Sono diventata femminista per decine di motivi diversi, ma il primo e il più feroce, quello attraverso cui ho scorto la sagoma di tutti gli altri, è rintracciabile negli esercizi di contorsionismo cui mi abbandonai nel tentativo di essere come i miei artisti uomini preferiti. O meglio: di diventare i miei artisti uomini preferiti.

Avevo sedici anni e, ovunque mi voltassi, c’era qualcuno pronto a farmi notare il nesso causale tra la presenza di un’essenza maschile e la produzione di contenuti dal grande spessore artistico. I libri e i dischi scritti da donne che mi erano piaciuti mi apparivano come eccezioni alla regola, non solo perché avevo avuto accesso soprattutto ad opere composte da uomini, ma anche perché mi era stato spiegato esplicitamente e ripetutamente che la capacità di esprimere sentimenti universali era un’esclusiva maschile.

Mancavo di specchi nei quali veder riflesse e normalizzate le mie esperienze e i miei girovagar nel buio. I necessari esercizi di scrittura confessionale e immaginifica cui mi dedicavo quasi ogni giorno tornavano non di rado al mittente con due tipi di giudizio. Il primo, da pronunciarsi con tono paternalista: “Diaristica.” Il secondo: “Molto brava per essere una ragazza.”

Se questo non avesse condizionato pesantemente la mia tarda adolescenza, forse oggi proverei meno rabbia nel reiterato imbattermi nel Commento di Facebook Dichiarante, appunto, la Superiorità Artistica degli Uomini come Categoria. Se il sessismo internalizzato che a tratti mi dominava non avesse reso difficilissimo avere delle amicizie profonde e durature con delle ragazze, forse sarei più lieve e dimentica delle centinaia di ore che passai seduta a scrivere, di fronte ai miei vecchi computer infuocati. Se non mi avessero convinta del fatto che sarei dovuta diventare un uomo per ricevere il supporto di cui avevo bisogno e trovare una comunità di pari che mi accogliesse, oggi sarei forse un tipo diverso d’animale.

Il punto è che sapevo che non potevo diventare veramente un uomo, e diventare come un uomo non sarebbe mai stato abbastanza.

Dopo essere stata raggiunta dal verbo femminista, ho iniziato a capire quanto i miei quotidiani autolesionismi di allora fossero in realtà ansie da intrinseca impossibilità di incorporare la maschilità egemone*, o per lo meno un certo tipo di maschilità egemone, ascrivibile all'”artista”.

Per quanto scrivessi e leggessi fino a consumarmi la vista, sapevo che non avrei mai potuto scrivere “di cose da uomini secondo una vera prospettiva maschile”, e quindi parlare “di cose universali con linguaggi universalmente apprezzabili”. Al contempo, i personaggi femminili che incrociavo erano quasi tutti di contorno o altamente stereotipati.

Philly Feminine Zine Fest

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Ragionare attraverso lenti femministe mi ha aiutata vedere quella maschilità egemone per quello che è: una costruzione inarrivabile, generatrice di forti dislivelli di potere. Il palco è cascato di fronte ai miei occhi. L’egemonia è diventata ideologia, laddove essa, per definizione, è riconoscibile come tale e quindi criticabile.

Ho imparato il rispetto nei confronti delle opere criticate perché “idiosincratiche”, “ombelicali” o semplicemente non aderenti agli standard correnti dell’Alta Cultura. Ho imparato a fottermene grandemente dell’Alta Cultura e ad amare e a ricercare ciò che viene escluso e che, attraverso la sua mera esistenza, mette in discussione i set di regole e i confini di cui sono zeppi i nostri programmi ministeriali per la scuola dell’obbligo.

Ho capito che vedrò me stessa con estrema nitidezza, e continuerò a scoprirmi, non nel prossimo romanzo dell’anno, ma nel necessario e imperituro lavoro di compilazione dei numeri di una fanzine svolto da una ragazza che si cura fino ad un certo punto dei propri errori di battitura, o in quel testo che non è fiction e non è saggio e non è memoir e non è poesia ma è tutte e quattro le cose, che quell’altra ragazza ha dovuto scrivere per anni interi, anche se tale attività le causava dolori terribili alle articolazioni, e anche se in cuor suo non riusciva a smettere di pensare che tale opera non avrebbe avuto pubblico.

I ragazzi che si permettono affermare che l’Arte è cosa maschile non sanno quello che dicono. Credono di saperlo, ma la loro visione è povera e io ho pietà di loro. I ragazzi che riducono il vostro lavoro e le vostre aspirazioni a banali acquerelli (attraverso i quali tenervi occupate le dita), sono pigri e la loro pigrizia, alla lunga, peserà sul loro lavoro.

Grouper

Grouper

Ignorate i loro patetici lamenti e concentratevi su ciò che volete fare veramente. Ciò che volete fare veramente è importante e legittimo e tutte noi di Soft Revolution vi supportiamo nella fatica che tale pratica richiede, qualsiasi essa sia.

Concedetevi il lusso di apprendere e di sperimentare senza l’urgenza di raggiungere la perfezione. Sedetevi in compagnia di voi stesse e fate ciò che vi fa sentire vive.

Il tema di dicembre è sedersi. Parleremo in prevalenza di attività che si svolgono da sedie, selle, panche e via dicendo, ma non di ci limiteremo certo a questo. Inoltre: aspettatevi il nostro ormai classico best of di fine anno e altre magiche sorpresine.

 

* Sul concetto di maschilità egemone consiglio i seguenti testi:
Connell, R.W. 2005. Masculinities. Second Edition. Berkeley, CA: University of California Press
Connell, R.W. and James Messerschmidt. 2005. “Hegemonic Masculinity: Rethinking the Concept.” Gender and Society 19(6): 829-859.
Sabo, Don, Terry A. Kupers, and Willie London. 2001. “Gender and the Politics of Punishment.” Pp. 3-18 in Eds. Sabo, Kupers, and London, Prison Masculinities. Philadelphia, PA: Temple University Press.
Nonn, Timothy. “Hitting Bottom: Homelessness, Poverty, and Masculinity.” In Kimmel and Messner, Eds. Men’s Lives (pp. 242-251)
http://en.wikipedia.org/wiki/Hegemonic_masculinity