Crea sito
READING

Mio nonno dice ciao dal fondo di una conchiglia

Mio nonno dice ciao dal fondo di una conchiglia

0-7a353e54-800

Il Veneto è una delle regioni d’Italia con il più alto livello di prossimità tra i domicili di persone appartenenti alla stessa famiglia allargata. Un esempio classico è quello della casa dei genitori e quella dei nonni situate nello stesso edificio, da baso o al pian de sora.
Quando il pregevole professor Belotti mi rivelò questo sonante dato, impiegai circa dieci secondi a realizzare che il mio caso era abbastanza anomalo.

Le circostanze hanno voluto che io sia stata una di quelle persone fortunate che arrivano non solo a conoscere tutti e quattro i propri nonni, ma anche a passarci insieme un bel po’ di tempo. I miei genitori lavoravano un sacco, motivo per cui avevano la tendenza a scaricarmi presso le loro rispettive dimore d’infanzia per settimane intere, durante i mesi estivi.
Ero sempre in Veneto, ma sufficientemente distante da casa da giustificare le mie interminabili “ferie” fatte di giochi solitari, tende con fantasie tirolesi, cavalli di plastica storpi che si esprimevano solo in dialetto e vani tentativi di darmi alla sublime arte della falegnameria.

Quando ero piccola e ascoltavo i racconti delle disgrazie degli amici di famiglia o di altri parenti, mi dicevo, come Marta, che dovevo cominciare ad allenarmi all’idea che i miei nonni non ci sarebbero stati per sempre.
A rendere vagamente ironica e squisitamente nonsense l’intera faccenda, c’era il fatto che Aldo, Lilia e Igino (ovvero i tre che, nel momento in cui sto scrivendo questo editoriale, non sono più annoverabili tra i viventi), avevano la tendenza, di tanto in tanto, a fare dell’ironia sul loro trapasso e, in particolar modo, a dipingere scenari in cui c’ero io, tutta intenta a proseguire con la mia vita, mentre loro non c’erano più.

“Guarda di fare la brava, altrimenti torno indietro e ti prendo a legnate”, ripeteva con solerzia mio nonno Igino, prima di tornarsene in garage o in orto a godersi il silenzio e la solitudine che tali luoghi offrivano.
Un altro straordinario leitmotiv, che mi è rimasto profondamente impresso, era quello dello schema delle richieste d’intercessione che mia nonna Lilia rivolgeva alla Madonna per conto della sottoscritta, in vista del mio futuro da persona adulta.
La litania era più o meno questa:

“Prego affinché tu possa essere sana e felice e tutto ti vada al meglio. Troverai un bravo ragazzo – bello, anche, ma non troppo – che ti vorrà bene e che sposerai, e avrete dei bei bambini, bravi, in salute e per niente capricciosi. E sarete tutti felici.”

Lilia era una donna molto devota che, di tanto in tanto, diceva un Padre Nostro anche per le anime di persone per le quali, secondo lei, non pregava più nessuno (es. Immanuel Kant).
Le sue preoccupazioni per la gioia e la salvezza del prossimo la spingevano a citare spesso la mia futura unione coniugale che, dal suo punto di vista, sarebbe stata fondamento della buona riuscita della mia esistenza terrena, come era avvenuto nel suo caso. Ella aveva spesso cura di osservare che non sarebbe stata presente al mio matrimonio, perché era troppo anziana per sperare di arrivarci viva.
Dato che mi sembrava tristissimo e scortese rispondere affermativamente, ero solita mugugnare dei versi senza senso nel tentativo di dirottare la conversazione su un tema più lieto. Ma mia nonna non demordeva, tanto che un giorno arrivò ad annunciarmi che intendeva acquistarmi un regalo di nozze anticipato.

Il primo pezzo della mia eredità – fatta di oggetti ingombranti dai quali mi domando se sarò mai in grado di separarmi – mi fu dunque donato circa un decennio prima della venuta meno di mia nonna Lilia. Si tratta di un vaso di vetro con dei cigni che prendono in volo.
Quand’ero alle medie, mi capitava di fissarlo dal divano del salotto e pensare: “Non ho mai baciato nessuno e ho già ricevuto un regalo di nozze. Fantastico.”

