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Le donne dell’Odissea

di Maria Vittoria Fontanesi

La prima volta che sentii parlare dell’Odissea avevo cinque anni o poco più e mi trovavo sull’auto arroventata di mio zio, che procedeva a passo di lumaca sull’ancora più arroventato asfalto dell’A14 in uno di quei pomeriggi di agosto in cui l’afa è così insopportabile da mozzare il respiro, e in cui i contorni delle cose sembrano indefiniti e tremolanti. Nei primi anni Novanta la climatizzazione nelle auto non era tanto diffusa come oggi, e la zia aveva tutte le ragioni a paragonare a un’Odissea quel viaggio di ritorno dalle vacanze in Riviera.

Un po’ per ammazzare il tempo, un po’ per trovare sollievo dal caldo insopportabile, gli zii iniziarono a raccontarmi le avventure di Ulisse e del suo lungo tragitto verso Itaca. Fu così che venni a conoscenza del grande poema Omerico, delle creature fantastiche della mitologia greca, e delle figure femminili che in un modo o nell’altro accompagnarono l’eroe nel suo peregrinare. Anni dopo, al liceo, lessi con attenzione i ventiquattro libri che compongono l’Odissea e mi convinsi sempre di più che, se non fosse stato per le donne straordinarie incontrate sul suo cammino, il personaggio di Ulisse sarebbe apparso molto meno interessante agli occhi di così tante generazioni di lettori e lettrici… e chissà se le sue gesta sarebbero ugualmente giunte fino a noi.

donne dell'odissea

“Ulisse e Calipso”, Arnold Böcklin, 1883

Calipso, la ninfa innamorata

Calipso vive sull’isola di Ogigia insieme ad altre ninfe che, come lei, trascorrono le giornate tessendo e cantando. Abita in una grande grotta piena di antri nascosti, ed è lì che accoglie Ulisse quando approda solo sull’isola, dopo essere scampato alle tempeste marine di Scilla e Cariddi. I due diventano amanti, ma la loro storia non è del tutto felice in quanto egli è consapevole della necessità di tornare ad Itaca.
Nonostante il ricordo di casa, Ulisse non si fa remore a trascorrere insieme a Calipso ben sette anni, durante i quali la ninfa si innamora profondamente di lui, tanto da volergli concedere il dono dell’immortalità, fino a che gli dei non la convincono a lasciarlo ripartire. Prima di farlo, però, Calipso scatena su Hermes, messaggero degli dei, il suo dolore per l’imminente perdita dell’amato:

Così disse, rabbrividì Calipso, luminosa fra le dee,
e rispondendogli disse parole suadenti:
«Impietosi siete, o dèi, e invidiosi più di tutti,
voi che vi sdegnate con le dee quando giacciono con gli uomini
palesemente, se una di loro trova un amato marito…»
(libro V, vv. 116-120)

Il suo amore è sincero e ancor più sincera è la rabbia di dover rinunciare a un legame che lei ritiene del tutto legittimo. Nelle sue parole si legge il rincrescimento per la disparità di trattamento tra dei e dee: mentre ai primi si perdonano tutte le passioni fugaci con donne terrestri, alle seconde vengono riservate punizioni severe e imposte rinunce forzate anche quando il sentimento che le lega ad un uomo è profondo e duraturo. Apporta poi l’esempio di altre dee, da Aurora a Demetra, vittime dello stesso destino, e conclude: “Così ora contro di me vi sdegnate, o dèi, perché con me sta un uomo mortale.” (v.129).

Nausicaa, la giovane vergine

La giovane figlia del re dei Feaci accoglie con gentilezza il naufrago Ulisse, lo rifocilla, gli procura delle vesti, e lo conduce nel palazzo del padre affinché racconti la sua storia. In questo Nausicaa non agisce sola, ma spinta dal consiglio della dea Atena, che le compare in sogno e le infonde un coraggio e una maturità insoliti in una ragazza della sua età. Lei rappresenta a tutti gli effetti un’ancora di salvezza per Ulisse, stanco di navigare e ormai solo, e insieme al padre Alcinoo lo aiuta concretamente a rimettersi in viaggio verso Itaca facendogli dono di una nave nuova.
Nausicaa è una principessina destinata a prendere marito e ad essere per tutta la vita una moglie fedele e devota. Ha ancora lo spirito libero della sua giovane età e, pur non pensando ancora al matrimonio, vede in Ulisse l’uomo che vorrebbe al suo fianco. Allo stesso tempo, è anche prudente e saggia, tanto che al momento di condurre l’eroe alla casa paterna gli suggerisce di prendere una strada diversa per evitare i possibili pettegolezzi dei Feaci nel vederla insieme a uno sconosciuto prima delle nozze.

