Solo una volta diventata più grande – quindi conscia di cose come gli stereotipi di genere – sono stata in grado di apprezzare quanto i libri di Bianca Pitzorno abbiano influenzato la persona che sono oggi, semplicemente offrendo delle protagoniste intelligenti, curiose, che non si fanno mettere i piedi in testa e non mettono da parte i propri desideri.

Poter rivolgere delle domande a una persona i cui lavori sono stati così importanti per la propria formazione è un’esperienza curiosa. Il mio punto d’arrivo è il suo punto di partenza?
“Credo di aver fatto per l’emancipazione delle donne più giovani molto di più di chi andava a fare girotondi in piazza sventolando il reggiseno,” dice l’autrice, spiegando di essersi sempre sentita e considerata una ‘femminista’, sebbene al di fuori dei movimenti.

Pitzorno pensa che il modo migliore di ispirare le ragazze sia quello di dare esempi di persone reali che si sono prese la libertà di fare quello che volevano: “Per esempio, Agatha Christie nel suo bel La mia vita a un certo punto dice esplicitamente: ‘ho vissuto una vita felice, ho fatto quello che volevo’. E con quell’aria di saggia matrona ne ha fatte davvero di tutti i colori!”

Non sarebbe quindi importante che venissero presentate più figure femminili importanti all’interno dei programmi scolastici, nei quali le donne vengono sempre relegate a un paio di paragrafi a fine capitolo?
“I programmi scolastici purtroppo rispecchiano la mentalità della società. Persino in casi eccezionali come quello di Marie Curie, la si presenta sempre come una ‘scopritrice in coppia’, mentre dei due Nobel, uno l’ha vinto da sola dopo che il marito era morto. A proposito, leggete il bellissimo Il libro di Blanche e Marie di Per Olov Enquist, che racconta la verità su questa grande donna, al di là delle melasse biografiche addomesticate, compresa quella scritta da sua figlia.”

Marie Curie non è un esempio a caso: la grande scienziata ha smesso da pochi giorni di essere l’unica donna presente per meriti propri nel Panthéon de Paris, famosissimo mausoleo dove vengono conservate le ceneri dei ‘grandi’ della Francia. Le due new entry del Panthéon sono Germaine Tillion and Genevieve de Gaulle-Anthonioz, eroine della resistenza francese durante l’occupazione nazista.

Saranno comunque solo tre donne tra settantadue illustri uomini francesi. “Purtroppo, di fatto, per le donne è sempre stato più difficile emergere,” dice Pitzorno, “Numericamente le ‘grandi’ sono di meno, non possiamo negarlo, anche se da un bel po’ li stiamo raggiungendo.”
“Se studiamo la storia, troviamo anche nell’antichità donne che hanno rotto tutti gli schemi e fatto cose eccezionali. Penso tra le più recenti ad Alexandra David-Néel, esploratrice (Viaggio di una parigina a Lhasa), a Lou Andreas-Salomé, Alma Mahler, e tra le antiche Christine de Pizan. Ma erano delle eccezioni troppo eccezionali per diventare un esempio realizzabile.”

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illustrazione di Marta Baroni

 

Le protagoniste dei suoi libri per ragazzi sono sempre state ragazzine avventurose e con le idee chiare su quello che volevano fare, una caratteristica che senza dubbio ha ispirato molte lettrici a fare lo stesso. Solo con l’occhio di un’adulta trovo strano che in Ascolta il mio cuore Prisca si dica pronta a un cambio di sesso pur di realizzare il suo desiderio di diventare un torero.
“Prisca che vuole cambiare sesso riflette una mia fantasia infantile,” spiega l’autrice, “Leggevo regolarmente una rivista che arrivava a mio padre, Tempo Medico, senza capirne un gran che. Mi aveva molto colpito un articolo su[lle persone] transgender e avevo erroneamente capito che si potesse cambiare sesso più volte, a piacimento, ‘secondo le necessità’. Come ipotizzerà molti anni dopo Ursula Le Guin in La mano sinistra delle tenebre, libro di fantascienza bellissimo che consiglio.”
“Non avevo ancora capito che quello cui aspiravo (e invidiavo) non era il pene, come avrebbe insinuato più tardi uno psicanalista, ma il ruolo, ossia la possibilità di fare cose ‘attive’, ‘avventurose’, allora concesse solo ai maschi.”

