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DIY outfit: “Ragazza amish va a una festa”, della ritrovata gioia della libertà del vestirsi

Se c’è una cosa che avrei voluto scoprire da piccola è il divertimento del vestirsi. A casa mia il Carnevale era la festa più impopolare. Mai festeggiato Halloween se non da adolescente (la cerimonia si svolgeva in un qualche punto di ritrovo giovanile, con tanta birra e pochi lenzuoli bianchi, sono sicura che, chi più chi meno, riuscite tutt* a farvi un quadro della misera situazione), e persino la proverbiale “cesta dei giochi” era carente di costumi veri e propri, o vestiti inusuali di dubbia provenienza.
Poi è arrivata l’adolescenza, da me trascorsa in maniera piuttosto banale, per quanto riguarda l’abbigliamento: come la stragrande maggioranza della popolazione giovanile (e non), anche io avevo deciso di adottare la divisa “jeans chiari e maglietta”. Come la stragrande maggioranza della popolazione giovanile (e non) che non riusciva ad integrarsi a pieno con il cosìddetto “vivere mainstream”, o si rifiutava di farlo, anche io ho avuto la fase goth.
Ma come tutt* noi abbiamo ormai imparato dalle nostre vicissitudini esistenziali, ad un periodo buio segue sempre un periodo di luce. Sopravvissuta al liceo, decisi che era arrivato il momento di provare ad ascoltare cosa avesse da dire il mio senso estetico riguardo al monocromo nero che imperversava nel mio armadio. Dopo svariati, incerti e maldestri tentativi di affinamento dello stile decisi che la cosa migliore da fare, per me, era semplicemente smetterla di preoccuparmi di “quale stereotipo sarei andata a costituire se avessi acquistato questo o quel capo” e semplicemente decidere in base al taglio, al colore, al tessuto, all’immagine o idea che quel capo riusciva ad evocare in me, permettendomi così di godere dell’espressione della mia sfaccettata personalità. Perché questo è, in realtà, il trucco.
Un errore facile da compiere quando si sta ancora formando la propria identità (e si cerca di farlo in base ai comportamenti che vediamo intorno a noi), è quello di non rispettare i propri gusti, pensando che conformandoci ci sentiremo più sicuri, o integrati, o felici. Non è vero: è molto più probabile sentirsi sicuri, integrati, e felici quando siamo fedeli a noi stessi, sia che jeans e maglietta rappresentino il culmine del nostro appagamento vestiario sia che ad appagarci sia un capo improbabile.
Effettivamente la scelta peculiare in fatto di abbigliamento può suscitare ilarità nel prossimo, cosa che vi consiglio di prendere con filosofia (lo so che è dura, ma con un po’ di pratica ce la farete, ve l’assicuro) e di conseguenza fregarvene, se voi non solo pensate di stare bene, vestit* così, ma vi sentite bene.

Questo ci porta al fulcro di questo articolo: l’elogio della mia ultima creazione, da me titolata: “Ragazza amish va ad una festa” (per creare un outfit parto sempre da un’idea che mi piacerebbe realizzare e poi frugo nell’armadio cercando di comporre i pezzi nel modo migliore). Ho indossato l’outfit per andare a teatro con dei compagni di corso; poiché allora non eravamo ancora molto in confidenza mi piaceva l’idea di vestirmi come una ragazza cresciuta in un certo modo inserita in un contesto per lei inusuale. Era esattamente come mi sentivo io, e quando riesco ad esprimere uno stato d’animo attraverso l’abbigliamento provo conforto, oltre che sentirmi in linea con l’universo (e nel caso ve lo steste chiedendo no, non sono cresciuta in una comunità hippy, anche se so che da alcuni discorsi che faccio può sembrare). Ad ogni modo, bando alle ciance, qui sotto la foto:

foto (1)

Del vestito mi sono innamorata appena l’ho visto: mi piaceva il contrasto tra il materiale leggermente ruvido ed il ricamo del colletto, mi piaceva anche che non fosse così aderente, ma che avesse qualcosa di discreto, che ti lasciasse modo di sentirti carina e libera di muoverti senza preoccuparti di quanto si sarebbe alzata la gonna ogni tre passi. A richiamare la dimensione religiosa c’era, ovviamente, l’accessorio della croce (anche se confesso che quando la comprai non fu tanto per il richiamo del simbolo, ma perché mi piaceva la semplice linearità e la natura stabile dell’oggetto in sé, che infatti abbino sempre ad un anello che è l’esatto opposto). Ho indossato stivali invernali lunghi fin sotto al polpaccio con pellicciotto dentro, che evocavano un senso di rustico, che contrastava con il colletto di pizzo.

foto

Trucco minimo, mi sono invece divertita con i capelli, legandoli ai lati della fronte con dei Victory Rolls (non riusciti benissimo, ma hanno retto fino a fine serata, quindi #dajeforte).
I miei compagni, tutti in jeans, sono rimasti abbastanza perplessi quando mi hanno vista arrivare, uno mi ha chiesto se mi fossi fatta i capelli “à la Star Wars”. A quel punto io, imbarazzata – lo confesso – ho abbassato lo sguardo. Quando l’ho rialzato, mi stava ancora guardando. Sorrideva.

Vestito: Sisley.
Collana: Goodqueen.
Stivali: di un illustre negozio di calzature il cui nome è ormai un lontano ricordo all’interno della scarpa.


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