Voglio però sfuggire alle loro chiacchiere maligne, poiché temo
Che qualcuno mi mormori alle spalle: ci sono dei prepotenti fra il popolo:
e uno più maligno, incontrandoci, potrebbe dire:
«Chi è mai questo straniero, bello e forte, che segue Nausicaa?
Dove mai lo ha trovato? Certo sarà suo sposo.
Oppure ha soccorso un naufrago prima della sua nave,
uno straniero, che proviene da genti lontane, poiché non abbiamo vicini;
oppure è un dio, che le giunse dopo tante preghiere
scendendo dal cielo, e la avrà per sempre?
Meglio, se da sé si è trovata marito,
che viene da fuori: infatti disprezza quelli della sua terra,
i Feaci, che, numerosi e pur nobili, la desiderano in moglie.»
Così diranno, ed io proverei vergogna.
E anch’io biasimerei un’altra, che si comportasse così,
che contro il volere del padre e della madre
andasse in giro con uomini, prima delle pubbliche nozze.
(libro VI, vv. 273-288)

Dispiace quasi per Nausicaa, così saggia e generosa, eppure destinata ad un futuro convenzionale di moglie e madre. Non si capisce, però, se questa astuzia sia insita in lei o se sia piuttosto il frutto temporaneo dell’intervento delle dea Atena, sempre pronta ad aiutare Ulisse nel momento di maggiore necessità.

donne dell'odissea

“Circe”, J.W. Waterhouse

Circe, la maga ammaliatrice

Figlia degli dei e abitante solitaria dell’isola di Eea, Circe è il personaggio femminile più misterioso dell’Odissea. Vive in uno splendido palazzo difeso da belve feroci e, dopo avere ammaliato i compagni di Ulisse con il suo canto e con bevande velenose, non esita a trasformarli in maiali e rinchiuderli nella stalla. Anche Ulisse potrebbe cadere vittima della stesso fato, ma viene prontamente avvertito da Hermes e rifiuta le sue offerte. Però ne diventa l’amante e ottiene la liberazione dei compagni di viaggio dall’incantesimo. Per un anno gli uomini vengono ospitati in modo sontuoso nel palazzo di Circe, ma in loro è vivo il desiderio di fare ritorno a casa e avvertono Ulisse, il quale se ne era quasi dimenticato (per la seconda volta, dopo l’esperienza con Calipso). La maga acconsente, ma lo avverte che ad aspettarlo ci sono ancora altre peripezie da affrontare, stavolta nel regno dell’oltretomba. Gli fornisce anche dei consigli preziosi per fronteggiare al meglio la nuova sfida e gli dona un vento favorevole alla navigazione.
Ciò che più stupisce di Circe non è tanto la sua solitudine, quanto la trasformazione simbolica degli uomini in maiali (perché non un altro animale?) e la sua volubilità: da una passione repentina nei confronti di Ulisse passa rapidamente ad un distacco, e lo lascia andare senza le remore di Calipso. La differenza sta nel fatto che Circe non è innamorata, ma vuole soltanto divertirsi senza coinvolgimento emotivo. Per questo il suo invito non lascia spazio a dubbi:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo.
(libro X, vv. 347-350).

Attenzione però: Circe parla di fiducia, non di passione carnale e il suo sembra piuttosto un desiderio di amicizia e compagnia. In questo la maga dell’isola di Eea è profondamente attuale: lei e Ulisse sono friends with benefits! Nonostante lui si fosse ripromesso di non lasciarsi ammaliare, cade vittima di un incantesimo più sottile di quello della mera trasformazione in maiale e resta nel palazzo di Circe più a lungo del previsto.

