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Dell’emancipazione femminile ai tempi di Val...

Dell’emancipazione femminile ai tempi di Valentina Nappi

Quando si parla di sesso e di donne, soprattutto sulle pagine dei giornali, bisognerebbe sempre prendere la questione con le molle, i guanti e plastica da imballaggio con le bolle. Qualche giorno fa però è uscito su Linkiesta un pezzo piuttosto interessante, nella sua cruda analisi, su Valentina Nappi, che mi ha obbligata a recuperare alcune riflessioni in materia di genere ed emancipazione femminile che da tempo prendono polvere nella mia testa (e non solo la mia).

Valentina Nappi è una giovane attrice porno italiana, che da qualche tempo ha destato l’attenzione anche dei media tradizionali – e non di settore – per le sue dichiarazioni riguardo il mondo del porno e il rapporto fra quest’ultimo e la società. Nappi sostiene che attraverso l’ostentazione mediatica di una libera (liberissima) attività sessuale le donne possano emanciparsi definitivamente e che, in questo modo, si potrebbe conseguire anche un deciso miglioramento della società tutta. Così in uno dei suoi più recenti status Facebook:

Una donna che non si rende sessualmente disponibile al primo che capita (la fa arrapare) è una stronza che fa male a se stessa e agli altri. Per quale ragione razionale se ho voglia di farmi uno non dovrei farmelo?

Nel suo articolo su Linkiesta, Quit The Doner dà una sua lettura del fenomeno porno/intellettuale della giovane web star, la cui vita sessuale è piccante tanto quanto la sua “penna”.

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L’emancipazione femminile nell’Anno Domini 2014 passa dunque per il letto? È necessario ostentare il sesso per separarsi dal maschilismo imperante ed annientare lo slut shaming, dichiarando apertamente il crescente numero di uomini con cui si è andate a letto (e come e perché)? Impossibile non fermarsi a riflettere. Occorrerebbe fare almeno un po’ di chiarezza sul significato di emancipazione femminile.

Per decenni il femminismo si è battuto per la parità dei sessi: le richieste erano di equità perché lo Stato, la società, la cultura erano inique. Voto alle donne, diritto all’autodeterminazione, diritto a prendere decisioni sul proprio corpo, diritto a non essere ammazzate per “passione”. Difficilmente ci si fermava a ragionare sul significato ultimo di emancipazione, perché l’urgenza di “uguale trattamento per tutti” era tale da non permettere distrazioni. Ma emanciparsi vuol dire azzerare le diversità o affermare la diversità come valore pretendendo uguale dignità per tutti in qualità di esseri umani?

La sensazione che provo nel leggere le avventure di Valentina Nappi, come di altre donne che interpretano l’emancipazione come passaggio da “sesso debole” a “sesso forte”, mi ricorda il disperato tentativo di affermazione di un pensiero costituzionalmente minoritario, che elemosina l’ammissione nella cerchia della maggioranza attraverso l’utilizzo dei codici di chi dovrebbe sancire il “passaggio di grado”. Il vero passaggio sarebbe invece segnato – credo – dalla capacità di produrre senso in modo autonomo. Non scimmiottare, non abbracciare acriticamente “pur di”, ma creare.

Penso a un fenomeno che da sempre mi lascia perplessa: quello dello spogliarello maschile nella serata dell’8 marzo. Il problema non è se alle donne piaccia più o meno che agli uomini assistere allo spettacolo di una persona che si spoglia per loro, ma il fatto che questa attività si marginale e “concessa” (o autoconcessa) al pubblico femminile solo in occasione di questa festa e di qualche party di addio al nubilato. In ogni città medio/grande esistono un buon numero di locali di spogliarello per il pubblico maschile (per non parlare di centri massaggio e altre attività), ma non esiste (o esiste raramente) una realtà analoga e a carattere stabile per il pubblico femminile. Le ipotesi a questo punto sono due: 1) il mercato si rifiuta di accogliere la richiesta delle donne rinunciando così ad una succosa possibilità di business in nome di una remora morale, 2) non esiste una richiesta tale da imporre al mercato una svolta. Propendo per la prima perché, si sa, le regole del mercato hanno assai poco a che fare con la morale.

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Vogliamo davvero Magic Mike? O lo vogliamo solo perché gli uomini hanno gli strip club?

Dunque perché non esiste questa richiesta? E come mai si manifesta solo in occasioni “predeterminate”? Se una donna prova piacere nel vedere un uomo spogliarsi lo prova, evidentemente, in ogni possibile giorno dell’anno, quindi la domanda che dobbiamo porci è: ma davvero le donne cercano questo tipo di performance o si tratta, nel bene o nel male, di un adeguamento ad uno standard di matrice maschile di derivazione culturale? Non posso entrare nella testa delle donne quindi mi limito ad una riflessione generale: non è che ci siamo abituate a pensare che ciò che è davvero bello, il bello con la B maiuscola, debba per forza essere per forza qualcosa che tradizionalmente è patrimonio della cultura maschile?

