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Dio non è un solo uomo: la componente femminile ne...

Dio non è un solo uomo: la componente femminile nel buddismo e nell’induismo

DEFINITIVISSSSIMO

Illustrazione di Chiara Fasanella

Noi siamo abituati a pensare all’uomo – maschio – come a un essere creato ad immagine e somiglianza di Dio, mentre la donna, estratta in fretta e furia da una misera costola (almeno fosse, che so, un femore!), sembrerebbe essere stata creata più come animale da compagnia e capro espiatorio che altro. In fondo anche la Madonna, nonostante tutto ciò che ha fatto (sai che sfiga partorire vergini?) non rientra neanche nella Santissima Trinità, attestandosi un gradino sotto, scalzata dall’anonimo Spirito Santo.

Cosa succede invece alla figura femminile nelle altre religioni? Ho provato per voi ad addentrarmi nell’Induismo e nel Buddismo alla ricerca del “principio femminile”, ed ho trovato divinità ermafrodite, accoppiamenti divini e dee femministe.
Il colorito pantheon Induista e Buddista dà molti spunti interessanti sui ruoli di genere, evidenziando in modo particolare l’eguale importanza di maschile e femminile. Poi, certo, la realtà non corrisponde alla teologia – alla prova dei fatti le comunità induiste e buddiste sono tanto misogine quanto quelle cattoliche – ma c’è da dire che, almeno nella teoria, in queste religioni asiatiche la complementarietà dei generi è molto marcata.

Sia uomo che donna

I culti indiani più antichi, ovvero quelli Vedici, pongono all’origine del mondo un’entità né esistente né non esistente: l’assoluto Uno, indivisibile ed eterno, né maschile né femminile. Questo astratto principio primordiale si personifica nell’ermafrodita Aditi (“senza limite”), essere di pura coscienza. Da Aditi, sia madre che padre, discendono le divinità maggiori, maschili e femminili. Difatti, quando la pura coscienza si manifesta nell’universo diventa dinamica, e forma il mondo dei dualismi nel quale viviamo.

Molti definiscono l’Induismo una religione politeista, a causa del gran numero di divinità (è sufficiente dire che questo numero ha molti zeri). In realtà, è più corretto dire che sia enoteista, perché ogni divinità è vista come una manifestazione del principio universale, e il culto rivolto a una di queste nulla toglie alle altre. Per assurdo, può anche succedere che un induista entri in una chiesa cristiana a pregare Gesù, considerandolo una incarnazione di Vishnu.

Con il passaggio all’Induismo vero e proprio si fa strada il culto della Trimurti, ovvero dei famosi Brahma, Vishnu e Shiva come principali emanazioni del Tutto. Un “dettaglio” interessante spesso dimenticato dagli occidentali è il fatto che queste divinità maschili, così come tutte le divinità induiste, hanno una controparte dell’altro sesso. La controparte femminile (shakti), spesso descritta come “consorte” del dio, ne è in realtà parte inscindibile. Sia la parte maschile che quella femminile sono indispensabili, e una non può esistere senza l’altra. La rappresentazione maschile o femminile della divinità descrive solo lati differenti dello stesso principio, ma sono un tutt’uno.

Nel caso della Trimurti, Brahma e la sua shakti Sarasvati rappresentano la forza creatrice; Vishnu e la sua parte femminile Lakshmi il principio di conservazione; Shiva e Parvati rappresentano invece la distruzione (che è necessaria affinché possa esserci una nuova creazione, e quindi non ha alcuna connotazione negativa). Per ricordarsi bene l’unità di maschile e femminile gli induisti hanno creato addirittura una divinità composita, Ardhanarishvara, metà Shiva e metà Parvati. Il suo nome significa “Signore per metà donna”, e le bellissime rappresentazioni di questa divinità sono letteralmente metà uomo e metà donna, come si può vedere in figura. Inoltre, per rafforzare il concetto che Shiva nulla è senza Parvati, quest’ultima, quando viene rappresentata da sola, viene spesso raffigurata mentre danza sul cadavere di Shiva.