La differenza tra le cose concesse a maschi e femmine diventa un tema preponderante in Extraterrestre alla pari, in cui il/la protagonista appartiene a una razza aliena che non ha un sesso evidente fino all’età adulta. Ricordo l’ansia che mi mise addosso il capitolo in cui in cui Mo viene portat* da uno psicologo per determinare il suo sesso attraverso dei test; uno, ad esempio, analizza il suo modo di guardarsi le unghie. Io mi guardavo le unghie ‘come un maschio’, e non capivo come si facesse a determinare chi ero da un dettaglio così ebete. Non serve dire che il dibattito sui ruoli di genere e sulla transessualità è lontano dall’essere concluso.
“Che i temi da me trattati anni fa siano ancora dibattuti non mi dispiace. Per fortuna non sono stati liquidati da una regressione sociale ideologica che ha colpito molti altri campi. Certo, io speravo che certi pregiudizi fossero ormai stati superati per sempre, e invece mi trovo ancora a combattere perché la mia nipotina di quattro anni non sia educata come una ‘gnè gnè rosa confetto’.”

Mentre la sua famiglia cerca di tenere tutte le strade aperte alla povera bimba, è la pressione esterna a essere schiacciante: “L’invasione delle ‘principesse’ nei cartoon, in tutto il merchandising di giocattoli collegato, negli album da colorare, puzzle, canzoncine, vestiti quotidiani e da Carnevale eccetera: il mercato la vuole ‘rosa gnè gnè’. Lei per fortuna gioca da sola a fare la pediatra molto occupata col lavoro, che con un immaginario telefonino manda al diavolo un immaginario marito che la disturba dicendole che ha perso la strada per l’ufficio e le chiede informazioni stradali. Ma riuscirà a resistere?”

Bianca Pitzorno bambina era una lettrice accanita; è anche dalle protagoniste ‘attive’ dei classici che deriva l’ispirazione per le sue protagoniste. “Penso a Becky, che partecipa con Tom Sawyer all’avventura nella grotta (e gli mostra la pagina di un libro con un uomo nudo!), a Mary Lennox di Il giardino segreto, a Piccole donne, a Perrine di In famiglia… ed erano libri scritti a cavallo tra l’Otto e il Novecento. Poi c’era la mia passione, Bibi di Karin Michaëlis, protagonista di una serie che ha segnato le mie cugine maggiori, me e le mie coetanee. Bibi e le sue amiche erano straordinarie e meriterebbero di essere studiate nel dettaglio, così come la loro autrice, i cui libri furono bruciati in piazza dai nazisti.”

A ispirarla erano anche le ragazzine e le donne che conosceva: un modello incentivato negli anni Settanta quando la carriera di Bianca come scrittrice cominciava ad affermarsi. “Negli anni Settanta questo ‘riconoscimento della realtà’ è stato incoraggiato nei libri di juvenilia, non solo nei miei. Non proponevano modelli inesistenti a cui adeguarsi, ma ritratti realistici di ciò che stavano arrivando a essere le figlie delle femministe, e anche delle altre, semplicemente delle donne che lavoravano fuori casa.”

Cos’è cambiato quindi dagli anni Settanta a oggi? Perché la nipote di Bianca Pitzorno cresce circondata dal rosa e dalle cose ‘gnè gnè’, mentre le generazioni precedenti erano spinte all’autonomia e al seguire i propri desideri? L’autrice spiega che le bambine tutte pizzi erano già dappertutto nella produzione letteraria dalla seconda guerra mondiale in poi, moda poi scemata negli anni Sessanta-Settanta.
“Poi, nella seconda metà degli anni Ottanta, il ‘rosa gnè gnè’, con travestimenti moderni, è tornato a farsi largo, e non solo nei libri. Ricordo l’orrore di scoprire le uova di Pasqua con sorpresa ‘da maschi’ e ‘da femmine’, queste in genere gioiellini paccottiglia.”

Pitzorno dice di non poter valutare le conseguenze della quantità di letteratura ‘rosa’, improntata su temi romantici, che al momento rappresenta la maggior parte dell’offerta editoriale per bambine e ragazzine. “Per fortuna bambine e ragazzine sono più forti di quanto ci sembri,” commenta l’autrice, “Secondo me il pericolo consiste nell’inculcargli l’idea che si debba avere ‘per forza’ un amore, o almeno un partner, inghiottendo anche molti rospi pur di non rimanere sole.”

