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Gonnofobia e specchi malvagi

Caro mondo, ho un problema con le gonne. E i tacchi. Anzi, per essere più chiara, sono loro ad avere un problema con me. Non abbiamo mai avuto una buona relazione, questo è sicuro. Diciamo che ci siamo sempre evitati a vicenda, per il bene di entrambi. Grazie a questo fruttuoso e secolare accordo, io riesco a non sembrare un pagliaccio, e loro non vengono comprati e buttati sul fondo di un armadio ad ammuffire. È un win-win per tutti, no?

(Photo by Stephen Lovekin/Getty Images)

(Photo by Stephen Lovekin/Getty Images – Gambe di Selita Ebanks)

Mi spiego. Il mio non è un semplice “Non mi stanno bene, non li compro”. È più un “NON ME LI METTERETE MAI, NON POTETE CONSTRINGERMI, ADDIO”. Sì, sono gonnofobica (e taccofobica). Ah ah, che persona divertente, starete pensando. Qui, in realtà non c’è molto da scherzare.

Tutto iniziò quand’ero piccola: le poche occasioni in cui mia madre riusciva a mettermi un vestito o una gonna addosso – e si potevano contare su due mani – era solo in seguito a urla, lacrime, e qualche mossa di kung-fu. Ricordo ancora che alla fine, a sei anni, dopo infiniti combattimenti, mi aveva preso per sfinimento e avevo finito per scegliere una gonna fissa per tutte le occasioni che, apparentemente, la richiedevano. Era una semplice gonna blu a pieghe, con l’orlo rosso e bianco, e la sopportavo perché mi faceva schifo meno di tutte le altre. Non era mai una scelta volontaria, però. E questo me lo ricordo bene.

Flash forward: a sedici o diciassette anni mi fu proposto da una amica di entrare in un camerino e provarmi una gonna, così, tanto per togliersi lo sfizio (il suo). Contrariata e di malavoglia, ma chissà forse anche un po’ curiosa, entrai in quel camerino con una gonna di jeans, ma feci promettere alla mia amica di non sbirciare finché non gliel’avessi detto io. Mi guardai allo specchio e mi salirono le lacrime agli occhi. Chi era quella persona ridicola nello specchio? Chi era quell’essere orribile? Non era una ragazza, di certo. Non era neanche un ragazzo, però. Che cos’era? Chi ero? Cos’ero?

Le ragazze vestono gonne o pantaloni. I ragazzi vestono solo pantaloni. Le ragazze usano i tacchi, il trucco, i cosmetici. I ragazzi no. “Ma io non sono un ragazzo”, continuava a frullarmi in testa. “Però, a quanto pare, non sono neanche una ragazza”.
Mi sembra una cosa così stupida a pensarci ora, anni dopo, ma la sedicenne che ero era davvero piuttosto irritata da tutta questa confusione. E l’immagine di quella persona nello specchio, le lacrime agli occhi, con quella stupida gonna addosso, è per sempre stampata nella mia mente. L’umiliazione, la paura, lo sguardo schifato. Perché, perché, mi chiedevo, non potevo essere come tutte le altre? Ma non ci potevo fare niente. Dovevo accontentarmi della me stessa che mi ritrovavo. Il maschiaccio.

embarassed

Scacciai la mia amica che mi pregava, curiosa, di farla entrare a vedere, e sgusciai via da quella gonna più in fretta che potevo. Non avevo intenzione di dare spettacolo.
Da allora non ho toccato mai più una gonna. Neanche con il pensiero.

Con il tempo ci si fa l’abitudine. Eviti certi tipi di vestiti, vai in certi tipi di negozi, scappi da altri.
Con il tempo ti sistemi, ti crei il tuo stile. Non ti vesti più a caso, non compri tutto quello che capita. Con il tempo capisci quello che ti sta bene, quello che ti rappresenta, e quello che invece proprio non c’entra niente con la persona che sei diventata. La persona che vuoi essere.
Con il tempo, le lacrime d’umiliazione si asciugano e lasciano il posto ad un sorriso timido al tuo riflesso. E poi, eventualmente, arriva il sorriso trionfante. A modo tuo, ti piaci. A modo tuo, ti senti bella. E non hai bisogno di gonne, di calzamaglie, di tacchi. Non hai bisogno di maglie attillate o scollature vertiginose. Certo, non è che le rifiuti per principio. A volte una scollatura ci sta proprio. Ma non perché è necessario ci sia. Non perché qualcuno ha detto che debba esserci. Ma le gonne, quelle proprio no. Quelle continuavo a evitarle come la peste.

Finché ho deciso di guardare la mia fobia in faccia e sfidarla a singolar tenzone (stile Tyrion Lannister).

Due settimane fa sono salita sul palco di un teatro, davanti ad una platea piena di gente che vedo tutti i giorni in giro per l’università, con addosso un vestito grigio, una giacca rosa (rosa: brr), tacchi, calzamaglie e un’improbabile parrucca di lunghi capelli biondi.

Certo, non era la prima volta che li mettevo. La prima volta che ho provato il mio costume di scena ero da sola in camera mia, terrorizzata da quello che avrei trovato in quello specchio. Ma questa volta ci ho provato davvero. Schiena dritta, petto in fuori, culo in dentro (come direbbe mio nonno). E a quel punto è successo un miracolo. Riuscivo a guardarmi per più di cinque secondi senza scappare via. Certo, continuavo a pensare di essere piuttosto ridicola, ma non mi facevo orrore. Un passo avanti, evviva. Ma sarei stata capace di farlo davanti ad alcune centinaia di persone? Non avevo scelta, avrei dovuto.

E fu così che, una persona alla volta, prima minacciando di morte quelli che ridevano, poi imparando a ridere di me stessa e della stranezza che facevo in quel costume, ce l’ho fatta. E sembravo perfino credibile nei panni di una pseudo-segretaria degli anni ’50.
Più mi guardavo allo specchio, più mi abituavo, più non mi sembravo così fuori luogo.

Poi, il giorno dello spettacolo ho avuto un epifania. E no, non è che ora ho improvvisamente deciso di aggiungere qualche gonna al mio armadio. L’epifania è che, intercettando lo sguardo fiero di mia madre e quello stupito di alcune mie amiche, mi sono resa conto di sentirmi come se solo ora avessi passato l’esame della femminilità. Ora, finalmente, dopo il rito di passaggio di mettere gonna e tacchi, potevo essere considerata una vera donna. “Stavi così bene!”.

Ora, finalmente, posso dire questo a tutti quelli che mi dicevano di “almeno provarci” (“È solo che non hai trovato quella giusta!”): gente, ho provato gonna e tacchi, è stato scomodo e freddo finché è durato, se non vi dispiace, torno alle mie camicie e jeans. Grazie per i complimenti, ma davvero, non fa per me. Sono stanca di tentare di difendere la mia femminilità. Sono stanca che mi venga richiesto di provarla. Non devo provare niente a nessuno. Non c’è bisogno di nessun test d’ingresso.

La femminilità non è una facoltà a numero chiuso.


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  1. Paolo1984

    3 giugno

    giusto, una donna può essere ed è femminile con o senza tacchi e gonne. E una donna in abiti attillati, scollature eccetera di per sè è libera e autentica quanto una in jeans e maglietta

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