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“Potremmo essere chiunque; siamo ovunque”: le Guerrilla Girls

Una donna dev’essere nuda per poter entrare al Metropolitan Museum? Questa è la domanda che ci pongono, da un cartellone, le Guerrilla Girls. Precisano poi che “meno del 3% degli artisti nella sezione Arte Moderna del Met sono donne, ma l’83% dei nudi sono femminili” (statistica che negli anni è stata aggiornata, come si può vedere qui).

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Questo è soltanto uno dei tanti esempi di attivismo delle Guerrilla Girls, un collettivo artistico femminista che da anni si batte contro le discriminazioni di genere nel campo delle arti e della cultura popolare.

Ad oggi, nessuno conosce l’identità delle componenti del gruppo, che si celano dietro a pseudonimi (di solito nomi di artiste decedute) e, soprattutto, alle maschere da gorilla, loro segno distintivo. Maschere che fanno ironicamente riferimento all’assonanza “guerrilla/gorilla”, ma anche una garanzia di anonimato e, soprattutto, un modo per assicurarsi che l’attenzione dei media si concentri sulle loro azioni, e non sul loro aspetto fisico o sulla personalità delle singole componenti.

Negli anni, si sono rivolte a gallerie e musei, chiamando curatori, galleristi, collezionisti, critici e storici d’arte a rispondere della quasi totale assenza di artiste donne ed artisti non bianchi ed occidentali dalle loro mostre, musei e collezioni, auspicando una sempre maggiore inclusività.

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Autodefinitesi “vendicatrici mascherate” o “la coscienza del mondo dell’arte”, durante il loro primo blitz, nel 1985, tappezzano New York di volantini in seguito a una mostra in cui sono incluse pochissime donne. Ne consegue un’inaspettata popolarità, che permette loro di raccogliere fondi per le loro azioni (le prime iniziative sono, infatti, autofinanziate).

Negli anni, le Guerrilla Girls ampliano il loro raggio d’azione: troviamo liste nere di galleristi e collezionisti che promuovono solo artisti uomini e occidentali, di pubblicazioni e critici d’arte che non recensiscono artiste donne, campagne contro la disparità di stipendio e statistiche su pari opportunità e la rappresentazione data alle donne in diversi ambiti professionali, denunce di sessismo nell’industria cinematografica, liste di stereotipi sulle donne. Senza mai dimenticare il senso dell’umorismo.

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Naturalmente, non mancano le critiche. Per fare solo un esempio: al V&A Museum di Londra, all’interno della mostra Disobedient Objects, è attualmente possibile leggere una lettera in cui, in un inglese pedestre, il giornalista e critico d’arte Luca Cristiani, fra altri insulti come “comuniste” e “troie”, accusa le Guerrilla Girls in particolare e le femministe in generale di essere la causa della diffusione dell’AIDS negli Stati Uniti, suggerendo loro che farebbero meglio ad imparare “come essere brave a letto”.

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Con i loro manifesti, le Guerrilla Girls vogliono porre l’attenzione pubblica su questo problema: perché nella storia dell’arte viene dato pochissimo spazio agli artisti che non appartengono alla limitata, privilegiata e sovra-rappresentata cerchia degli artisti uomini, bianchi ed eterosessuali? Perché, evidentemente, la nostra società si basa sulla stessa forma di discriminazione. L’importante è continuare a esporre queste discriminazioni, a denunciarle. Come dicono loro stesse:

WHAT’S NEXT? More creative complaining! More facts, humor and fake fur! More appearances, actions and artworks. We could be anyone; we are everywhere.
(Prossimi progetti? Più lamentele creative! Piu fatti, umorismo e pelliccia finta! Più apparizioni [in pubblico], azioni ed arte. Potremmo essere chiunque; siamo ovunque.” )

E da quanto si evince dalle loro FAQ, chiunque può, in linea di massima, diventare una Guerrilla Girl! Qui una loro intervista, qui uno slideshow più completo dei loro poster, qui Jemima Kirke, in veste di Guerrilla Girl, parla di loro (e della mancata rappresentazione delle donne nell’arte) in un video della Tate Gallery.


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  1. Paolo

    24 Novembre

    non condivido molte accuse di sessismo mosse alle opere artistiche e al cinema,ma questo Luca Cristiani è un cretino: si può dissentire senza insultare

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