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Gods in Color: i colori sgargianti delle statue gr...

Gods in Color: i colori sgargianti delle statue greche

Nel seminterrato della facoltà di lettere, alla Sapienza, c’è un museo dei gessi che raccoglie le riproduzioni di un sacco di statue greche. Ci si può studiare, tra l’altro, e se non vi disturba troppo l’occasionale vociare della gente che passa è un bel posto. Io ci vado, a volte, e prima di sedermi a un tavolo mi trovo puntualmente rapita, immersa d’un tratto in tutte quelle qualità che si associano istintivamente alle statue greche: l’armonia delle proporzioni, l’equilibrio delle forme, la vivezza dei corpi e delle espressioni, la purezza del bianco. Sì, perché tra le qualità irrinunciabili dell’immagine mentale che abbiamo delle statue greche c’è sicuramente il bianco. Peccato che le statue greche non fossero bianche affatto. Anzi, erano piuttosto così:

Leone di Loutraki

Leone di Loutraki

Non male, vero? E io so che questa è la loro vera faccia fin da quando qualche professore me lo disse a scuola. Magari anche voi lo sapevate già. Però sono abbastanza sicura che anche voi, come me, se chiudete gli occhi e pensate a una statua greca, o a un tempio, o a un altare, li vedete bianchi. È un fatto potente, questo, e come spesso capita ha una bella storia.

Moltissime statue greche e romane ci sono giunte prive dei loro colori, decisamente meno resistenti al tempo di quanto non fosse il marmo. È per imitarne il candore che gli artisti rinascimentali hanno iniziato a realizzare sculture bianche, rompendo con la tradizione medievale in cui era, al contrario, naturale che le statue fossero policrome. Da allora la scultura ha perpetuato quest’usanza per secoli, sempre ribadendo la sua fedeltà a un modello che, in realtà, esplodeva di colori sgargianti.

Ciò che è più interessante, però, non è l’errore iniziale; è la resistenza opposta dagli studiosi ogni volta che nuovi ritrovamenti hanno reso evidente, sempre di più, che quell’ideale di biancore accecante esisteva solo nelle loro teste. Nel 1764, ad esempio, nella sua storia dell’arte antica Winckelmann discuteva una statua marmorea di Diana trovata ad Ercolano, che mostrava evidenti tracce di colore. Il suo commento era semplice: dipingere il marmo era una pratica “barbarica”, quindi di certo non greca.

Questa, oltre a esser stata una risposta tipica dei classicisti nei secoli dei secoli amen – “se una cosa non mi piace l’hanno fatta i barbari” – nel caso specifico affondava le radici in una linea di pensiero già rinascimentale, che considerava il colore come una cosa altra, ingannevole e inferiore rispetto alla pura forma, cioè al disegno nella pittura e al marmo, appunto, nella scultura. Qualche decennio dopo Winckelmann, Hegel avrebbe detto che gli scultori greci Prassitele e Skopas “tentarono di liberare la scultura dal colore, perché è eterogeneo rispetto alla scultura astratta” (Estetica II 447 e segg.). Peccato che Prassitele, interrogato su quali delle sue statue preferisse, avesse indicato quelle rifinite dal pittore Nicia (Plin. NH 35.133). Il critico d’arte Charles Blanc, nel 1867, ci regala un’altra perla: “Il disegno è il sesso maschile dell’arte; il colore è il sesso femminile. (…) Bisogna che il disegno conservi la sua preponderanza sul colore. Altrimenti, la pittura corre verso la sua rovina: sarà portata alla perdizione dal colore, come l’umanità fu portata alla perdizione da Eva” (Grammaire des arts du dessin 21).

Athena di Aphaia

Athena di Aphaia

Sono riflessioni simili ad aver portato l’artista e saggista David Batchelor a parlare di cromofobia, per discutere di tutti quei casi in cui nel mondo occidentale si tende a, per dirla con le sue parole, “espellere il colore dalla cultura”. E nel caso della scultura greca – una manifestazione artistica che sta alla base del senso estetico di generazioni intere – sembra che Batchelor abbia proprio ragione. Tra il ‘700 e il ‘900, anno dopo anno, nuove statue con tracce di pigmenti sono emerse dagli scavi, raccontando coi loro blu e rossi e verdi una Grecia che restava bellissima e non era bianca. Anno dopo anno, studiosi onesti hanno descritto e diffuso le nuove scoperte, eppure ancora nel 1969 nell’enorme manuale di archeologia di Hausmann non c’è traccia di colori.