Ardhanarishvara

Ardhanarishvara

Ma perché gli dei maschi sono così impotenti senza la propria controparte femminile, e viceversa? Il fatto è che il lato maschile rappresenta l’energia potenziale, e quello femminile l’energia creatrice. In altre parole, la shakti è il principio divino che agisce nel mondo, colei che rende efficaci gli specifici attributi del consorte. Per questo motivo Parvati danza sul cadavere di Shiva: senza di lei, Shiva resterebbe inattivo, proprio come un morto. Nei numerosi templi dedicati a Shiva il principio maschile viene rappresentato sotto forma di fallo, che, unendosi al principio femminile incarnato da Parvati e rappresentato da una stilizzazione dei genitali femminili, determina la creazione primordiale, concepita come annullamento di ogni dualismo nelle forme dell’assoluto universale.

La Grande Dea e la complessità del femminile

Ogni dea, nota generalmente come devi (forma femminile di deva, “potenza celeste” o “dio”), è una personificazione dell’energia femminile (shakti). Tutte queste dee possono essere considerate forme particolari di una generica Grande Dea (Maha Devi), il cui culto è antichissimo in India. La stessa India è considerata come il corpo di Devi, le cui forme corrispondono ad altrettanti elementi del paesaggio.

Una cosa degna di nota è che le varie “versioni” della Grande Dea (tra le quali, ricordiamo, ci sono le divine consorti di Brahma, Vishnu e Shiva) descrivono ciascuna un aspetto differente della femminilità. Infatti la figura femminile, lungi dall’essere semplicemente esaurita nel ruolo di moglie o madre, emerge con molte sfaccettature. Le divinità femminili rappresentano diverse qualità, che vanno da quelle più tipicamente ritenute femminili, a quelle più violente e distruttive, un po’ come succede nel pantheon greco.

Durga, ad esempio, rappresenta Devi sotto forma di guerriera. Brahma aveva concesso ad un certo demone il dono di non poter essere ucciso da nessun guerriero, perciò il demone si sentiva al sicuro. Durga, non essendo un guerrierO bensì una guerrierA, eroica ed impavida, trafigge il demone con un tridente e poi lo decapita. Questa dea, considerata una emanazione di Parvati, rappresenta un principio femminile attivo e potente.

Kali, invece, è la terribile e funerea “dea nera” della mitologia indù, che mette in pratica la funzione distruttrice di Shiva (e che quindi è un’altra personificazione di Parvati). Kali rappresenta tutto ciò che normalmente ci ripugna e ci terrorizza, e che per questo reprimiamo. Questa paura nasce dalla nostra percezione – illusoria – del mondo in termini di dualismi, che bisogna però superare, accettando anche gli aspetti più terrificanti.

Durga che sconfigge il demone mentre Kali ne lecca il sangue prima che cada a terra generando piccoli demoni. India 1800-1825, Brooklyn Museum

Durga che sconfigge il demone mentre Kali ne lecca il sangue prima che cada a terra generando piccoli demoni. India 1800-1825, Brooklyn Museum

Sarasvati, controparte femminile di Brahma, è la dea della sapienza: linguaggio, apprendimento, arti, scienza e musica. Lakshmi, consorte di Vishnu, è la dea della fertilità, della prosperità, dell’abbondanza. Parvati, simbolo d’amore coniugale, è moglie di Shiva e madre di Ganesh.

Dato che, come si può capire, l’Induismo è molto flessibile e uno può venerare un po’ quello che gli pare, ci sono diversi gruppi che venerano una divinità in particolare. Per esempio, grandi gruppi sono quelli Shivaisti e quelli Vishnuisti (Brahma viene un po’ scagato, poverino). Un altro grande gruppo è quello degli Shaktisti. Gli Shaktisti, non ci vuole un mago per capirlo, adorano la Shakti, l’energia femminile. Difatti, nel culto della Shakti si realizza il superamento della dicotomia fra trascendenza divina e immanenza terrena, e per questo motivo tra gli aderenti a questo culto la Dea viene talora considerata addirittura superiore alla sua controparte maschile. La figura più popolare dello Shaktismo è la sposa di Shiva, la sua personificazione femminile negli aspetti di Durga-Kali-Parvati. Altrimenti sono venerate Lakshmi e Sarasvati.