Quello che forse non sapete è che Bianca Pitzorno è stata parte della vostra vita da prima che cominciaste a leggere. Tra il 1990 e il 1994, c’era anche lei alle spalle del vostro programma per l’infanzia preferito, cioè L’albero azzurro. “Quello che avevamo ben chiaro fin dall’inizio era ciò che NON si doveva fare,” dice.
Quelle che apporta sono le stesse ragioni che rendevano il programma così appetibile rispetto all’offerta di altri canali: “NON seguire le mode del consumo (giocattoli, abbigliamento, alimentazione), ma suggerire un uso ‘corretto’ e spesso molto più divertente delle risorse, e informare su ciò che succedeva in quei campi nelle altre parti del mondo. NON favorire il divismo nei piccoli; per questo il referente del bambino non era un piccolo attore da prendere come modello, ma un ‘cucciolo’ di fantasia, l’uccellino Dodò. NON adultizzare i piccoli telespettatori suggerendo loro modelli di ragazzini o preadolescenti, ma rispettare le tappe di sviluppo della loro ‘piccola età’. NON usare il linguaggio sempre più ‘basic’ dei media, ma suggerire un vocabolario ricco e ‘saporito’, compito che si assumeva Roberto Piumini scrivendo ogni giorno un racconto, una filastrocca e il testo di una canzone.”

La direzione del programma cambiò improvvisamente quando Letizia Moratti diventò presidente RAI; il programma venne spostato a orari in cui i bambini non potevano seguirlo con un adulto, ma dovevano guardarlo da soli – l’opposto dell’intenzione originaria degli autori. “Come mai? Perché tutta l’equipe si era rifiutata di cedere i diritti del pupazzo Dodò perché ne fossero fatti dei giocattoli di peluche da mettere in vendita. Per noi Dodò era il ritratto a specchio del bambino che ci guardava e non volevamo che passasse l’idea che un bambino potesse essere venduto e comprato perché famoso. Perché ci eravamo rifiutati [anche] di lasciar interrompere il programma, o di mettervi subito prima o subito dopo pubblicità di giocattoli o cibi per bambini. Ci sembrava assurdo suggerire di giocare creativamente con le vecchie scatole di scarpe, o preferire pane e marmellata alle merendine industriali, e poi due secondi dopo proporre consumi di genere totalmente diverso. Poiché il programma nei primi anni aveva ottenuto molto successo e il suo era richiestissimo dalla pubblicità rivolta ai bambini, il nostro rifiuto è sembrato una pazzia e ce l’hanno fatta pagare.”

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Illustrazione di Marta Baroni

Nonostante i suoi ‘scontri’ con il consumismo e le mode, Bianca Pitzorno spiega che, con l’eccezione di Tornatràs, i suoi non hanno mai voluto essere libri di denuncia, ma “storie di persone, di relazione tra le persone, assolutamente NON di attualità, ma ambientate naturalmente nel tempo in cui vivevo e vivo.”
Quanto sarebbe difficile ambientare un libro come Clorofilla dal cielo blu, che parlava di inquinamento atmosferico già nel 1975, al giorno di oggi? Sarebbe possibile? “Il cambiamento climatico mi spaventa, ma non saprei come ambientarci una storia. Dovrei parlare di economia, di strapotere delle multinazionali, del protocollo di Kyoto rifiutato dall’America di Bush, di saccheggio dell’Africa, delle miniere di rame e di coltan diventate così indispensabili per i nostri marchingegni elettronici, dell’uso di piante alimentari per ricavarne invece energia… Ne verrebbe un trattato, amarissimo e sconsolato, di politica economica, non una bella storia. Lascio che lo scrivano altri.”

Il nostro tema del mese – alberi – tratterà proprio del nostro rapporto più o meno conflittuale con la natura e l’ecologia. Bianca Pitzorno si è ispirata alle case arboree viste al cinema (ad esempio in Tarzan) per il suo libro La casa sull’albero, ma dice di non avere il pollice verde. “Sono una cittadina irriducibile. Non vivrei mai in aperta campagna e nemmeno in periferia. L’ideale mi sembra quello che finalmente mi sono potuta permettere in età avanzata: un giardinetto privato, al piano terreno di un condominio in centro, abbastanza piccolo da poterlo curare da sola senza aiuto di giardinieri. C’erano i soliti alberi da frutto dei giardinetti mediterranei: arancio, limone, nespolo, kaki, e sui muri qualche rampicante. In una frenesia botanica ho voluto riempire tutti gli spazi liberi piantandoci alloro, melograni, fichi, oleandri, corbezzoli, mirti ecc… senza calcolare che se c’era posto per i tronchi, crescendo le chiome si sarebbero intralciate a vicenda, togliendosi reciprocamente la luce. Ho piantato anche senza saperlo piante velenosissime, rose così fitte di spine che non ci si può avvicinare. Adesso ci vorrebbe l’intervento di Mary e Colin de Il giardino segreto. Comunque ho scoperto che anche se non gli sto dietro, come per esempio quando viaggio a lungo e non ci va nessuno neppure per innaffiare, il giardino in qualche modo si autogoverna, si riequilibra, torna un po’ allo stato di macchia mediterranea in piena città. E per me va benissimo così.”

