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Case, corpi e l’eterno ritorno del disordine

Case, corpi e l’eterno ritorno del disordine

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Nel momento in cui la parola “disordine” è diventata ufficialmente il tema del mese di settembre 2014, ammetto di essermi sentita molto chiamata in causa.
Da piccola vivevo con terrore e fastidio i momenti in cui mi veniva intimato di andare a sistemare la mia stanza, sia perché essa ne aveva davvero bisogno, sia per punirmi o per darmi qualcosa da fare che non fosse passare intere giornate sul divano a leggere.

A distanza anni, amo illudermi di essere diventata una persona un po’ meno confusionaria di quella che ero durante l’adolescenza, ma sotto sotto so anche di essere rimasta un’accumulatrice di ciarpame, ricordi e montagne di vestiti bisognosi di finire in lavatrice.

Quando i miei genitori sono recentemente venuti a trovarmi nel mio nuovo monolocale, nel quale vivo – finalmente – da sola, la prima cosa che mi hanno fatto notare era “il disordine” generale. Tutt’ora non me ne capacito, dato che avevo finito di fare le pulizie e radunato le mie cose secondo dei criteri logici letteralmente dieci minuti prima che mettessero piede nella mia dimora. Inoltre avevo traslocato da poco, liberandomi del processo di diversi sacchi di oggetti rimasti per due anni a raccogliere polvere e glitter nella mia vecchia stanza trentina.

L’atto di mettere in ordine “come si deve”, ovvero pulire a fondo una stanza o una casa intera, arrivando a raccogliere detriti fino alle oscurità dell’angolo più recondito, è diventato per me una sorta di rituale salvifico, paragonabile ad un nuovo radicale taglio di capelli o all’eliminazione di un paio di anfibi amati fino alla consunzione.
Quando stavo scrivendo la mia tesi di magistrale, ad esempio, decisi che avrei pulito la mia camera solo dopo aver consegnato l’ultima bozza. Si trattava di una strategia per costringermi a finire il prima possibile, dato che la situazione stava diventando invivibile. Dopo diversi mesi di blocchi e rallentamenti, il pavimento era ormai completamente cosparso di articoli scientifici, libri e stralci d’intervista, tanto che era diventato impossibile muoversi e soprattutto passare la scopa.

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Pulire a fondo, sbrogliare grumi di cavi elettrici, buttare scontrini rimasti nelle profondità delle borse e risistemare i dischi in ordine alfabetico, inoltre, mi è sempre stato incredibilmente utile per chiudere fasi della mia esistenza terrena e a mezz’aria che necessitavano, per l’appunto, di essere chiuse. Rapporti umani divenuti tossici, crisi esistenziali degne della “cava della disperazione” e via dicendo. Si tratta di una forma di stregoneria che immagino conosciate tutte fin troppo bene, e che è parente lontana del “lavarsi la faccia dopo aver pianto” o del “farsi mondare l’anima con la confessione”.

Così come la moda è ciclica, anche la mia rappresentazione del disordine è fatta di eterni ritorni, roghi, pulizie di primavera e quei momenti pregevoli durante i quali ci si immerge nel proprio caos ripescando oggetti che sono come tante piccole madeleine, capaci di aprire parentesi sensoriali sul passato. Suppongo di essere una persona nostalgica, oltre che un’invocatrice del cambiamento, e che questo si concretizzi nell’accumulo di artefatti che, in alcuni casi, finisco per cestinare nel giro di qualche anno, stupendomi di averli avuti per così tanto tempo in giro per gli armadi.
Però c’è da dire che, senza una buona dose di disordine, non mi sentirei più me stessa, così come non riesco a stare per più due giorni nelle stanze con i muri troppo spogli o personalizzati da altri, o fallisco miserabilmente ogni volta che tento look minimali e compostezza nella lingua parlata.

L’essere una ragazza, molto spesso, si accompagna ad aspettative rigide sulla gestione dell’aspetto del nostro corpo. In molti contesti, infatti, non ci è richiesto soltanto di tenere in ordine dei luoghi, ma anche di essere “presentabili”. Questa arbitraria presentabilità è sempre rivolta verso l’esterno e, in molti casi, cozza con il modo in cui preferiremmo apparire. Gli esempi sono molti e vanno dal “pettinati, altrimenti la nonna ci resta male” al “non troverai mai un lavoro/un consorte conciata così”. Anche in questi casi, un aspetto “disordinato” potrebbe essere segnale di una mente creativa e piena di interessi, e il disciplinamento corporeo acquisisce allora una funzione che appare quasi punitiva, spesso secondo dettami gendered pregni di eteronormatività.

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Queste riflessioni sparse rappresentano alcuni dei punti di partenza degli articoli che leggere nel corso di settembre su Soft Revolution. Oltre a celebrare il disordine come spazio-tempo creativo, parleremo anche dei necessari momenti in cui fare pulizia e passare oltre.

Grazie per l’attenzione e buona settimana!


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  1. Paolo

    1 settembre

    la presentabilità in taluni contesti è richiesta ad entrambi i sessi. Del resto chi più chi meno tutti ci occupiamo del nostro aspetto per noi stessi e per il prossimo, fa parte del noi

  2. Claudia

    1 settembre

    Hai detto bene Paolo, in taluni contesti, non tutti. Pensa alle pubblicità: uomo con look disordinato = bello e impossibile, donna con look disordinato = indisposta. O ai prodotti per capelli, il gel effetto spettinato per gli uomini e quello anti crespo per le donne. Piccoli esempi. Volendo proprio esagerare, prendiamo le donne che vanno a letto con il pigiamone e i calzettoni, bollate spesso come causa del fallimento del matrimonio, però nessuno parla di come vadano a letto gli uomini (cioè con il pigiamone e i calzettoni). Magari per te la presentabilità riguarda entrambi i sessi, e mi fa piacere, ma fidati che per la società funziona come dice Margherita.

  3. Paolo

    1 settembre

    bè il disordinato-spettinato (che quando è una scelta precisa è disordinato per modo di dire) non sta bene su chiunque, e ci sono donne a cui dona pure il pigiamone

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