Ecco allora che, per rispondere a questa cecità selettiva, negli ultimi trent’anni a Monaco è stato sviluppato un progetto. Con l’aiuto di raggi ultravioletti e altre tecniche più o meno innovative, l’archeologo Vinzenz Brinkmann studia le statue, trae informazioni attendibili sui pigmenti che dovevano averle adornate, e la sua équipe realizza copie accurate finalmente a colori, che vengono portate in giro nei musei del mondo. Chissà che, a forza di vederle, non iniziamo a incorporarne i colori nel nostro concetto di “bellezza classica”; un ideale che ha dettato e detta legge non solo nel giudizio dell’arte ma anche in quello della pelle, del volto, dei corpi umani. Di certo sarà un processo lento, perché, come dice lo stesso Brinkmann, “ci vogliono anni per abituarsi a un nuovo modo di vedere”. Un nuovo modo di vedere che forse, però, ci servirebbe più che mai.

Guerriero di aphaia

Guerriero di Aphaia

Una mini bibliografia per placare la classicista che c’è in me:

– Ballestrem, A., Sculpture Polychrome: Bibliographie, “Studies in Conservation” 15, 1970, 253-271

– Batchelor, D., Chromophobia, London 2000

– Brinkmann, V. e Wünsche, R. (edd.), Gods in Color. Painted Sculpture of Classical Antiquity, Monaco 2007

– Prater, A., The Rediscovery of Colour in Greek Architecture and Sculpture, in Tiverios, M.A. e Tsiafakis, D.S. (edd.), Colors in Ancient Greece, Thessaloniki 2000

Arciere troiano

Arciere troiano

 


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  1. MargheritA B

    19 febbraio

    Bellissimo articolo! Tu pensa che molto prima dei miei professori al classico fu un numero di Topolino a svelarmi queste meraviglie.

  2. cosmic

    19 febbraio

    grazie per questo bellissimo articolo (e bellissime immagini!). sapevo che le statue fossero colorate, a scuola lo abbiamo studiato (liceo classico), ma le immagini di cui sono pieni i libri sono di statue bianche (e vogliamo parlare delle copie romane di statue che originariamente erano in bronzo?), se vai a vedere i frontoni del Partenone al British Museum sono bianchi, quindi se razionalmente lo sai che è così, il tuo immaginario irrazionale è che sia tutto bianco. Eppure sono convinta che con quei colori le statue siano ancora più belle, e immaginarle come dovevano davvero essere ci cambia completamente l’idea che della cultura classica ci siamo fatti.

  3. Andrea

    19 febbraio

    Molto interessante. C’è un sito internet o un libro che raccolga tutte le statue ricolorate?Quel gods in color?

  4. Will

    19 febbraio

    Davvero un bell’articolo, con tanto di largo apprezzamento per la bibliografia, che a mio parere lo rende più completo.
    Spesso mi ricordo che tutta la grecia esplodeva di colori, ma faccio molta fatica se penso di visualizzarla; riuscirci ogni tanto è piacevole e apre nuove prospettive.

  5. Chiara B.

    19 febbraio

    Margherita: sono abbacinata dal fatto d’essermi persa quel numero. Topolino è fonte di cultura ALTISSIMA <3

    Andrea: il "Gods in Color" della bibliografia, anche se poi è pieno di saggi sull'argomento, nasce proprio come catalogo dell'esposizione itinerante di Brinkmann; anche se in ogni sede qualche statua viene aggiunta e qualche altra lasciata da parte, il volume offre una selezione abbastanza ricca (281 immagini a colori). Dovrebbe essere un buon punto di partenza!

    Cosmic & Will: grazie di cuore per gli apprezzamenti e per la sintonia..!

  6. skywalker

    26 febbraio

    Scusate eh, ma da una civiltà mediterranea come quella greca, dirimpettai di quella coloratissima minoica e micenea, ci si poteva mai attendere un tipo di arte passata in candeggina? La decolorazione pare proprio una fissazione di critici barra filosofi di origine germanica e francese (i già citati Winckelmann e Hegel) che con la cultura mediterranea avevano da spartire poco e niente.

    Appoggio il progetto, perché il folklore della cultura greca, più vicina al messico e al cile, venga fuori in tutto il suo splendore!

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