Penelope, la moglie fedele

Arriviamo infine a Penelope, figura emblematica della moglie paziente e devota, disposta a perdonare le scappatelle del marito (non vogliamo credere che non ne sapesse nulla…) pur di tenerselo accanto dopo così tanti anni di lontananza.
Penelope incarna l’emblema della femminilità, la “madonna” piena di virtù, ed è facile ritrovarla in due oggetti simbolici: da un lato la tela che fila e disfa ogni notte per respingere con l’inganno le avances dei Proci, dall’altro il dilemma del letto che le permette infine di riconoscere il marito.
Il continuo affaccendarsi su una tela, secondo una chiave di lettura del tutto personale, rappresenta la monotonia del lavoro domestico che si ripete sempre uguale a se stesso e che non è fonte di alcuna soddisfazione per chi lo compie. Un lavoro dato per scontato a cui per intere generazioni si sono dedicate le sole donne, un lavoro che richiede tempo e pazienza, ma che non conduce a nessuna crescita interiore, un lavoro che proprio per questo è sempre stato considerato prettamente femminile. Il letto coniugale, invece, è il luogo dell’amore legittimo per eccellenza. Voglio pensare che Ulisse abbia amato Calipso e Circe in contesti diversi da quello classico… Il letto di Penelope, per di più, è intagliato nel legno robusto di un tronco d’ulivo, è radicato nella terra di Itaca, è un richiamo forte a tutto ciò che è terreno e concreto. Come il legame che unisce i due coniugi, e che alla fine del poema trionfa nuovamente. La moglie devota vince, e Omero vuole premiare la costanza epica della “saggia” Penelope, per quanto anti-femminista e antiquata ci possa sembrare.

Quando giunse e varcò la soglia di pietra,
sedette di fronte ad Odisseo, nella luce del focolare,
vicino alla parete opposta: egli, appoggiato ad una grande colonna,
stava seduto, lo sguardo a terra, aspettando se gli parlasse
la sposa illustre, dopo averlo visto con i suoi occhi.
Ma lei sedeva silenziosa, da molto, era sorpreso il suo cuore:
ora le sembrava di riconoscerlo guardandolo in viso,
ora invece le appariva sconosciuto con quelle vesti lacere.
(libro XXIV, vv. 88-95)

L’incontro tra i due coniugi dopo ben vent’anni di guerre e peripezie marine non è certo dei più affettuosi. I due faticano a riconoscersi non solo a causa del ricordo ormai pallido di una vita insieme, quanto per i segni del tempo che si leggono sui loro visi mortali. Riuscirà Ulisse ad amare ancora la sua sposa, che ha visto l’ultima volta giovane e che è ora invecchiata di vent’anni all’improvviso? E riuscirà Penelope ad amare ancora il marito nonostante l’abbia tradita numerose volte e abbia posticipato il ritorno per stare accanto ad altre donne? Omero conclude l’Odissea con un “e vissero felici e contenti” di cui gli antichi avevano un gran bisogno. Io, se fossi stata Penelope, probabilmente non mi sarei comportata in modo così “saggio” e devoto…


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  1. Chiara Bonsignore

    22 Maggio

    Che piacere leggere quest’articolo! Non resisto, però, e aggiungo qualcosa su Penelope, che può essere molto più della moglie fedele e devota.
    Tessere una tela, per i Greci, è comunemente un simbolo per due cose, cioè tramare un inganno o comporre poesia; quindi, da un lato, Penelope si fa simbolo dell’attività creatrice per eccellenza, dall’altro è colei che nella sua trama tiene in trappola i nemici per vent’anni. Peraltro siamo in un contesto, quello mediterraneo, in cui l’inganno non è ancora visto – razionalisticamente – come disonestà, ma solo come altro modo del tutto legittimo per giungere alla meta… Precisamente come fa più volte Odisseo. Inoltre, nel passo in cui Odisseo benedice Nausicaa per ingraziarsela, le prospetta un tipo di matrimonio nel quale i commentatori hanno visto la descrizione della sua unione con Penelope. I termini che usa, significativamente, non sono mai usati nella letteratura greca per definire l’unione tra uomo e donna, ma solo di uomo e uomo, perché sono improntati a una totale parità e affinità di mente e intenti: è il linguaggio che definisce due compagni d’armi, due alleati.
    La società radicalmente maschilista greca confina Penelope nell’ambito della casa, è vero, e mentre Odisseo viaggia lei resta, attende e piange, ma a ben guardare Omero fa di lei quanto di più simile a un Odisseo-donna che un greco potesse concepire. La prova del letto lo dimostra bene: Penelope testa Odisseo sul suo stesso terreno. E ok, ora la smetto, ma insomma: Penelope spacca, anche se in modi sottili e che, certo, per noi non sarebbero più attuali. Ma spacca in tutti i modi che la sua cultura potesse concederle. (Detto altrimenti: Odisseo & Penelope OTP).

  2. MARIA Vittoria

    22 Maggio

    Cara Chiara, grazie mille per il tuo commento! Mi fa davvero piacere sapere che il mio primo pezzo su Soft Revolution sia stato letto e apprezzato. Sono d’accordo su quanto scritto a proposito di Penelope: c’è molto di più in lei che la moglie devota e i suoi stratagemmi, dalla tela all’inganno letto, non fanno che dimostrarlo. Ho però voluto proporre il suo personaggio in un certo modo e contrapporlo a quello di Circe proprio per dimostrare che, già da allora, si tendeva a dare un’immagine stereotipata della donna (per la serie: “madonne o puttane”) e che le cose non sono poi tanto cambate… Ci sarebbe molto altro da dire sulle donne che popolano il racconto dell’Odissea, ad esempio il ruolo fondamentale della Dea Atena nel “tessere” (ancora la tela…) il destino di Ulisse, ma non volevo che l’articolo risultasse noioso o troppo lungo.

