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Donne e giornalismo: la realtà del passato a confronto con quella di oggi

di Miriam Goi

katy-perry-cosmopolitan-luglio-2014-cover-1Katy Perry in versione sirena punk mi guarda dalla cover dell’ultimo numero di Cosmopolitan, che strilla in prima pagina “Puoi avere TUTTO, Amore, sesso, carriera (e un corpo da bikini)!”. Mi relaziono in modo controverso a questo magazine scintillante, che attira la mia attenzione dopo lunghe giornate di lavoro e mi fa ricredere dell’acquisto nel tragitto edicola-casa. Ne colleziono comunque una manciata, anche per titoli memorabili come “Coccola il tuo seno”, che illuminano le giornate piovose e più tristi.
A due giorni dall’acquisto il giornale torna fuori dal mucchio, non tanto perché voglia capire quale costume comprare (a quello penserò alla seconda lettura), ma perché da un po’ mi frullano in testa alcuni quesiti: chi ha creato Cosmopolitan? Quando è nato il giornalismo femminile, rivolto specificamente alle donne e quando ha iniziato ad interessarsi più all’autoerotismo che non ai metodi per rimuovere le macchie dalle camicie (degli uomini, ça va sans dire)? Che vita hanno fatto e fanno a tutt’oggi le donne nel mondo dell’informazione – non solo quella femminile – nelle redazioni e nelle newsroom?

La nascita di Cosmopolitan

Iniziamo dal mensile per donne “cosmopolite”. Il magazine ha visto la luce negli Stati Uniti nel 1886. Definito un “first-class family magazine” da uno dei due fondatori, Paul Schlicht, si rivolge alle donne per parlare di famiglia, casa, cura dei figli e moda. Passato in nuove mani tre anni più tardi, rinnova la sua linea editoriale grazie ad illustrazioni a colori, racconti a puntate e il contributo di autrici e autori autorevoli tra cui Annie Besant, Rudyard Kipling, Jack London e Edith Wharton. La testata nella prima metà del Novecento vive una crescita incessante sia per copie vendute che per ricavi pubblicitari, che si arresta nel secondo dopoguerra. Lo stallo dura all’incirca una decina d’anni, fino all’arrivo della tempesta che squarcia la quiete: Helen Gurley Brown.

Helen Gurley Brown negli anni '60

Helen Gurley Brown negli anni ’60

HGB, autrice di Sex and the Single Girl, è mal vista dalle correnti femministe (non tutte) tanto quanto dai conservatori. Il suo arrivo a capo della redazione di Cosmopolitan nel 1965 segna una rivoluzione per il giornalismo femminile che non ha eguali nella storia e che dura più di 30 anni. La linea editoriale viene completamente stravolta, lavori domestici e bon ton lasciano spazio al sesso, all’affermazione di sé indipendentemente dal matrimonio e dai bambini e al diritto di ogni donna di vivere una sana e appagante vita sessuale anche da single e non sposata. La sua “mancanza di pudore” fa storcere il naso a tanti, non certo agli editori che vedono il magazine diffondersi a macchia d’olio nel mondo. Oggi conta 58 edizioni internazionali ed è stampato in 34 lingue. Il risultato è quello che (quasi) tutte noi conosciamo oggi e che rispecchia proprio il pensiero di Helen Gurley Brown: un giornale per una donna che può e vuole avere tutto, che può e vuole essere oggetto sessuale per il mondo maschile (questo punto provoca non poche critiche nei confronti di Brown e della testata in generale) e che dichiara a gran voce la sua indipendenza portando sotto braccio una copia del magazine. In realtà il giornale è infarcito di troppa pubblicità e troppi contenuti pubbliredazionali, poco clementi con le insicurezze legate a corpo e aspetto fisico, e i molti consigli sulle relazioni sono per così dire opinabili, ma contenuti simili si possono affrontare con una consapevole leggerezza per una lettura pomeridiana ricca di emozioni e risate. Se diete, bikini e donne molto photoshoppate vi danno i nervi, meglio cambiare giornale.

