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Hell is a Teenage Girl: l’innocente, terribi...

Hell is a Teenage Girl: l’innocente, terribile Persefone

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Illustrazione di Nataša Ilinčić

Illustrazione di Nataša Ilinčić

C’è una fanciulla, caviglie sottili, che gioca in un prato fiorito. Una cosa terribile sta per accaderle e lei non avrà alcuna scelta, griderà il nome del padre e il padre non l’aiuterà. Oppure c’è una donna, terribile e altera, che regna sul mondo dei morti. Ispira reverenza e terrore, ha il potere di maledire gli ingiusti e al suo volere non ci si sottrae. Quale storia volete ascoltare? Forse non c’è bisogno di scegliere: Persefone, la dea greca dell’oltretomba, è assieme fanciulla e regina e noi oggi parliamo di lei.

La storia della fanciulla potrebbe sembrare semplice. È una vittima ignara, una pedina nel gioco degli dei più potenti. Mentre coglieva fiori in un prato assolato, la terra si apre sotto di lei e ne esce Ade, il signore dei morti, che la rapisce mentre lei lotta e grida, perché questo è il volere di Zeus. Sua madre Demetra, una dea potentissima, tra il dolore e l’ira lancia una carestia sulla terra, costringendo Zeus a ordinare che le sia restituita la figlia. Ma Ade forza la fanciulla a mangiare un seme di melograno, e si sa che chi mangia il cibo dei morti è condannato a restare con loro. Il compromesso, allora, sarà che la fanciulla trascorra metà anno nel mondo dei vivi, portando la primavera e la vita, e l’altra metà nel mondo dei morti, dove regnerà come sposa di Ade. Pochissime volte, in questa storia, viene chiamata Persefone; lei è Core, la Figlia per eccellenza.

Meno nota è la storia della regina, forse perché è racchiusa soltanto nei nomi. Non sappiamo da dove venga, chi siano la madre e il padre. Sappiamo però che viene chiamata terribile, nobile e pura, che ha il potere di avverare le maledizioni e che controlla le anime dei morti. Sarebbe facile pensare che lei sia il futuro della fanciulla rapita da Ade, ma la verità è che semmai è il contrario: di Persefone terribile, la regina dei morti, abbiamo notizia nell’Iliade e nell’Odissea (1), ovvero le più antiche testimonianze che ci siano giunte della cultura greca, ma lì di Core innocente non c’è ancora traccia. È il culto di quest’ultima a diventare il più celebre, unito a quello per la madre Demetra; è il suo mito di certo il più famoso, com’è narrato nell’Inno omerico a Demetra. Eppure, al suo arrivo la regina c’era già.

Il mito non è mai monolitico, però, e sarebbe difficile che due lati di una divinità così diversi tra loro siano stati l’uno accanto all’altro senza contaminarsi. Così, nell’intersezione tra la fanciulla inerme e la regina terribile, se si guarda bene si scorge un’ultima storia.
Nell’Inno omerico a Demetra, infatti, l’episodio in cui Core mangia il fatidico seme di melograno viene narrato due volte di seguito, in modi significativamente diversi: la prima volta il cantore dell’inno lo racconta in terza persona (2), mentre la seconda volta cede la parola alla viva voce del personaggio Persefone, in un discorso diretto in cui è la dea a parlare per sé (3). A noi che leggiamo l’Inno oggi il cambio di voce può sembrare poca cosa, ma nell’esecuzione orale per cui questi poemi sono stati concepiti i cantori avevano capacità mimetiche immense, e al pubblico, che si abbandonava totalmente all’ascolto, doveva sembrare davvero di ascoltare la voce della dea.

Ora, nella versione cantata dal poeta in terza persona, quando Ade acconsente a lasciare andare Persefone le sorride, al contempo, offrendole poteri enormi. Lei è felice, finalmente – perché può tornare dalla madre, sembrerebbe. Così Ade le dà il seme del melograno, ma la scena narrata non ha traccia di violenza; anzi. Il poeta ci dice che Persefone, qui definita “intelligente, scaltra, saggia”, riceve il seme di melograno di nascosto e torna dalla madre, si getta tra le sue braccia, è felice davvero. Demetra le chiede se ha mangiato qualcosa e, a questo punto, il cantore smette di riferire i fatti dall’esterno e lascia parlare in prima persona la dea, che racconta, sorprendentemente, una versione diversa da quella appena ascoltata; una storia di violenza, in cui Ade l’ha costretta a mangiare con la forza.