La donna sul lavoro deve dimostrare di avere “le palle”, magari a letto deve per forza trasformarsi nell’equivalente del maschio alfa. E torniamo qui, per restare a Nappi, all’elenco degli uomini con cui si è andate a letto, alle tecniche utilizzate, alla capacità/resistenza/durata nei rapporti, a considerazioni su limiti da superare e performances da migliorare.

E qui entrerebbe in gioco un ulteriore spunto interessante. Quali benefici potrebbe avere un nuovo pensiero forte femminile sul pensiero maschile non egemone (quello, per riderci un po’ su, dei cosiddetti maschi “beta”, “gamma” e “delta”)? A quale nuova “liberazione” si potrebbe arrivare ampliando e mescolando i confini di genere? Forse ci sarebbe davvero bisogno di un pensiero trasversale capace di abbracciare – nel rifiuto della tipizzazione di cultura e comportamento sul modello storicamente maggioritario – maschile e femminile nel rispetto delle reciproche peculiarità. Forse però è un pochino più complicato del fare la conta degli uomini e delle donne con cui si è andati a letto.


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  1. Fra

    18 Novembre

    Ma sul serio si può provare a iniziare a scrivere un articolo che dovrebbe essere uno spunto per ripensare all’autoprogettazione parlando di Valentina Nappi?

  2. Paolo

    19 Novembre

    Il problema della Nappi è che risulta normativa come ciò a cui si contrappone..insomma se a lei piace fare sesso con chiunque la aggradi anche se lo conosce da cinque minuti è liberissima e nessuno può dire che la sua non è libertà, ma lo stesso deve valere per la ragazza che vuole arrivare vergine al matrimonio (per quanto possa essere antiquato e pure controproducente: secondo me sarebbe meglio vedere se c’è compatibilità sessuale prima di un passo come il matrimonio), lo stesso vale per la ragazza libertina come per quella più “romantica” eccetera. Insomma chi vive il sesso diversamente dalla Nappi è una persona di per sè libera quanto lei, non è detto che sia repressa (potrebbe esserlo ma nè Nappi nè noi possiamo saperlo, lo sa solo quella persona). E allo stesso modo non credo che le donne particolarmente disinibite stiano solo scimmiottando comportamenti maschili.
    Insomma piuttosto che chiedermi se le donne vogliono davvero Magic Mike oppure no io rispetto chi lo vuole e chi non lo vuole. Insomma rispetto chi si sente simile a Samantha Jones come rispetto chi si sente più Charlotte o Carrie o Miranda o un po’ di tutte e quattro. Nessuna è di per sè più libera e autentica delle altre.

  3. Caterina Bonetti

    19 Novembre

    Si visto che di Valentina Nappi parla tutta la rete. Oppure possiamo partire da un saggio di Donna Haraway solo che ci ritroveremo a far salotto fra di noi. Pregevole ma utile alla discussione e all’ampliamento dei suoi confini come un venditore di sabbia nel deserto.

  4. Fra

    19 Novembre

    Il fatto che di Valentina Nappi parli tutta la rete non significa comunque che offra interessanti o innovativi spunti di conversazione. Se la Nappi avesse espresso un qualche tipo di opinione in controtendenza e non si fosse limitata a dire cose che ogni giorno sento dire al bar sotto casa, allora magari potremmo ampliare i confini di una qualsivoglia discussione.
    Ma se la rete parla di lei non è perché offre ingegnosi spunti di conversazione, ma perché dice cose come “voglio squirtare in faccia a Diego Fusano”; in tal senso mi chiedo quale sia il pregio di unirsi al coro e ampliare un già ridicolo fenomeno mediatico.
    Capisco che la cultura pop sia importante per evitare l’eterno ripiegarsi su teorie femministe i cui paradigmi stanno perdendo di significato, ma seriamente c’è bisogno di questo tipo di spunti? Sono seria nella domanda, ampliare il dibattito è giusto, ma la qualità del dibattito è altrettanto importante.
    Ah e Haraway secondo me non sarebbe per nulla un buono spunto di riflessione a tal proposito. Meglio Alcoff.

  5. laura a.

    23 Novembre

    se c’è ancora un tabù per qualche donna nell’andare a letto con il primo che la invoglia (se la invoglia, attenzione: non c’è normatività ma soggettività) e soprattutto nel poterlo dichiarare apertamente, allora Nappi ha una qualche ragione, e il suo discorso una utilità “emancipativa”.
    Altrimenti no. E’ da capire questo, scorporando il succo (con rispetto parlando) dalla questione della sua visibilità personale, che poco ci interessa.

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