I’m just a little Jewish girl, trying to be cute.

Mi pento della decisione di scrivere un articolo sulla scrittrice Dorothy Parker circa mezz’ora dopo averlo comunicato alle ragazze di Soft Revolution. Fare ordine sul suo personaggio, la sua vita, i pettegolezzi, mi mette un po’ in crisi. Dottie è da anni nella classifica delle mie eroine, insieme a Frida Kahlo, le gemelle Olsen e Mulan.

È una figura femminile complessa, dalla biografia immensa, sulla quale sono state dette molte bugie e molto non è stato raccontato, su cui la stampa e il gossip si sono accaniti e di cui si sa soltanto il “superfluo”.
Prince la ha dedicato una canzone, nel 1994 è uscito un film ispirato alla sua vita (Mrs. Parker and the Vicious Circle), Eugenio Montale l’ha tradotta.

L’immagine che è stata costruita su di lei è quella di una donna piena di contraddizioni e di talento, coraggiosa nello schierarsi politicamente ma che tenta il suicidio più di una volta, scrittrice raffinata dall’ironia pungente.
È una figura sulla quale si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia sapendo che ci saranno sempre dei dubbi su ciò che è vero o su ciò che non lo è.

La scrittrice Fernanda Pivano lo ha spiegato perfettamente:

L’immagine di Dorothy Parker è legata alla New York ruggente degli Anni Venti e alla Hollywood laminata d’oro degli Anni Trenta: è legata al lusso e alla frivolezza, a sbronze più o meno festose e ad amori più o meno discutibili, a cronache maligne e a recensioni canzonatorie; è legata a scene di fasto e sperpero, di egoismo sociale e di leggerezze private, di grandi feste fitzgeraldiane in cui si fabbricava il gin nelle vasche da bagno e di numerosa servitù assunta tra gli aristocratici europei decaduti.
Dei suoi guai politici non si è mai sentito parlare: si è sentito parlare dei suoi boa di struzzo e del suo whisky, dei suoi mariti e dei suoi amanti, dei suoi aborti e dei suoi tentativi di suicidio, dei suoi debiti e della sua incapacità a dirigere il ménage, del suo amore per i cani e, interminabilmente, delle malignità con cui stroncò personaggi o amici o conoscenti.
Ogni tanto si parlò dei suoi versi, dell’eleganza dei suoi racconti, dell’insuccesso delle sue commedie e delle commedie che vennero scritte nel tentativo di ritrarla.

77654

Parker nasce nel 1893 come Dorothy Rotschild in una famiglia ebrea e benestante, riceve un’educazione severa, ma, adolescente, si sottrae ben presto alle regole che le vietano di andare al cinema, fumare e incontrarsi con i ragazzi.

Alla fine degli studi inizia a simpatizzare con i movimenti integrazionalisti neri, con il movimento femminista e con l’idea che tutte le guerre sono immorali (ma quelle imperialistiche sono più immorali delle altre).

Lascia l’ambiente familiare e gli agi a cui, per nascita, era destinata, e va a vivere da sola in una camera in affitto. Comincia a scrivere poesie, diventa didascalista per “Vogue” a 10 dollari la settimana e la sera suona il piano in una scuola di danza.

Il cognome Parker è quello del suo primo marito. La sua ironia spontanea la contraddistingue sempre: quando, dopo aver divorziato ma aver mantenuto il cognome, le viene chiesto se ci fosse un signor Parker e lei risponde “Una volta c’era”.

Dorothy è minuta, con occhi enormi e grossi occhiali da miope portati quasi di nascosto, perché, come dice in un suo versetto “Men seldom make passes – At girls who wear glasses” (“Gli uomini fanno di rado la corte – alle ragazze che portano gli occhiali”).

Dorothy Parker è riconosciuta come scrittrice, giornalista e critica, il cui sarcasmo è il tratto distintivo. Sa distruggere spettacoli teatrali, libri o amici con una sola battuta.

