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Euridice può scegliere, malgré elle. Il “Poe...

Euridice può scegliere, malgré elle. Il “Poema a fumetti” di Buzzati

di Ilaria Moretti

poema a fumettiÈ il 1969 quando Dino Buzzati pubblica per Mondadori il suo Poema a fumetti. Non un romanzo, non una graphic novel vera e propria, l’opera si distingue nel panorama dell’epoca per il suo carattere innovativo e ambiguo.
L’autore bellunese traspone l’antico mito di Orfeo e Euridice in chiave moderna, sullo sfondo di una Milano in piena trasformazione, città di hippy, musica, locali all’avanguardia, traffico e misteri. Nella piccola via Saterna, situata proprio nel cuore della città, si trova una porta che conduce all’aldilà. Orfi, cantante di professione, figlio di genitori benestanti e idolo incontrastato di ragazzine minorenni in delirio per la sua musica, decide di abbandonare gli agi del mondo dei vivi per scendere nell’Ade attraversando la misteriosa porta. L’obiettivo è trovare la sua amata Eura, scomparsa prematuramente a causa di un brutto male.

Il viaggio di Orfi rivela una realtà sconosciuta ai viventi; i morti hanno nostalgia della vita, l’aldilà non è né paradiso né inferno ma luogo di attesa e rimpianto, dove niente accade perché tutto è già stabilito. È un territorio senza emozioni perché disabitato da quel sentimento che, racconta Buzzati, tiene viva la vita, ossia la paura.
Nell’angoscia del morire gli esseri umani trovano un misterioso impulso verso le cose del mondo. È infatti nel panico dinnanzi a ciò che non si conosce che si trova forza e slancio per compiere gesti, per rinnovare quell’impulso al fare, nonostante la coscienza della propria finitudine, dell’inevitabile condanna al morire. I morti di Buzzati chiedono a gran voce di ascoltare una canzone che parli di vita e bellezza, del desiderare ancora, del timore degli umani dinnanzi a ciò che non conoscono e temono più di tutto: la morte stessa. E Orfi, cosciente del poco tempo a disposizione e ben ancorato all’obiettivo del suo viaggio – riportare Eura a casa – canta per loro delle cose della vita, della paura, del timore, dell’inconsapevolezza di ciò che sarà.

Il mito di Orfeo (…) io l’ho sempre interpretato così: i trapassati sentono la mancanza della morte che è il vero senso della vita.

(Intervista concessa a Giulio Nascimbeni apparsa su Epoca, ottobre 1969).

poema a fumetti

Orfi alla stazione, alla ricerca di Eura.

Forte di questa consapevolezza e determinato a ritrovare Eura tra la folla di quei corpi non più desideranti, Orfi giunge in prossimità di lunghi binari che corrono verso il nulla. Il luogo è quello di una fantomatica Stazione Centrale, dove i treni che partono hanno quattro, cinque piani; sono lunghi grattacieli con passeggeri-fantasma in partenza per non si sa dove. Facendosi largo tra i volti spenti e animato da quel sentimento che tutto può e tutto vede, il cantante scorge dal finestrino di una carrozza l’esile profilo di Eura. L’incontro tra gli amanti è quello di due esseri che non comunicano più. Eura è ormai dall’altra parte del muro, ha perso il brivido della vita, (e con essa, ci ricorda lo scrittore, quello dalla morte), mentre Orfi è ossessionato dal poco tempo che resta, dalla fretta di correre verso la porticina che li riporterebbe in via Saterna, nel cuore della città pulsante, in quel mondo dei vivi così lontano e così mitizzato. Ma Eura si ferma, il tempo per lei è ormai una categoria astratta, non c’è fretta. La giovane donna sa che niente può cambiare, che le fiabe non esistono, che la musica può portare il ricordo di quella vita bella e inconsapevole, ma non può mutare il destino. Così, quel corpo gracile e trasparente, decide consapevolmente.
Al contrario dell’Orfeo ovidiano, in Buzzati è la figura femminile che, cosciente della propria condizione, sceglie di restare. È Eura che mostra al vivo Orfi, l’ineluttabilità delle cose, l’accettazione – così lontana all’umano – della propria immutabile sorte.

Prima che l’innamorato se ne vada per sempre, la ragazza chiede in pegno l’orologio:

– fammi vedere. L’orologio! L’orologio
vero del tempo che passa, l’orologio dei
vivi. Fammi sentire. Oh sì. Fa tic
tic. Qui da noi lo sai che il tempo
non esiste.

A rileggerle oggi, queste pagine, che all’epoca furono poco considerate dalla critica (persino Montanelli, pur senza offendere l’amico, mostrò una forma di reticenza), colpiscono per la loro modernità, per la lucidità con cui l’autore tratta delle cose del mondo, senza la presunzione di affrontarle ergendosi a giudice supremo. Il punto di vista è quello dell’uomo della strada, del signor nessuno, che vive, sogna e soffre, come un everyman qualunque. Un libro “eretico” e “filosofico” (anche se l’accezione avrebbe fatto storcere il naso allo scrittore), che utilizza linguaggio visuale e poesia per raccontare di un fatto comune e in fondo banale: siamo tutti figli del tempo, inconsapevoli della caducità. Si sfida il destino e non ci si accorge che è proprio nel brivido di quella possibilità di varcare il limite, che risiede l’energia che conduce in avanti. Quell’energia è la vita, il progresso, la consapevolezza. Il limite è la morte. Sotto la maschera dei dannati risiede il volto del Buzzati-uomo, con i suoi timori e le sue antiche manie.

Poema a fumetti, nel farsi parabola assurda dell’esistenza, rilegge l’antico mito d’Ovidio in chiave contemporanea, affidando al femminile il ruolo di guida nella descente aux enfers (non si dimentichino le procaci “diavolesse” che conducono Orfi nel regno dei morti) e di attante cosciente delle proprie azioni (il destino di Eura non dipende da Orfi, ma da lei sola).
Solo la catastrofe e l’ineluttabilità restituiscono la lucidità sul tempo perduto. Eura sceglie di restare perché più del vivo-Orfi, ha capito il valore del viaggio ed è consapevole di ciò che si è perso e di ciò che permane, immutabile, per sempre.


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  1. paolo pedrazzini

    30 aprile

    “Ti ricordi la sera che i due si baciavano e tu, solo?
    Chopin discese dalle mansarde di dio
    ti colpì per sempre alla nuca
    facendoti grande e infelice.”
    Lessi queste parole nel 1969 in Poema a fumetti e non me le dimenticai più.

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