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Ho deciso, faccio testamento

Ho deciso, faccio testamento

di Silvia Mariossi

Un motivo tra i tanti per cui posso essere grata a mia madre è che sin da quando ero piccolissima ha tenuto molto ad infondere in me un’idea positiva della morte, parlandomene come si parla delle cose normali della vita, rispondendo senza imbarazzo ai miei perché perché perché, non raccontandomi mai versioni edulcorate della cosa, ma inventando centinaia di possibili casi sui quali riflettere: la morte di un gattino, il funerale di un lombrico, l’epidemia che un’estate colpì alcune delle mie bambole predilette.
Poi venne il giorno del mio primo vero lutto, la dipartita della mia amata nonna. Avevo otto anni e soffrii terribilmente; la psicologia che mia madre aveva usato con me non servì a risparmiarmi il dolore della perdita, ma ci arrivai senz’altro preparata, come una piccola donna che sapeva esattamente cosa aspettarsi.

I numerosi casi che nella mia prima infanzia mi hanno messa in relazione con la morte e con l’esposizione nuda e cruda al calvario della malattia sono stati, posso dire oggi, in linea di massima un’esperienza positiva. Non che avessi potuto elaborare una mia personale visione filosofica della vita e della morte ma il fatto di morire non mi ha mai causato grossi incubi. L’azione emancipatoria di mia madre fece sì che una bambina curiosa come lo sono stata io sviluppasse in lungo e in largo la sua immaginazione.
Mi appassionai a tutto quanto concernesse il culto dei morti, vagheggiavo di poter imbalsamare i miei gatti come facevano gli antichi egizi, facendo le prove con la carta igienica sulle Barbie. Custodisco la segreta voglia di voler visitare i cimiteri di ogni città mi capiti di conoscere e infine tramando a me stessa da diversi lustri la tradizione privatissima di redigere un testamento all’anno.

eredita

Dalla prima volta che venni a contatto con le penose trafile di successione (che lasciarono tracce di distruzione e devastazione tuttora riconoscibili nel tessuto della mia famiglia) mi sono sempre preoccupata di predisporre che tutte le mie cosette fossero destinate alle persone che più lo meritavano onde evitare che il ricordo del mio sorriso di ferro non venisse rovinato da furibonde liti sul predominio di questa o quella bambola.

Ricordo di aver confezionato il mio primo testamento olografo nel gran segreto della mia cameretta all’età di nove anni. Nessuno ovviamente ha mai saputo della mia precoce attività funeraria, e del resto non ho mai avuto nessun tipo di propensione che mi portasse a diventare una piccola Mercoledì.
Ciò che è cominciato come un gioco – mi diranno gli psicologi se innocente o meno – è diventato negli anni una specie di rito scaramantico, cui fatico a rinunciare.
Non si tratta di un appuntamento fisso, e anche parlare di tradizione annuale mi pare esagerato, fatto sta che capitano certi momenti in cui tocca fare il bilancio della propria vita, ed è allora che io attacco con le mie paturnie.

Ho imparato mio malgrado che un testamento mal calibrato può dar luogo a crisi diplomatiche non indifferenti, spaccando per sempre una famiglia in piccoli clan isolati e inavvicinabili per generazioni; tutto per una svista banale come il lascito dell’argenteria alla nipote sbagliata.

Ritengo che abbia vitale importanza il tramandare il passato alle generazioni future, e suppongo che sia perché ciò non è stato fatto adeguatamente con me che ora io mi ritrovo a redigere testamenti a ventiquattro anni. Negli anni e nel corso delle mie tredici ultime volontà ho sempre dedicato la massima cura nella scelta più appropriata degli oggetti da trasmettere.
Generalmente tendo a lasciare i miei libri, i miei scritti e i miei cd alle mie due migliori amiche. È sempre un grosso rimuginare il caso del mio immenso guardaroba, mentre vado sul sicuro pensando che mia cugina, 9 anni, sarebbe sicuramente felice di ricevere i miei trucchi e la mia collezione di smalti.

Redigere testamenti è paradossalmente molto divertente, senza contare il fatto che ritrovarsi a elaborare le proprie ultime volontà implica un grosso esame di coscienza e un delicato bilancio esistenziale. Scorrendo gli annali vedo le persone a cui un tempo avrei lasciato tutto scomparire da un testamento all’altro, amici scalare o scavare le classifiche, vedo me dare importanza a cose diverse.

Ultimamente ad esempio registro una netta tendenza al sentimentalismo dei miei testamenti, come se con gli anni, la faccenda della morte abbia calcolato un peso maggiore in me.
In occasione della stesura del mio ultimo testamento mi sono ritrovata in lacrime, a notte fonda, nella cucina della mia casa in affitto con la mia coinquilina, in uno stato di totale inconsolabilità e disperazione; domandavo al cielo, al muro e agli elettrodomestici tutti cosa diavolo avrei potuto lasciare al ragazzo che mi aveva spezzato il cuore e che tuttavia rimaneva l’amore della mia vita.
Annebbiata dall’alcol e dalla stanchezza di una strascicata sessione d’esami, mi sono improvvisamente gettata in un’interpretazione alquanto imbarazzante e melodrammatica di Fiori d’acciaio ripetendo a gran voce e con la vista offuscata dallo straripare delle lacrime “Non ho niente da lasciargli, non ho niente da lasciargli, capisci??” entrando di fatto nel momento alcolico della paranoia più tetra, cellulare alla mano e messaggio di testo senza capo né coda.
Alla fine, come da copione, la mia coinquilina mi ha dissuasa dal fare la grande stupidaggine di scrivergli con un sermone di due ore sul mio valore, sul mio orgoglio e sulla mia virtù, finendo per annoiarmi io stessa di continuare a sentir parlare di me. Mi sono risolta a completare il mio testamento con un simbolico quando tragico “a lui lascio il mio cuore” o qualcosa del genere. Credo addirittura che, nel delirio di quella notte, mi sia uscito di penna una dichiarazione piuttosto forte su come il mio cuore dovesse essermi strappato e congelato per essergli poi opportunamente recapitato.

Alcune altre curiosità meno drammatiche ma non meno patetiche che riguardano i miei testamenti sono che:
– di solito il poco denaro che possiedo è devoluto a crocchette e spese veterinarie per le mie frotte di gatti;
– da quando le mie amiche hanno scoperto questa mia “stranezza”, mi adulano senza contegno per il possesso delle mie bellissime scarpe;
– nascondo questi documenti importantissimi in posti impossibili da localizzare (ne ho ritrovato uno tra le pagine de Il giardino segreto, analisi grafologica: quarta elementare), rendendo di fatto completamente vana l’intera operazione.

Chiunque volesse redigere un testamento può trovare facilmente sul web le istruzioni legalmente più corrette per farlo digitando molto semplicemente “testamento olografo”; alcuni di questi siti sono anche un tantino burloni, ma devo dire piuttosto simpatici, perché includono una sezione “curiosità” dove si scoprono fattacci legati al passato di certe zie matte e la più raffinata finestra “testamenti famosi”.

Illustrazione di Omanu


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  1. margherita b

    24 Gennaio

    Mi hai fatto venir voglia di fare testamento. D:

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