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Chi ci ha lasciato in eredità questo futuro? Huxle...

Chi ci ha lasciato in eredità questo futuro? Huxley e il suo Mondo Nuovo

Quando avevo all’incirca quindici anni lessi di nuove teorie secondo cui il cervello assorbiva informazioni ad una velocità incredibile durante il sonno.
Così, mi armai di iPod e podcast sulla storia delle piramidi e mi misi a dormire con le cuffiette nelle orecchie. Fui molto delusa quando, il mattino dopo, non ricordavo un accidente. Apparentemente, il mio approccio era sbagliato. Avrei dovuto cominciare dalle leggi morali. E dagli imperativi categorici.
“Siamo tutti felici!”. Ripetuto centocinquanta volte ogni notte dalla nascita.

Grazie al cielo non l’ha scoperto mia madre. Mi avrebbe ripetuto “Lava i piatti appena finito di mangiare” fino alla morte.
L’hanno però scoperto tutti i vertici del mondo, le persone che contano, insomma. Ed è con l’ipnopedia e il condizionamento che hanno creato questo Mondo Nuovo.
“Non c’è civiltà senza stabilità sociale. Non c’è stabilità sociale senza stabilità individuale.” E così eliminiamo la tragedia. Eliminiamo il dolore, le lacrime, le mancanze. Ma che cos’è il desiderio, se non mancanza? Eliminiamo anche il desiderio, allora. No, guarda, facciamo così, eliminiamo tutti i sentimenti, okay?

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E vissero tutti felici e contenti. Condizionati da prima di essere nati ad essere felici e contenti nel proprio angolino. Senza affetti. I bambini nascono in vitro. Le famiglie non esistono. Si pratica sesso libero. La monogamia è severamente vietata. “Tutti sono di tutti!” Ripetuto cento volte, tre notti a settimana, per quattro anni. Felici di essere Alfa, Beta, Gamma, Delta e persino Epsilon. Soddisfatti del proprio lavoro. Un popolo felice. Un popolo condizionato a non pensare. Perché pensare quando esiste la “soma”? “A gram is always better than a damn”, “one cubic centimetre cures ten gloomy sentiments”. Una droga obbligatoria, da prendere nel tempo libero, senza effetti collaterali. Il prezzo della felicità: la libertà. I sentimenti. L’identità individuale. La solitudine. La scelta. La malinconia.
«How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!”» («Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!»). È quasi ironico che questa citazione derivi proprio da La Tempesta di Shakespeare. Quando John il selvaggio la pronuncia davanti del meraviglioso mondo nuovo in cui sta entrando, non può apprezzare la triste ironia. Definire con le parole di Shakespeare un mondo in cui per Shakespeare non c’è più posto. Un mondo che di tempestuoso non ha più niente. Assolutamente niente. Anzi, tutti sono felici! Felici consumatori, felici lavoratori, felici comunità. Felici pappagallini, che non fanno altro che ripetere gli stessi slogan che vengono loro dati in pasto tutti giorni durante il sonno dalla nascita. Non hanno scelta. Non esiste scelta. Talvolta qualcuno nasce imperfetto, un po’ troppo intelligente. Con un’inclinazione al pensiero, ad ammirare la luna, a desiderare cose che non può ottenere. Non c’è pericolo, viene spedito direttamente nelle comunità isolate con gente come lui. L’importante è che non infetti con il suo disgustoso pensare la comunità.

Stiamo andando in quella direzione? Quest’ossessiva ricerca della felicità mi preoccupa. Felicità ovunque mi giro. Felicità in ogni cartellone pubblicitario. In ogni supermercato. Su ogni canale. Non se ne può sfuggire.
I nostri pensieri sono davvero nostri? O frutto del condizionamento di altri?
Perché cerchiamo la felicità così ossessivamente quando sappiamo che dieci anni di felicità potrebbero non darci niente rispetto ad un anno di tragedia? I poeti scrivono forse quando sono felici?
Lessi qualcosa in proposito qualche tempo fa, in cui si parlava di completezza piuttosto che felicità. Cerchiamo completezza, noi esseri umani, più che felicità.
Come John il selvaggio, io rivendico il diritto di essere infelice. Rivendico il diritto alla tempesta. E così ad essere completa. Speriamo solo che non vendano come slogan anche questo.

Il mondo nuovo è una parabola inquietante e inquietantemente vicina a noi. Ancora una volta, la fantascienza si profila all’orizzonte come una Cassandra mai ascoltata. Peggio ancora del mondo di 1984, questo nuovo mondo di schiavi felici colpisce perché è plausibile. La violenza esplicita provoca rivoluzioni. Ma la violenza subdola alla nostra libertà intellettuale, quella è difficile da scorgere. La violenza del condizionamento, dell’omologazione. Huxley se l’era immaginato nel 1932. E noi ancora qui, oggi, che neghiamo. Non facciamoci rubare la tempesta.

Illustrazione di Magda Cicchitti


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  1. lorenzo

    8 Gennaio

    Coincidenza, proprio oggi leggevo questo:

    http://mindblog.dericbownds.net/2014/01/the-being-happy-stress-out.html

    “[…] one of the oldest observations about happiness: When you try too hard to obtain it, you’re almost guaranteed to fail.”

  2. Paolo1984

    8 Gennaio

    io penso che nonostante tutto i nostri pensieri nel bene e nel male siano ancora nostri. Detto questo, Il mondo nuovo è un classico moderno. Va letto.

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