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Insegnare il rischio del disordine

disordine

Illustrazione di Robert Mancini

Me lo sarò sentita ripetere centinaia di volte: “Metti in ordine le tue cose!”, “Impara a tenere in ordine la tua stanza”, “Questo quaderno è così disordinato!”, “Non puoi fare tutto così in ordine sparso”. Forse ero una ragazzina terribile, forse ci siamo passate tutte: una mattina ti alzi e non sei più una bambina “piccola” e devi incominciare ad apprendere le arti della precisione, della costanza, della responsabilità e dell’ordine.

Perché parte tutto da lì, dalla contrapposizione fra una cameretta piena di giocattoli e di fogli di disegno appesi secondo un criterio del tutto casuale, e la cartella della scuola con i quaderni ben riposti che altrimenti “fanno le orecchie”, l’astuccio con i pennarelli separati da biro e matite. Dalla “cameretta allargata” della scuola materna al banco di scuola. Tutti in fila indiana che suona la campanella.

Il mio primo giorno di scuola avevo un aspetto assai disordinato. Il grembiule bianco (sì, ho fatto le elementari del libro Cuore) già stropicciato, la cartella troppo grande, l’aria derelitta. Non sapevo stare seduta composta con le “braccia conserte”, non sapevo riporre in modo ordinato il materiale scolastico. Più proseguivano i giorni e più la situazione peggiorava: i miei quaderni avevano le orecchie, quando cancellavo provocavo quasi sempre un irrimediabile buco nel foglio, la mia calligrafia era sghemba e disomogenea, la mia condotta decisamente non esemplare.

Per cinque anni sono stata la bambina che faceva le cose “alla rinfusa”, quella che pur di finire in fretta il compito assegnato e dedicarsi a qualcosa di più divertente agiva in modo “grossolano”, quella che non seguiva alla lettera le istruzioni impartite per realizzare il lavoretto durante l’ora di arte, ma applicava con zelo un suo personale (e discutibilissimo) criterio estetico alle creazioni. Cinque anni durante i quali la mia immagine di ragazzina disordinata si è consolidata in modo quasi irreversibile: per maestre, genitori e parenti tutti ero quella inaffidabile e gli sguardi costernati all’ennesima nota da firmare sul diario me lo confermavano almeno a cadenza mensile.

Così il primo giorno di scuola alle medie ho fatto una promessa a me stessa: sarei diventata una studentessa inappuntabile. Quaderni ordinati, consegna dei compiti in orario, mai una chiacchiera durante le lezioni e nessuna fonte possibile di distrazione nello zaino. La mia camera pian piano ha incominciato a rispecchiare questa estrema ricerca di ordine: rigore nella sistemazione dei cassetti, nessun poster appeso malamente, ogni cosa a suo posto e un posto per ogni cosa. Anche la routine quotidiana lentamente ha assunto un suo ordine: sveglia, scuola, pranzo, compiti, un’oretta di svago, cena, breve lettura, sonno. E andava bene a tutti! Per una volta nessuno poteva lamentarsi di come gestivo il mio tempo e i miei spazi. “Sua figlia è molto matura e responsabile”: un trionfo.

Andava bene a tutti, ma non a me. Con l’ingresso alle scuole superiori i miei interessi, un tempo assai fervidi, avevano iniziato a perdere linfa vitale: non avevo tempo per “il resto”, perché la scuola e lo studio erano tutto. In fondo mi ero anche dimenticata perché mi ero iscritta al liceo classico. Presa dalla ricerca della perfezione nella traduzione dal greco o nell’analisi de I promessi sposi non riuscivo più a trovare nella lettura quel piacere gratuito da pura evasione che mi aveva motivato nella scelta. Anche perché il piacere, si sa, non è ordinato e nella vita “prima il dovere e poi il piacere”, se rimane tempo.

Poi un giorno il disordine è entrato in classe e aveva l’aspetto della supplente di lettere. Per lei non esisteva la lezione che “si doveva seguire”, ma la lezione che si poteva seguire o altrimenti “cercate di non fare confusione”, non esisteva il “appena entro tutti seduti in silenzio al posto” ma un più democratico “incominciamo”, non esisteva il “siete obbligati a leggere per forza il libro di lettura assegnato, ma un “cosa vi piacerebbe leggere? Faccio delle proposte…”.

Se succedeva qualcosa di rilevante nel mondo non partiva in quarta spiegando l’episodio di Ulisse nell’Inferno di Dante e i temi “liberi” raramente erano “fuori tema” o troppo “creativi”. Non si affannava a seguire con ordine il programma ministeriale, ma si concentrava sul trasmettere qualcosa assieme ai contenuti, passioni e non solo nomi, titoli e figure retoriche. Ed è stata una boccata d’ossigeno. Per un anno intero ho ripreso a fare italiano con piacere, a leggere per passione, a vedere film che di tanto in tanto ci suggeriva fra le righe in classe. La stanza era meno ordinata e ho concesso ai miei interessi un minimo spazio vitale per poter crescere.

Danny De Vito nei panni di Bill Rago, nel film "Mezzo professore tra i marines"

Danny De Vito nei panni di Bill Rago, nel film “Mezzo professore tra i marines”

Poi l’anno è finito e sono tornati i discorsi “funzionali”: studiare per avere un punteggio alto alla maturità, per poter poi fare i test d’accesso, mantenere un “decoro” nel vestire e nel comportarsi senza voler fare troppo gli “alternativi” che alla gente non piacciono e poi si fa una cattiva impressione. Niente colpi di testa, ma programmazione e organizzazione.

Perché l’ordine è efficienza, l’ordine è funzionale al sistema in cui viviamo; la costante preoccupazione per l’ordine, l’opportuno, il decoroso ci impedisce – fondamentalmente – di porci delle scomode domande sul nostro essere realizzati, completi, soddisfatti di ciò che siamo, sul nostro essere felici. Quando però incontriamo qualcuno che scompiglia, anche solo per un attimo, l’ordine perfetto in cui crediamo di essere destinati a vivere, il dubbio si insinua e con il dubbio la voglia di vedere che cosa succede se si spezza, per un secondo, quell’ordine che sembra da sempre fissato. E forse è questa la vera differenza fra far imparare ed insegnare.


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  1. margherita b

    19 settembre

    ho pianto. solo un pochino

  2. Arazatah

    20 novembre

    @Margherita B, ahah, anch’io…
    Bellissimo articolo, grazie. Mi ha fatto davvero capire moltissime cose

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