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Elyse Weinberg: la gemma perduta degli anni ’60

elyse weinberg

A volte accade, come per gli oggetti incantati o i tesori delle fiabe, che alcune gemme musicali piene di magia e mistero finiscano per cadere tra i crepacci ombrosi della storia della musica. Uno di questi capolavori nascosti è Elyse, debutto self-titled di Elyse Weinberg. Elyse, negli anni ’60, era una ragazza canadese che frequentava la mitologica scena folk di Toronto, nella quale si ergevano luminosi artisti e artiste come Neil Young e Joni Mitchell. Si trasferì poi a Los Angeles, e lì, colpita dalle onde psichedeliche della West Coast, registrò, per la Tetragrammaton Records di Bill Cosby, il suo primo album.

Elyse è un disco stupendo. La voce di Elyse lo percorre forte, quasi roca, attraverso i suoi vari stili e trovate folli. Elyse è una maga che evoca immagini e misteri psichedelici, personaggi come Sir John Velveteen, che esce dalla prima, sognante canzone folk, “Last Ditch Protocol”, dalla melodia commovente. Il sitar su “Deed I Do”, cover di Bert Jansch, infittisce il mistero magico di Elyse, e gli altri pezzi, ognuno dei quali sarebbe degno di un paragrafo, ci accompagnano fino alle incredibili e potentissime melodie di “Here in my Heart”, “Simpleminded Harlequin” e “Meet me at the Station”, attraverso le quali Elyse risplende dorata nelle nostre orecchie.

La seconda parte dell’album, introdotta dal frammento “Painted Raven”, acquisisce il tono di un blues ubriaco e pazzo, con testi che affrontano con più o meno ironia i meandri del tema della morte, e arrangiamenti affidati a organi, chitarre sporche e honky-tonk traballanti. “Houses”, il penultimo pezzo, vede niente di meno che Neil Young alla chitarra, prima che l’album si chiuda con la ballata toccante e incantata “What You Call it”.

Elyse Weinberg

Elyse Weinberg

Ma come è successo che un’opera d’arte del genere si perdesse nel buio e nel mito, e come è accaduto che rivedesse la luce dopo decine di anni? Elyse ebbe un discreto successo iniziale, arrivando al trentunesimo posto nella Top 40, facendo guadagnare a Elyse delle apparizioni in tv e articoli di critica favorevoli. Ma poco dopo la Tetragrammaton Records venne chiusa, e il secondo album di Elyse Weinberg, Grease Paint Smile, scritto in collaborazione con Neil Young, non uscì mai. La stessa sorte toccò a Wildfire, il terzo album, che sarebbe dovuto uscire per la Asylum Records. Inoltre, Cher registrò una sua cover, ma venne accreditata al marito Sonny. Elyse smise di suonare, cambiò il suo nome in Cori Bishop, e si trasferì prima a Santa Fe e poi in Oregon. E così le sue magnifiche canzoni sprofondarono nell’oblio.
Trent’anni dopo, nel 1999, Andrew Rieger degli Elf Power, gruppo che fa parte del sempre luminoso collettivo Elephant 6, vide un vinile in un mercatino dell’usato e lo comprò a scatola chiusa, per un dollaro, perché gli piaceva la copertina. Era ovviamente Elyse, e Rieger ne rimase talmente colpito che contattò subito Cori Bishop/Elyse. La musicista canadese, eccitata dall’idea di suonare di nuovo, acconsentì alla proposta di Andrew Rieger di ristampare il disco in CD per la Orange Twin Records, di cui abbiamo già parlato in un’intervista con Laura Carter degli Elf Power. I master originali erano andati perduti, quindi venne usato un vecchio vinile conservato bene per la ristampa, cosa che dà all’album una misteriosa e polverosa patina sonora.

Infine, tornata alla luce, Elyse ha ripreso ad esibirsi in Oregon e ha registrato e fatto uscire un nuovo LP. Il tesoro è stato ritrovato, la maga ha i suoi adepti, gli anni ’60 hanno di nuovo la loro gemma luminosa.


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