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Gone Home – il videogioco femminista che abb...

Gone Home – il videogioco femminista che abbiamo atteso per anni senza neanche saperlo

Gone Home

Non so quanti di voi siano appassionati di videogiochi. Personalmente, lo sono, ma qui chiamo in causa tutti quanti: vorrei presentarvi un videogame, che però non è un “videogame” nel senso classico del termine. Non ci sono puzzle, né tasti complicati o mosse di arti marziali: l’unica sfida è la scoperta della storia centrale e di quelle ad essa collegate. Si tratta di Gone Home, uno dei titoli più interessanti del 2013.

Uscito il 15 agosto e presentato da un bel trailer, l’ho desiderato per diversi mesi, riuscendo a procurarmelo durante i saldi autunnali di Steam, a circa metà del suo prezzo originario (18.99€). Il prezzo standard è effettivamente altino, considerando che si tratta di un paio d’ore di gioco, quindi vi consiglierei di aspettare nuovi saldi, a meno che dopo la recensione non stiate fremendo dalla voglia di provarlo!

L’avventura inizia con un messaggio lasciato da Katie, studentessa impegnata in un lungo viaggio in giro per il mondo, alla sua famiglia: è finalmente di ritorno, sfortunatamente con l’unico aereo che ha trovato, un notturno che la riporterà a casa ad orari improponibili.

Dopo la registrazione audio della telefonata che introduce il gioco, ci viene dato il controllo della stessa Katie, chiusa fuori casa e minacciata da un gran temporale. Sulla porta, un biglietto della sorella minore, Samantha, che l’avvisa di non essere a casa e di non cercarla. Lo scritto lascia però presagire qualcosa di non detto ed allarmante, e il temporale non aiuta a tranquillizzarsi.
Quando riusciremo ad entrare in casa, scopriremo che non manca soltanto la sorella, ma che sono scomparsi anche i genitori. Solo grazie al nostro spirito voyeuristico, che ci spingerà a frugare ogni angolo della villa alla ricerca di indizi, e alla voce di Sam, che racconterà parti del suo diario indirizzandosi direttamente a Katie, riusciremo a scoprire come e perché non c’è nessuno.
L’atmosfera è volutamente misteriosa e inquietante, nonostante non si tratti di un videogioco horror: siamo effettivamente sole in una casa enorme, mentre fuori imperversa la tempesta. Ben presto, però, l’inquietudine sarà superata dal senso di nostalgia: è il 1995, e tutto ci riporta a quell’anno.

Dalle scatole di cereali alle videocassette, fino ad arrivare alle partite a Street Fighter; ma soprattutto (aspetto che ho visto tralasciato da molti recensori del gioco, nonostante sia stato uno dei motivi per i quali ero così desiderosa di provarlo), la musica: la colonna sonora è retta praticamente solo dalle audiocassette di Samantha che troviamo sparse ovunque… Bratmobile e Heavens To Betsy fanno da regine, insieme alle Youngins, che musicano la band locale presente nel videogame: Sam è un’adolescente con la fortuna di essere completamente immersa in nell’ambiente riot grrrl di quegli anni e grazie a lei abbiamo la possibilità di vivere anche noi quel periodo, almeno per poco.

Vorrei parlare di più della trama di Gone Home, ma temo di rovinarvi il divertimento: questo è un gioco che non può essere raccontato; va scoperto, esplorato e pensato. Nonostante duri poche ore (cosa che può anche essere un pregio, per chi di voi non ami videogiocare), ho dovuto e voluto rigiocarlo per approfondire alcuni degli aspetti trattati. La storia di Sam è centrale, ma scopriamo anche quella di Katie, o dei suoi genitori, o di altri personaggi secondari (ma non per questo meno importanti) che hanno avuto un’influenza sulla sua vita. Talvolta ci sentiremo quasi a disagio, nello scavare così a fondo nella storia di una persona, per riportare a galla ricordi e esperienze passate che ci aiutino a districare il groviglio di vicende che alla fine formano la vita di ognuno dei personaggi.

Gone Home Heavens to Betsy

Ho letto un sacco di critiche da parte di gamer a quest’avventura, ma penso che sminuendo l’opera di questi sviluppatori non abbiano colto l’abbondanza di sfumature e di temi, anche particolarmente scottanti, trattati in maniera delicatissima e molto sensibile. Anche il fatto che duri “solo” due ore, o che il gameplay sia atipico… non sono abituata a giudicare le esperienze di gioco dalla loro durata. Per quanto riguarda la prima critica, Gone Home sarà pure corto, ma offre un’immersione pressoché totale nella storia, raccontata abilmente dalla voce di Sam e dai reperti trovati durante l’esplorazione. Per quanto riguarda la seconda, l’apparente mancanza di enigmi non è reale, poiché in realtà l’intera storia è un puzzle da ricomporre, e sta a noi farlo.

Gone Home

Insomma, per non dilungarmi troppo: GIOCATELO. Fatelo perché:
– le storie sono affascinanti e vi faranno restare incollati alla sedia;
– in sole due ore proverete ansia, tristezza, orrore, sollievo e gioia;
– gli sviluppatori sembrano dei tipi fighissimi, e in più, sono due uomini e due donne;
– è un gioco indie sviluppato senza Kickstarter in maniera magistrale;
– penso sia una delle prime volte che vedo del femminismo in un videogame e perché le protagoniste centrali sono delle donne;
– è bellissimo rivedere delle cassette e videocassette personalizzate.

Infine, per coloro che sono di casa nel mondo dei videogame: gli sviluppatori hanno lavorato a XCOM, Bioshock Infinite e sono quelli che hanno dato alla luce il DLC Minerva’s Den di Bioshock 2, poi usciti dalla 2K per ridurre i costi della creazione di questa piccola perla.


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