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Essere medico (donna) tra avversità e sessismi quo...

Essere medico (donna) tra avversità e sessismi quotidiani

di Chiara Piliego

Scene di vita quotidiana #1
“Si sdrai sul lettino, mi racconti come mai viene in Pronto Soccorso e poi la visito”
Uno sguardo imbarazzato. “Ehm, signorina… Non si potrebbe avere un medico uomo?”

Scene di vita quotidiana #2
Un ciclista finisce sotto un auto, ligia al codice deontologico scendo dalla macchina assieme al mio ragazzo per prestare soccorso.
“Avete bisogno?”
“Fantastico, LUI è un medico?”
(Nota della scrivente: LUI è uno storico e credo lottasse contro l’impulso di scappare a gambe levate)

pronto-soccorso-disabile

Essere un medico e una donna mi pone spesso in situazioni come queste. Per buona parte del mondo è quasi inconcepibile che una donna possa fare il mio lavoro, soprattutto quando svelo il ramo della Medicina che ho scelto. “Medicina d’emergenza? Lei è una donna, signorina, è proprio certa? Si ricordi che un giorno potrebbe volere una famiglia…”
Pregevole anche l’opinione di un amabile collega che ridacchiando manifestò la sua perplessità nei confronti delle donne che lavorano in Chirurgia: “Voi non sapete tenere la pipì”. Un medico. Nel 2012.

Questo pregiudizio, però, parte da lontano. Nonostante numerose testimonianze ci raccontino di un ruolo delle donne come guaritrici nelle civiltà amerindie, africane, asiatiche e in Mesopotamia, la storia della Medicina non fu sempre clemente con il genere femminile.

Già Omero ci racconta di Agamede, figlia del re degli Epei, che assiste i feriti nella piana di Troia, un medico “che conosceva tutti i rimedi, quanti la terra vasta produce”.
La Scuola di Baghdad era aperta a uomini e donne, e nel libro Le mille e una notte troviamo la storia di Tawaddud, una schiava che grazie alle sue conoscenze di medico riesce ad avere salva la vita sua e del suo padrone.
In Egitto anche le donne frequentavano le scuole di medicina e praticavano la professione medica. Nel tempio di Sais troviamo questa iscrizione:

Sono venuta dalla scuola di Medicina di Eliopoli e ho studiato alla scuola delle donne di Sais, dove le divine madri mi hanno insegnato a curare le malattie.

È interessante anche notare come le chirurghe dell’area del Nilo, oltre ad occuparsi di parti e ginecologia come la maggior parte dei medici di genere femminile del tempo, operassero tumori e riducessero fratture.

Igino ci tramanda la storia di Agnodice, collocabile nel IV secolo a.C., periodo in cui le donne erano soggette a una mortalità altissima durante il parto o per patologie ginecologiche, perché per pudore il medico uomo non prestava cure in questo senso. Secondo Igino, Agnodice era una donna che studiò Ostetricia con Erofilo fingendosi un uomo. Durante l’esercizio della professione, Agnodice svelava la sua reale identità solo davanti alla paziente, riuscendo a mantenere a lungo il segreto e ottenendo successi professionali maggiori rispetto a quelli dei colleghi uomini. I medici ateniesi la trascinarono quindi dinanzi ai giudici dell’Areopago, accusandola di “corrompere le mogli”: ad Agnodice non rimase altra scelta che rivelare il segreto, e fu salvata dalla condanna a morte solo grazie a una protesta di un gruppo di aristocratiche.

Nell’Impero Romano, la professione medica fu l’unica aperta anche alle donne, anche se limitata prevalentemente a problematiche ginecologiche: tra i nomi illustri, vengono citate Messalina e Livia, la moglie di Augusto, nonché la sorella Ottavia e la figlia Giulia di quest’ultimo.

Nonostante lo spazio dato alle donne nel corso dei secoli, però, non mancano le sbavature: l’attribuzione a colleghi uomini, ad esempio, di testi medici scritti da donne come ad esempio il Trotula maior: il trattato, che ancora oggi stupisce per la sua attualità (pone l’accento, ad esempio, sull’importanza della dieta, dell’attività fisica, dell’igiene, o sugli effetti dello stress), venne ricopiato negli anni e attribuito a diversi autori, naturalmente tutti di sesso maschile.

Un caso per certi versi simile a quello di Agnodice è quello del pluridecorato chirurgo militare James Barry, conosciuto dai colleghi per la sua competenza ma anche per le sue rispostacce. Alla sua morte nel 1865, si scoprì che egli aveva un corpo “perfettamente femminile”: la spiegazione più accreditata è che una donna irlandese, Margaret Ann Bulkley, avesse scelto di assumere un’identità maschile per poter esercitare la professione di medico.

Nel 1847, l’ingresso di Harriot Kezia Hunt a Harvard fu impedito dal rettorato e dagli altri studenti. Dopo un secondo rifiuto nel 1850, Harriot passò la vita a battersi perché alle donne venisse riconosciuto il diritto di diventare un medico. Più o meno negli stessi anni, nel Regno Unito veniva espulsa dall’Ospedale di Middlesex Elizabeth Garrett Anderson: i suoi colleghi uomini non apprezzavano la sua presenza alle lezioni e presentarono una lettera di proteste al rettorato. Elizabeth riuscì a diplomarsi lo stesso e intraprese la carriera di chirurgo e fondò la London School of Medicine for Women insieme alla collega Sophia Jex-Blake.

Elizabeth Garrett Anderson

Elizabeth Garrett Anderson

Ma com’è la situazione, oggi? Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’impennata delle donne iscritte a Medicina: nel 2007, il 63% delle matricole erano di genere femminile, come il 59% dei laureati*. Si riscontra lo stesso fenomeno in più Paesi europei: dati OCSE relativi al 2011 dimostrano come, tra i medici sotto i 35 anni, le donne prevalgano nettamente. Nel Regno Unito le colleghe sono il 58% dei medici, 60% per la Francia, e più del 65% in Italia.

Nonostante questo primato, però, i miei pazienti mi guardano spesso con diffidenza. Non si parla solo di anziani cresciuti con lo stereotipo della donna casalinga che aspetta giudiziosa il ritorno a casa del marito lavoratore, è un fenomeno diffuso e (sigh) prevalente tra le donne. Non siamo più costrette a travestirci da uomo per lavorare come medici, ma forse se lo facessimo otterremmo più facilmente la fiducia dei pazienti e ruoli di primariato (dati dell’Anaao rivelano come solo il 14% dei primari siano di genere femminile). Non ci accusano più di aver imbrogliato se prendiamo voti più alti, ma spesso questo viene attribuito al nostro essere “giovani e carine”.

È una strada lunga, insomma, e lastricata di persone che chiameranno noi “signorina” spesso dandoci del tu, riservando l’appellativo “dottore” solo a colleghi fallo-muniti, ma la percorreremo sapendo che stiamo camminando sullo stesso percorso di donne come Agnodice, Margaret o Elizabeth, che stiamo portando avanti la loro stessa battaglia.

* (fonte: statistica.miur.it)


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