed è bello che sia così.

All’interno di Sassi ritornano diversi temi e parole chiave già presenti dei tuoi due album precedenti, come la ricerca della Verità nel rapporto con gli altri e i rimandi al linguaggio e all’iconografia cattolica. A livello di suono, invece, mi è parso abbastanza diverso, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti. Mi potresti raccontare qual è stato il percorso che ha portato al raggiungimento del risultato finale che ora possiamo ascoltare su disco? Com’è stato lavorare con i ragazzi de La Tempesta Dischi rispetto alle tue esperienze precedenti?

A livello di suono il disco è diverso, è molto più sporco direi… è stato registrato dal bravissimo Andrea Vescovi in una casa ad Arcevia tra le montagne, è stata un’avventura a tutti gli effetti, sintetizziamola così. La produzione è stata curata da me, da Marco Imparato e da Giovanni Imparato, che sono due persone speciali e con una sensibilità estrema e che mi conoscono a fondo, per come sono davvero. Aver potuto lavorare con due persone che fanno parte della mia famiglia (Giovanni è il mio fidanzato, Marco è suo fratello) è stata un’esperienza in qualche modo mistica che ci ha portato pure a scornarci un bel po’, ma era perché tutti remavamo nella stessa direzione e sapevamo qual era il bene delle canzoni e volevano fossero proprio così come le puoi ascoltare. Nello specifico Marco ha arrangiato i brani e ci ha messo dentro tutto il suo cuore e il suo universo, un mucchio di note bellissime. Sono molto fiera di aver prodotto e arrangiato tutto il disco all’interno della mia domesticità, diciamo così; mi ha permesso di avere tra le mani il disco che avevo sempre sognato, che mi rappresenta in ogni sua singola nota, in ogni singolo movimento. Diciamo che ho maturato una consapevolezza maggiore rispetto al passato e pur prendendo l’esaurimento ho avuto il controllo su praticamente tutto… dall’artwork, alla produzione, ai video. La Tempesta mi ha lasciato carta bianca, ha detto solo “Ci fidiamo”. Wow. Grazie, dico loro solo grazie per la fiducia.

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Un altro aspetto che mi ha colpita del disco e che mi è parso una naturale evoluzione dal tuo primo album in italiano, è il modo in cui la dimensione religiosa della tua scrittura si è palesata anche nel suono di alcuni pezzi. Penso ad esempio a (quello che credo sia, correggimi se sbaglio) l’uso di riverberi cathedral sulla voce e alla presenza dell’organo. Diresti che vi sia stata un’evoluzione da parte tua nel modo di riferirti e citare la tua esperienza con il cattolicesimo? Come è subentrato nel corso della scrittura di Sassi?

Non ci avevo pensato a questo legame! Il riverbero che senti è un bellissimo Space Echo che sapientemente Marco Caldera, l’uomo speciale che ha mixato il disco, ha usato per molte delle voci. La mia era più che altro la voglia di sentire la mia voce dentro allo spazio infinito dell’Universo… ma in fondo l’Universo e Dio sono la stessa cosa, quindi è comunque una questione religiosa direi. La presenza di riferimenti a Dio è abbastanza costante, sì, ma perché Gesù ha un mucchio di cose da dire sempre, ma molte, la maggior parte molto fastidiose per me, perché veramente difficili da mettere in pratica, ma anche molto belle e molto forti, molto perentorie. Mi piace.

Dato che abbiamo la stessa età, devo dire che da quando ho iniziato ad ascoltare la tua musica mi sono sempre rispecchiata molto in ciò che scrivevi, forse alla luce di alcune esperienze comuni che abbiamo avuto. Rispetto ai dischi precedenti, Sassi mi è parso complessivamente illuminato da una certa positività, oltre che da uno sguardo più adulto sulla realtà (e non dico ciò implicando una critica ai vecchi testi, ma solo come un dato di fatto). Mi piacerebbe sapere ora se ti senti adulta oltre che a come ti relazioni alla tua adolescenza passata.

Sicuramente sono cresciuta, e ognuno di noi crescendo cambia un po’, migliora un po’… a volte peggiora un po’, ma comunque cambia. Direi che nel disco c’è un po’ di felicità, sebbene filtrata dai miei occhi, che vedono sempre un sacco di demoni dappertutto, anche quando non esistono. E quindi non so se sono diventata adulta: se diventare adulti significa diventare equilibrati direi che ho ancora sei anni. Se vuol diventare diventare felici, direi che sono sufficientemente adulta. Se mi guardo indietro, penso che tutto quello che ho detto e ho fatto mi ha permesso di diventare esattamente come sono ora. Anche se alcune cose mi sembrano milioni di anni luce lontane, penso che hanno avuto il loro senso, devono averlo. Altrimenti tutta quella sofferenza andrebbe sprecata e questo nell’economia dell’Universo non è concepibile.

Chiudo con una domanda su un argomento abbastanza sgradevole. Da ascoltatrice di musica attenta alle questioni di genere, mi capita molto spesso di captare discorsi aberranti sulle musiciste e sulle ragazze, a detta di alcuni imbecilli, oserebbero invadere ambiti considerati “maschili”. Tanto per citare un esempio a caso, di recente mi è capitato di trovarmi sotto il palco durante un concerto dei Fine Before You Came e di sentire un gruppo di tizi sulla ventina che apostrofavano in modo sgradevole delle ragazze che si erano piazzate davanti a loro, sostanzialmente mettendo in dubbio la loro capacità di resistere nel pogo o comunque il loro diritto di fruire il concerto da quella posizione.
Sfortunatamente so che anche su sei stata oggetto di critiche vergognose e, come spesso accade con le musiciste, capita che il tuo lavoro venga giudicato prima ancora di essere ascoltato con attenzione, solo perché sei una ragazza.
Volevo sapere se hai notato un aumento nei commenti sgradevoli ora che hai raggiunto una certa notorietà nell’ambito della scena indie italiana e, in generale, con che filosofia approcci la questione.

Purtroppo hai proprio ragione e non è retorica, né spiccio femminismo, né difesa di genere a prescindere: le donne sono ancora sottoposte ad una serie di pregiudizi eterni e clichés fortissimi. Tralasciamo gli uomini. La cosa più terribile e che mi fa soffrire è che questi hanno contagiato le donne stesse (solo alcune ovviamente) che talvolta li utilizzano per descrivere e criticare le altre; proprio quegli stessi clichés che alcuni uomini hanno inventato. Questa è la cosa più grave in assoluto. Mi auguro che tutte queste donne possano sentirsi sufficientemente libere dai pregiudizi e dai giudizi riduttivi da fare delle proprie vite quello che desiderano, senza paura. Credo che quando tutte potranno sentirsi realmente libere nel fare questo allora smetteranno di vivere quella triste frustrazione che le porta a formulare critiche ad altre donne che, invece, cercano di fare qualcosa della propria esistenza e tentano di essere felici – tutto qui – realizzando se stesse senza odio.
I commenti sgradevoli ce ne sono sempre (credo un po’ come per tutti gli altri/e). Questa società ha davvero una fortissima radice misogina e una radice di invidia che a volte mi spaventa, altre volte mi avvilisce. Ma ti dico la verità: il più delle volte mi fa pensare a quanto sono fortunata ad avere una vita così piena che non sento la necessità di dover distruggere gli altri. È un grande privilegio.


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  1. Francesca

    10 marzo

    Grande Maria Antonietta!
    Ho una sua maglietta con tanto di autografo e ne vado fierissima.

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