di Alessandro Lolli

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Al liceo lessi uno scritto di Malcolm X che incitava i bianchi a farsi da parte nella lotta dei neri. Questo perché i neri devono essere il soggetto sociale della propria liberazione e non l’oggetto di un riconoscimento o peggio di una tolleranza. Se i bianchi vogliono rendersi utili alla causa, che parlino con gli altri bianchi della segregazione, che diffondano lì le nostre tesi, ma che non provino a calarci dall’alto l’ennesima lezione.

Faccio questa premessa per due motivi: il primo è per scusarmi. Di solito evito di intervenire nel dibattito femminista, benché gli studi di genere mi interessino molto, per non cadere nell’errore del soggetto privilegiato, ed eventualmente oppressore, che insegna al soggetto oppresso come liberarsi. Il secondo è che vorrei raccontare quello che succede a parlare di femminismo da maschio ai maschi. Mi è capitato e mi capita di entrare in argomento e definirmi antisessista, o più provocatoriamente femminista, e quasi sempre mi si rivolge la stessa accusa: vuoi scopare.

Intanto è curioso che suoni come una squalifica, perché chi la enuncia solitamente rivendica che il 90% delle sue azioni hanno come fine diretto o indiretto quello di scopare: dal suonare il pianoforte all’approfondire la nouvelle vague. Guardando più da vicino, questa accusa ne nasconde due piuttosto differenti. Da un lato, la possiamo intendere come: ti dici femminista perché vuoi scopare con le femministe. Figlia di una concezione omeopatica della fascinazione, che si differenza dall’altrettanto diffusa degli opposti che si attraggono, quest’argomentazione qualifica me come bugiardo e le ragazze come ingenue credulone che si fanno fregare dai miei discorsi biforcuti. L’antisessismo sarebbe una posa per apparire contemporaneamente sia originale, sia vicino ai problemi della mia preda. Di fronte ad un discorso simile posso solo far notare che, in un mondo ancora fortemente permeato dai ruoli di genere, recitare il maschilista stronzo non abbatte le possibilità di scopare, anzi. Si può persino apparire originali presentandosi saldamente al centro dell’egemonia culturale: basta dipingere il resto del mondo in opposizione a noi. Così io sono l’unico ribelle in una società devastata dalle femministe e dal politicamente corretto che ci impone un falso rispetto, svantaggioso per le donne stesse et cetera, et cetera. L’abbiamo sentito tutti.

Dall’altro lato, dirmi che voglio scopare facendo l’antisessista, può voler dire una cosa più sottile: vuoi scopare attraverso le femministe. È un significato più raro perché presuppone una conoscenza minima delle tematiche femministe, seppure parziale e tendenziosa. Infatti, secondo coloro che mi criticano, nel mondo che vogliono le femministe, le ragazze sono tutte facili. Questo è sbagliato perché l’autodeterminazione sul proprio corpo può indicare a pari titolo un’esistenza di castità e reclusione, come una vita sessuale movimentatissima. Avere un solo partner per tutta la vita o averne un determinato numero che può rivelarsi dodici o quarantasei. Ma pure ammettendo che una decostruzione dei ruoli di genere comporterebbe una società sessualmente più aperta e libera, bisogna capire dove sta il problema. Come si è intuito, il mio interlocutore, di solito, non è un seminarista o un avventista del settimo giorno. Così fosse, rinuncerei quasi subito: hai una visione dell’esistenza molto rigida e particolare e ci sto che non posso dirti che nella casa di Cristo facciamo un po’ come cazzo ci pare. Quasi sempre, invece, il mio interlocutore è totalmente inserito nella società contemporanea, già sessualmente piuttosto libera, dalla quale tenta di trarne quanti più vantaggi possibile. Eppure.
Eppure se con la testa è a Woodstock, con il cuore è in chiesa insieme al seminarista. Entra in campo la famigerata divisione delle donne in madonne e puttane. Nella vita di un uomo ci possono essere un numero illimitato di puttane e uno limitato di madonne. Le puttane sono quelle che si concedono a lui e a tutti gli altri, degradandosi nel rapporto sessuale. Le madonne sono quelle che hanno avuto massimo un uomo per tutta la loro vita, cioè la mamma, la sorella, la figlia e ovviamente la moglie. Dato che al giorno d’oggi è difficile incontrare madonne perfette, si introduce una logica fuzzy nel ragionamento: a che sfumatura di puttana/madonna è la ragazza in questione? Quanti anni, quanti partner? Tutti fidanzati o anche occasionali? E via di paranoia in paranoia.

La pratica dello slut shaming è diffusa in entrambi i sessi ma è nei maschi che nasce e trova la sua ragion d’essere, in un sistema di pensiero probabilmente d’origine religiosa. Non esiste l’equivalente maschile della parola “puttana” perché il corpo degli uomini non è stato oggetto dello stesso trattamento sacralizzante riservato a quello delle donne. Senza madonne non ci sono puttane. La coppia puro/impuro, nella quale molti antropologi hanno trovato il grado zero della mentalità religiosa, lavora ancora oggi dentro di noi e contro le donne: coloro che fanno uso libero del proprio corpo sono impure, cioè puttane. E non sto facendo la lezione a nessuno, neanche ai miei colleghi maschi, perché ci sono dentro pure io.

Ho passato momenti orribili quando la mia prima ragazza, dopo che ci eravamo lasciati già da un po’, fece l’amore con un altro uomo. Di altrettanto orribili ne ho passati quando mi sono fatto raccontare le precedenti esperienze della ragazza con cui sono stato successivamente. Se entro nel meccanismo della gelosia, che è la sorella presentabile della possessività, non concepisco limiti temporali. Pensare al loro corpo in quelle situazioni mi devastava. Questa cosa faceva male a me e a chi mi stava accanto, ma soprattutto era profondamente ingiusta, razionalmente indifendibile e fondata su presupposti (metafisici) nei quali non credo.

Alcuni possono pensare che la gabbia del genere sia un dispositivo che agisce principalmente sulle ragazze, che siano loro le poverine che vengono indotte a diventare ballerine, fanatiche dello shopping e brave casalinghe, mentre i ragazzi ricevono una dotazione di buone qualità neutre. Invece, lo schifo che ci consegna la nostra educazione sentimentale, quella pensata per i maschietti, è forse peggiore, perché più violento e meno incline alla remissione. Essere di mentalità aperta non basta. Capire qual è la cosa giusta neanche. Bisogna scovare dentro noi stessi i nuclei emozionali che ci spingono a provare sentimenti cattivi, le scorie di un discorso dominante che non condividiamo ma che ha messo casa in di noi. Spazzarle fuori dalla porta non è facile, io non ci sono ancora riuscito. È un percorso fatto di evitamenti, ricadute, momenti riflessivi e fughe in avanti. Ma nel quale dobbiamo sempre riconoscere quali idee sono in accordo con la nostra persona e quali sono figlie di qualcosa che non siamo.
Non dico di essere femminista per scopare, né con, né attraverso le femministe. Non lo dico neanche per essere genericamente vicino alle donne, per avere a cuore un problema sociale. Sono antisessista perché mi sembra l’unica via d’uscita da una schizofrenia che ha infettato anche me. Perché, se c’è qualcuna che è stata incatenata alla figura della principessa, qualcun altro è stato convinto di essere l’unico, buffissimo, ridicolo principe azzurro.

Illustrazione di Marta Baroni.