Nella casa sull’albero di cui sopra vivono Bianca e Aglaia, la cui amicizia è solo uno dei tanti rapporti “al femminile” presenti nei libri di Bianca Pitzorno, come quello tra le protagoniste di Ascolta il mio cuore o tra quelle di Speciale Violante.
Quando ho annunciato alla redazione che l’avrei intervistata, le risposte che ho ricevuto dalle mie colleghe andavano dall’isterico all’esaltato. Quello che unificava le nostre esperienze era l’aver condiviso le sue storie con le nostre amiche – amiche strette e fedelissime, proprio come quelle che si trovano nei romanzi dell’autrice. Le donne sono spesso presentate come belligeranti e pronte a pugnalarsi alle spalle, mentre dai suoi libri emerge con forza il concetto di solidarietà femminile, che noi cerchiamo di applicare nella vita di tutti i giorni.

“Quello delle amiche invidiose è uno stereotipo molto funzionale al potere maschile, per cui vale sempre l’antico ‘divide et impera’,” osserva Bianca Pitzorno. “Anche qui mi sono basata non su modelli da proporre, ma sulla mia esperienza. Sono stata fortunata? Con le donne che ho frequentato ho sempre avuto rapporti solidali e spesso molto affettuosi. Conservo amicizie (femminili) nate sui banchi delle elementari, sui primi luoghi di lavoro… Mia sorella, minore di me di nove anni, è cresciuta circondata da quelle che mia madre chiamava ‘le tue scudiere’, fedeli fino alla morte. Una mia nipote, ragazzina un po’ timida, incede nella vita aiutata, difesa e sostenuta da quelle che noi chiamiamo ‘le nove amazzoni’… La rivalità femminile, tipo ‘Eva contro Eva’, per fortuna non fa parte della mia esperienza.”

Nella mia mente non c’era dubbio che i suoi libri fossero stati criticati da chi invece sposa la mentalità del ‘divide et impera’. Mi sbagliavo: “Forse sempre perché i libri per i più giovani si giudicano dal successo ma non si leggono, […] pensando che siano tutti e sempre ‘educativi’ secondo i loro canoni. Poi, quando per caso scoprono di cosa parlano, apriti cielo! Ho avuto molte critiche su Tornatràs da parte ‘politica berlusconiana’, paginoni di accuse e messa al bando dai giornali di Mediaset. Ma sui ruoli femminili niente.”

Le critiche su questi temi sono invece arrivate da chi in teoria stava ‘giocando in casa’. “Per le mie bambine cosiddette ‘intraprendenti’ (non è una definizione mia) ho ricevuto stranamente critiche solo da sinistra, e precisamente da Marcello Argilli, compagno di una femminista storica, che mi accusava di fare ‘femminismo di piccolo cabotaggio’, critica alle ‘piccole cose di ogni giorno’ piuttosto che ai grandi temi filosofici, tipo il potere, il patriarcato…”

“È importante porsi ‘grandi problemi filosofici’, ma la necessità di questa riflessione nasce inevitabilmente dai piccoli dettagli del quotidiano. La pratica dello schiavismo richiedeva certo profonde riflessioni sull’uguaglianza, la dignità umana. Ma come prima cosa agli schiavi bruciavano le frustate, le catene, le poche ore di sonno, l’essere messi in vendita su un palco in piazza, ‘piccoli’ dettagli del loro quotidiano, piccoli e intollerabili.”

Ha qualche parola da spendere anche per le sue lettrici ormai cresciute, che si trovano ad affrontare ostacoli piccoli e grandi, non raramente legati al proprio genere. “Appartengo a una generazione che aveva un forte senso di responsabilità e sapevamo che le conquiste si dovevano pagare, anche a costo di sacrifici. Anche a costo di solitudine e disprezzo. Piagnucolare non serve a niente. Lottare è necessario. Mi piace il vostro ironico sottotitolo: MAI, MAI, DARSI UNA CALMATA.”

 

Le letture consigliate da Bianca Pitzorno:
Agatha Christie, La Mia Vita
Alexandra David-Néel, Viaggio di una Parigina a Lhasa
Alexandra Lapierre, Fanny Stevenson: Muse, Adventuress and Romantic Enigma
Frances Hodgson Burnett, Il Giardino Segreto
Hector Malot, In Famiglia
Karin Michaëlis, Bibi
Louisa May Alcott, Piccole Donne
Mark Twain, Tom Sawyer
Per Olov Enquist, Il Libro di Blanche e Marie
Ursula Le Guin, La Mano Sinistra delle Tenebre