  3. Elisabetta

    27 Maggio

    Articolo bellissimo, e commenti ancora più stimolanti per un argomento che mi ha sempre appassionato. Ma voglio spingermi ancora oltre su questa analisi dei personaggi femminili sia dell’Iliade che dell’Odissea……e se Omero fosse stata una donna? E se invece di una donna i poemi li avessero scritti un GRUPPO di donne? Da alcuni studi infatti si può supporre che i testi siano scritti da più mani, e mi azzardo a ipotizzare, dato l’abbondare di tutte queste conoscenze psicologiche, e anche aggiungerei sostegno morale, invito alla riflessione e uso carismatico di personaggi femminili,che qualche donna (se non tutte) potessero aver partecipato alla genesi di questi capolavori. Donne che sapevano scrivere, o che avessero cognizioni geografiche, mitologiche e storiche ce ne sono state(o ci potevano essere) in quel periodo? E cosa si sa di Omero? Non sembra anche a voi che calchi la mano e l’introspezione più sulle donne(e dee) che sugli eroi maschi (uno per tutti Achille che “sbarella” per il furto di una semplice schiava, cioè Briseide,lett. “colei che prevale”)?
    Mi piacerebbe che l’argomento venisse almeno preso in considerazione,anche solo per speculare un po’ su ipotetiche George Sand del Medioevo Ellenico, per il resto ancora complimenti per l’articolo,mi è piaciuto molto!

  4. Chiara B.

    30 Maggio

    Elisabetta: in effetti, tutto il consesso degli studiosi concorda sul fatto che `Omero` non sia esistito come individuo: l`Iliade e l`Odissea sono il risultato dello stratificarsi di una tradizione orale, una sorta di `enciclopedia tribale` fatta dell`accumularsi di molti canti. C`era insomma una tradizione comune, che si riaffermava e modificava lievemente ogni volta che un singolo cantore recitava, accompagnato dalla musica, la sua versione di un episodio di quel patrimonio mitico condiviso. Piano piano si venne a consolidare, sempre in forma orale, la storia che conosciamo noi e, quando la scrittura si diffuse, una stesura scritta cristallizzo` una forma standard dei due poemi. Per partecipare a questo processo creativo saper scrivere quindi non serviva; serviva pero` avere uno status sociale tale da permetterti di rivestire un ruolo cosi` riconosciuto come quello di cantore.
    A questo punto hai ragione: ci sono un sacco di cose di quel momento della societa` greca che noi ignoriamo e tante ipotesi sono possibili – c`e` anche chi dice che l`odissea in realta` e` nata tra i vichinghi dei mari del nord! Pero`, ecco, sembra molto improbabile che una o piu` donne abbiano avuto un peso sostanziale nella formazione dei poemi omerici, e certo improbabilissimo che abbiano avuto a che fare con la loro canonizzazione.
    E` un po` come il fatto che i Troiani, nell`Iliade, hanno lo stesso spessore umano dei Greci. L`Iliade era patrimonio dei Greci, ma la tradizione poetica che chiamiamo `Omero` era in grado di vedere l`umanita` anche nel nemico. Cosi` era in grado di vedere lo spessore di alcune donne… pur rimanendo espressione di un punto di vista essenzialmente maschile.
    Spero di essere stata utile! 🙂

  5. Maria Vittoria

    3 Giugno

    Grazie Elisabetta e Chiara per i vostri contributi! E’ sempre bello leggere punti di vista diversi che danno luogo a un discorso costruttivo.
    Concordo con voi: di Omero si sa poco o nulla, se non che avesse trasposto in versi quelli che fino ad allora erano stati racconti tramandati per via orale. Sarebbe affascinante scoprire che una o più donne abbiano partecipato attivamente alla stesura dei poemi, ma in una società come quella della Grecia antica questa sembra essere un’ipotesi un po’ remota… Ad ogni modo è vero che Omero (o chi per lui) era sicuramente dotato di una capacità particolare di delineazione psicologica di tutti i personaggi, non solo del protagonista, quasi come se ci facesse entrare in loro. E di questo dobbiamo dargliene atto 🙂

  6. erreffe

    9 Luglio

    Articolo molto bello

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