44127La sua educazione raffinata e la sua provenienza da un ambiente di codici comportamentali severi accrescono ancor di più il suo cinismo. È spiritosa, furba, aggressiva, maligna, crudele, maliziosa, non ordinaria né comune, dotata di un sarcasmo unico e sa esattamente fare proprio ciò che la stampa vuole: colpire i rappresentanti della presunzione, dell’ignoranza, dell’ipocrisia.

Scrive raccolte di libri e di racconti, dopo Vogue scrive per Vanity Fair, spostandosi al New Yorker, e poi lavorando come critica teatrale.
Di lei si dice che abbia “una mente di uomo nascosta in un corpo di donna”. Ora, per fortuna, sappiamo che è la mente femminile ad essere straordinaria e sensibilmente differente da quella maschile.

È “la donna più spiritosa di New York” e ciò stupisce essenzialmente proprio perché una donna riesce ad esserlo più degli uomini.
Dorothy mantiene sempre la sua umiltà, affermando che è solo ciò che i tempi e la stampa le chiedono: “Dammit, it was the twenties and we had to be smarty. I wanted to be cute. That’s the terrible thing. I should have had more sense.”

La politica, insieme alla scrittura, è sempre al centro della sua vita e meriterebbe un capitolo a parte: dagli scioperi dei lavoratori, al definirsi “comunista” ed essere sempre perseguitata e ridicolizzata dalla stampa per questo (a causa del suo tenore di vita), al periodo spagnolo in cui fala corrispondente di guerra durante la Guerra Civile, al boicottaggio subìto che le impedisce di trovare lavoro e successivamente a quello che non le concede di rinnovare il passaporto per recarsi nuovamente in Europa.

La sua ferma volontà di non “esporsi” le permette di circondare di mistero la sua vita privata: mariti, amanti, aborti e tentativi di suicidio. Nessuno sa bene cosa accada in realtà a questa minuscola donna terribile, che si ritira a scrivere in squallide camere con la sola compagnia dei suoi cani e della macchina da scrivere che nessuno vede mai senza che sia nascosta da un asciugamano. L’unica cosa di cui tutti sono certi era la sua ferma e implorante volontà che nessuno scriva mai una biografia su di lei (volontà per nulla rispettata da John Keats).

La sua poesia più famosa è senza dubbio Resumé:

Razors pain you;
Rivers are damp;
Acids stain you;
And drugs cause cramp;
Guns aren’t lawful;
Nooses give;
Gas smells awful;
You might as well live.

Young_Dorothy_ParkerAgghiacciante autoironia, scherzare sul suicidio dopo averlo tentato più di una volta: solo lei.
Il suo obiettivo è lo smantellamento della gente stupida, delle convenzioni borghesi, dell’ipocrisia e la sua sensibilità come scrittrice, ma soprattutto come donna, è la chiave di tutto questo.

Col passare degli anni inizia a fumare troppo, bere troppo e il suo profumo preferito diviene quello delle tuberose (il profumo usato dagli imbalsamatori per coprire l’odore dei cadaveri).

Conosce Hemingway (che la critica e tenta, con una poesia satirica, di farle il verso), gira l’Europa, ma col crescere della sua popolarità, cresce la sua solitudine e la coscienza della sua disperazione interiore.

A quarant’anni si risposa con un attore bisessuale molto più giovane di lei, Alan Campbell, e si sposta con lui a Hollywood per scrivere sceneggiature. Insieme lavorano su più di 15 film con vari studi cinematografici. Divorziano dopo quattordici anni. Dopo tre si risposano. Rimangono insieme fino al suicidio di lui, nel 1963.

Parker finisce per tornare a vivere a New York, sopravvivendo con 75 dollari settimanali che venivano assegnati ai disoccupati. Nel 1967, il 7 giugno, Dorothy viene trovata morta, sola, in un albergo, alcolizzata e quasi cieca.

Nel suo testamento, lascia tutti i suoi averi alla fondazione in nome di Martin Luther King Jr.
Il suo epitaffio, perfettamente nel suo stile, recita: “Scusate la polvere”.

Letture di Dorothy Parker fortemente consigliate:

– Il mio mondo è qui
– Uomini che non ho sposato