Nel XVIII e XIX secolo

Il giornalismo femminile, ancor prima di Cosmopolitan, è stato uno dei primi canali d’accesso delle donne alla carta stampata: testate come Le Journal De Dames, fondato a Parigi da Madame de Beaumer nel 1759 o Il Corriere delle Dame, nato nel 1804 e diretto da Carolina Lattanzi, sono tra i primi esempi di periodici femminili, che trattavano moda, cultura e intrattenimento. Questo tipo di testate erano scritte e lette da persone molto abbienti e non erano merce di consumo per donne di tutte le classi sociali.

L’ingresso delle donne nelle redazioni dei giornali tradizionali e dei quotidiani a tiratura nazionale, non prettamente femminili, è storia invece un po’ più recente. In molti Paesi europei sono entrate nelle redazioni ancor prima di poter votare alle elezioni, ma le cosiddette pioniere si possono rintracciare già intorno alla metà dell’Ottocento. Alcuni nomi in particolare potrebbero suonarvi non del tutto nuovi, come quello di Margaret Fuller, la prima donna a lavorare come corrispondente estera per un giornale americano a partire dal 1846, molto legata alla corrente del trascendentalismo e celebre per le teorie progressiste delle sue opere. Giunta in Italia per lavorare come corrispondente, si sposa con il Marchese Ossoli, con il quale fa una brutta fine sulla nave che avrebbe dovuto riportarla negli Stati Uniti. Altri nomi interessanti sono quelli della sociologa e scrittrice Harriet Martineau e Flora Shaw, famosa per aver coniato il nome della nazione Nigeria e per aver ricoperto il ruolo di Colonial Editor per il Times in Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia e Canada. Tutte e tre sono donne colte, provenienti da un ceto medio-alto.

Giornali e gruppi editoriali iniziano a guardare alle donne come una risorsa con l’avvento del giornalismo sensazionalistico, il “New Journalism” di tardo Ottocento, che mescola per la prima volta politica, finanza ed economia ad argomenti più “bassi” ma che hanno una grande presa su un bacino di lettori e di classi sociali variegato: cronaca nera, cronaca rosa, stragi, omicidi, morbosità e stranezze varie ed eventuali (niente di tremendamente distante dagli attuali “colonnini morbosi” di alcuni giornali), spesso accompagnati alle prime forme di intrattenimento ludico. Il primo cruciverba arriverà nel 1913, sul New York World, per il sudoku ci vorrà ancora tempo. In questo stesso periodo Harmsworth (Lord Northcliffe) fonda il Daily Mail all’inno di “get me a murder a day”.
Gli editori vogliono avere un pubblico sempre più ampio e convincere le donne a comprare il giornale non più per il marito ma anche per se stesse, colpirle con articoli pensati per loro e con pubblicità mirate. Nascono così le prime “women’s pages” dei quotidiani, pagine dedicate esclusivamente a temi quali il cucito, la vita domestica e familiare, il matrimonio, la moda. Uno dei primi giornali a riservare questo spazio alle donne è il già citato New York World, comprato nel 1883 da Joseph Pulitzer.

Il XX secolo

Il ruolo delle donne è definito dal loro genere e le redattrici si occupano quasi soltanto di “soft news”, mentre le “hard news” e i reportage sul campo sono quasi sempre esclusiva dei colleghi uomini. La prima metà del Novecento e in particolare il periodo delle due guerre sono tra i momenti di maggior crescita del numero di donne nelle redazioni, che arrivano anche ad occupare posizioni di rilievo. Nel 1901 in Gran Bretagna le giornaliste donne sono il 9% del totale, 60 anni dopo il 20% circa. Spostandoci negli Stati Uniti, nel 1880 soltanto 288 donne esercitano la professione (su un totale di 12.308), per salire a 2.193 su 30.098 vent’anni dopo, al 32% nel 1950. Per fare un paragone con un tempo quasi presente, nel 2009 si stima che le donne con ruoli di gestione e coordinamento nelle newsroom negli Stati Uniti fossero il 34.8%.