L’esito dell’episodio è lo stesso, ma le ragioni della discrepanza tra il racconto del poeta e quello di Persefone rimangono oscure. Potrebbe essere, da un lato, che l’Inno tramandi due percezioni diverse e antitetiche, una femminile, che vive la violenza sul proprio corpo, e una maschile che la vede da fuori e la interpreta, la addomestica, la tace. Così, quando a Persefone viene restituita la voce per parlare in prima persona lei esprimerebbe, finalmente, l’abuso subito, mentre il poeta, che condivide le ragioni di Zeus, non si sarebbe curato di narrarlo.

È anche possibile, d’altro canto, che non vi sia contraddizione e che, semplicemente, Persefone scelga a quali eventi dare voce e quali riplasmare, per indirizzare a piacere la sua storia. E, se mi concedete di applicare categorie psicologiche a un personaggio del mito – procedure metodologicamente scorrette mode: on – mi verrebbe da dire che, in questa seconda lettura, Persefone semplicemente sia cresciuta. Demetra la ama, è sua madre, e lei non vuole ferirla; però quel seme di melograno – rosso, dolce, inebriante – lei l’ha mangiato per scelta. Perché, se non ha potuto essere artefice della fine della propria infanzia, vuole essere adesso artefice della sua età adulta.

In questa lettura, la dea non è solo una fanciulla, né una regina che sieda immota sul trono; è una creatura liminare, che trasforma un trauma che le viene inflitto nell’origine della sua forza. In bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra la fragilità e il potere, questa dea mutevole e resiliente parla alla nostra umanità più profonda. Se i simboli di forza primigenia e intatta sono preziosi, come per la regina terribile dell’Iliade e l’Odissea, ancora di più, mi sembra, lo sono i simboli di trasformazione. Come questa adolescente manipolata e ferita che, trascinata nell’ombra, da quell’ombra trae nuova forza. E reclama il potere di maledire gli ingiusti.

(1) La dea viene nominata due volte nell’Iliade (9.457 e 9.569) e undici nell’Odissea (10.491 = 10.564, 10.494, 10.509, 10.534 = 11.47, 11.213, 11.217, 11.226, 11.386, 11.386, 11.635); i suoi epiteti sono sempre e soltanto “terribile” (evpainh,), “nobile” (avgauh,) o “pura” (a´`gnh,). Che sia figlia di Demetra non viene mai detto, né si parla del rapimento da parte di Ade; il nome “Core” non viene mai usato.

(2) Inno omerico a Demetra, vv. 357-374

(3) Inno omerico a Demetra, vv. 406-413

Mini bibliografia:

Calame, C., Poétique des mythes dans la Grèce antique, Paris 2000

Clay, J.S., The Politics of Olympus. Form and Meaning in the Major Homeric Hymns, Princeton 1989

Foley, H.P., The Hymn to Demeter. Translation, Commentary, and Interpretative Essays, Princeton 1994

Suter, A., The Narcissus and the Pomegranate. An Archaeology of the Homeric Hymn to Demeter, Ann Arbor 2002

Zuntz, G., Persephone. Three Essays on Religion and Thought in Magna Grecia, Oxford 1971


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  1. Euforilla

    28 aprile

    Finalmente un articolo che ne parla!
    Non ricordo più dove avessi letto dell’interpretazione del comportamento di Kore/Persefone come volontario (sia andare nell’Ade, sia mangiare il melograno), ma mi era sempre piaciuta.
    Forse anche la mia è metodologia scorretta, ma a una figura femminile che subisce preferirò sempre una che agisce!

  2. Bianca Bonollo

    29 aprile

    Messo nei preferiti, e presto lo leggerò avidamente 😀 Nel frattempo, ci tenevo a fare subito i complimenti all’illustratrice… WOW!!!

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