Il secondo pezzo della mia eredità cominciò a prendere forma attorno al 1987, ovvero l’anno in cui mi manifestai sotto forma di piccolo essere umano con un sacco di capelli.
Mio nonno Aldo, un insegnante di scienze naturali in pensione, decise di dedicarsi all’assemblaggio di una collezione di conchiglie, che sarebbe diventata mia dopo il suo trapasso.
Da piccola mi capitò diverse volte di vederlo tutto intento a catalogare qualche nuovo pezzo, o di stare ad ascoltarlo mentre parlava dell’irrigidimento delle norme relative alla compravendita e all’importazione di conchiglie.
Fu però solo durante il ferragosto che trascorsi con la mia famiglia a svuotare la casa dei nonni paterni che mi resi conto di quanto sterminata fosse diventata la distesa dei suoi – dei miei – raccoglitori.

Il terzo pezzo della mia eredità consiste in una bici da corsa di colore blu, che per anni fu il principale mezzo di trasporto di mio nonno Igino. Stando a quanto mi hanno riferito, egli smise di usarla dopo che, qualche anno fa, andò fuori strada, finendo dritto in un fosso.
Igino mi donò la sua preziosa bici onde evitare che finisse a marcire sotto la pioggia. Me la caricò nel bagagliaio della macchina, spiegandomi tutti i lavori di manutenzione che avrei dovuto fare prima di poterla utilizzare.
All’epoca avevo già una bici e il mio garage era molto piccolo, motivo per cui, tra una cosa e l’altra, il dono finì a casa del mio ex ragazzo, dove restò per uno o due anni.
Quando mi decisi a recuperarla, emerse che suo nonno (che abita da baso) l’aveva smontata e lasciata per un po’ sotto la pioggia. Fu così che mi ritrovai con un telaio arrugginito e nient’altro. Nel frattempo, mio nonno aveva avuto un infarto e io ero diventata una persona che passava un sacco di tempo a pensare alla decadenza dei corpi e ai modi in cui, tramite la parola, mi è dato tentare di mantenerli in vita.
Passai l’estate successiva a rimettere la bici in sesto, tra tutorial pescati online, vaghi ricordi della mia passata esperienza in ciclofficina e visite arrendevoli al bicicletaro del quartiere.

L’aspetto nonsense della mia eredità cade nel momento in cui, con la lentezza di un bradipo strafatto, mi pare di scorgere un senso chiarissimo e limpido dietro a quella catasta di oggetti fragili, che ho paura di logorare, di perdere, e che credo rimarranno per chissà quanti altri anni a casa dei miei genitori.
Penso al vaso delle mie nozze e al modo in cui esso sintetizza buona parte delle speranze che mia nonna aveva per me.
Penso alla soffitta invasa da scatoloni pieni conchiglie delle quali non so apprezzare il pregio, al silenzio nel quale permangono, e mi ricordo di mio nonno, con il quale ho sempre parlato poco, perché non conoscevo la terminologia tecnica per farlo, perché non ero abbastanza adulta per poter partecipare ai discorsi da grandi.
Penso alla bici di Igino, che ora è mia, e ai giri che ci facciamo insieme quando torno a Vicenza, all’ansia con cui la lego ai pali della luce, ai chili di catene e lucchetti che mi porto dietro, al fatto che ho paura di portarla con me nella prossima città nella quale mi trasferirò, perché se me la rubassero non avrei più niente di materiale che mi tenga in contatto con la concretezza perduta mio nonno.

Il tema di mese di gennaio è eredità.
Oltre a tornare sulla questione dei cimeli di famiglia, del black humor del destino e di quello delle nostre famiglie, parleremo anche di storia del femminismo, Aldous Huxley, di “romanzi per signorine”, dei nostri eventuali figli, di orfanotrofi, delle pioniere della musica elettronica e di molto altro ancora.

(Immagine: Balthasar van der Ast)


RELATED POST

  1. Paola

    8 aprile

    Scrittura meticolosa: che dedizione!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.