Integrazione ed eguaglianza nel settore dell’informazione non hanno di certo vissuto un percorso lineare e privo di scossoni. Nel 1932 la BBC applica un “marriage bar” alle proprie dipendenti, che provoca il licenziamento automatico della maggior parte delle donne sposate, ritenute non idonee a conciliare la professione con gli impegni familiari.

Quarantadue anni dopo, nel 1974, Elizabeth Boylan e altre giornaliste e dipendenti del New York Times fanno causa alla testata per la sproporzione tra donne e uomini nel personale e l’assenza di figure di potere femminili all’interno della redazione, per non parlare della totale assenza di corrispondenti nazionali o di manager donne e di altre forme di discriminazione.

Nel libro The Girls in the Balcony, pubblicato da Nan Robertson nel 1992, si racconta la storia del divieto per le donne ad entrare nella ballroom del National Press Club di Washington fino al 1971. In caso di eventi dalla rilevanza nazionale, come il discorso di Kennedy tenutosi proprio in quella sala, le giornaliste donne erano costrette ad appiccicarsi l’una all’altra in una balconata a loro riservata, lontane dai propri colleghi.

Giornaliste a New York nel 1978 in occasione della sentenza del caso Boylan et al. v. The New York Times

Come stanno le cose adesso?

Il numero delle giornaliste donne è proporzionalmente più alto che in passato, raggiunge picchi positivi soprattutto in tv, anche se persistono due problemi fondamentali: il primo è che poche donne ricoprono ruoli manageriali all’interno delle redazioni, Italia compresa (l’11% in Rai, Mediaset, Corriere della Sera e Repubblica secondo questo studio). Il secondo è che le facoltà di comunicazione e di giornalismo sono affollate di donne, che superano gli uomini sia per rendimento che per numero, ma una volta giunti nel mercato del lavoro le percentuali si ribaltano e gli uomini occupano più posti (e più rilevanti) nelle redazioni.

Il “gender pay gap” è ancora molto diffuso e non risparmia il New York Times. Sono recenti le polemiche tra l’editore della testata e Jill Abramson (vedi foto in homepage), prima donna nella storia a dirigere il quotidiano. Abramson è stata recentemente licenziata dopo aver scoperto la differenza di trattamento economico (molto rilevante) tra lei e il suo predecessore, un uomo. Non è ancora chiaro se il licenziamento sia dovuto esclusivamente a questo. Posto che le cause non riguardino solo il divario salariale, è stato comunque uno dei punti di rottura maggiore tra l’ex direttrice esecutiva e il Times.

I problemi di genere nel mondo dell’informazione influenzano il contenuto dei siti e dei giornali che leggiamo. Colonnini morbosi e strategie acchiappa-clic a base di contenuti bassi e/o sessisti non sono di certo una creatura creata e alimentata solo da editori e redattori maschi, ma di certo se il numero di donne in posizione di potere nelle redazioni fosse più alto, potremmo affrontare diversamente questo eterno dibattito sul giornalismo di qualità e l’ossessione per le visite e le vendite forse potrebbe essere affrontata con strategie più intelligenti dei sideboob, delle soubrette al mare e dei titoli alla “INCREDIBILE, le è uscito ancora il capezzolo dal vestito!”.

Molte associazioni e organizzazioni monitorano problematiche legate al genere nel mondo del giornalismo. Tra queste vale la pena tenere d’occhio le ricerche di Women in Journalism, Osservatorio di Pavia, Women’s Media Center, European Institute for Gender Equality. Consigliate sia a chi di giornalismo vuole campare, sia a chi vuole crescere in un mondo dove l’informazione di qualità è la regola e non l’eccezione.


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