In ogni caso, anche negli altri culti, la fondamentale complementarietà di maschile e femminile non viene mai dimenticata: molti asceti Shivaisti erranti portano con sé un doppio tamburo, che rappresenta l’unione di Shiva e Shakti.

Bilanciare maschile e femminile in ognuno di noi: il Tantra e lo Yoga

Questa unione tra energia maschile ed energia femminile non deve avvenire solo a livello cosmico, anzi: dobbiamo realizzarla in noi stessi. Il bilanciamento delle energie maschile e femminile è un obiettivo di molte pratiche per lo sviluppo spirituale personale, come le pratiche tantriche e lo Yoga Kundalini.

I Tantra sono una raccolta di testi sanscriti, scritti probabilmente nell’ottavo secolo dopo Cristo, ma basati su precedenti tradizioni orali risalenti al quinto. Sembra che il tantrismo sia nato nel Kashmir e nel Nepal, ma le religioni indiane assorbirono molti dei suoi elementi. Non vi è una definizione semplice del tantrismo: è un insieme di riti e pratiche che si sono tramandate in modo iniziatico (da guru a discepolo), con il fine di raggiungere la liberazione spirituale. È caratterizzato da un pantheon di straordinaria ricchezza, da un ritualismo spesso molto macabro, e da peculiari pratiche di meditazione e di yoga, tra le quali i famosi rapporti sessuali rituali.

Un aspetto fondamentale del tantrismo è la credenza che il corpo umano sia divino e che contenga la gerarchia del cosmo. Infatti in generale il tantrismo respinge l’idea di una divinità trascendente, conoscibile solo attraverso la contemplazione, focalizzando invece l’oggetto della venerazione sull’energia dinamica presente in ognuno di noi. È solo dentro noi stessi che risiede il potenziale per l’illuminazione in questa vita, e in ognuno di noi agiscono tutte le energie cosmiche. L’illuminazione viene raggiunta tramite la risoluzione di tutti i dualismi, la comprensione spirituale che tutti gli opposti sono in realtà Uno.

Sri Chakra, o Sri Yantra. È lo yantra (diagramma spirituale) che rappresenta il principio creatore eterno dell'universo. I cinque triangoli con il vertice rivolto verso il basso rappresentano Shakti (principio femminile), e i quattro con i vertici verso l'alto rappresentano Shiva (principio maschile). Il punto centrale (bindu) rappresenta l'unione di maschile e femminile.

Sri Chakra, o Sri Yantra. È lo yantra (diagramma spirituale) che rappresenta il principio creatore eterno dell’universo. I cinque triangoli con il vertice rivolto verso il basso rappresentano Shakti (principio femminile), e i quattro con i vertici verso l’alto rappresentano Shiva (principio maschile). Il punto centrale (bindu) rappresenta l’unione di maschile e femminile.

Lo Yoga Kundalini, un tipo di yoga basato su pratiche tantriche e focalizzato sui chakra, si serve di varie tecniche per “sbloccare” e “integrare” l’energia. Secondo lo Yoga Kundalini, infatti, lo scopo del viaggio spirituale è l’unione delle energie femminile e maschile, per raggiungere uno stato – neutro – di illuminazione. L’energia femminile (shakti) è presente in noi, ma spesso è dormiente, situata alla base della colonna vertebrale. La dea, rappresentata come un serpente arrotolato che proprio lì dorme, va quindi risvegliata e portata a risalire il corpo, passando per i chakra, fino a congiungersi al principio maschile a livello della parte superiore del cranio. Di che tipo sono le tecniche per innescare questo processo? Eccone alcune: particolari posizioni del corpo e delle mani, controllo e sospensione del respiro, visualizzazione dell’energia, canto di mantra, fissaggi posturali.

Buddismo e femminile

Essendo nato in India, il Buddismo prende ovviamente moltissimo da Induismo e Tantrismo. Anche qui, divinità varie ed eventuali vengono spesso rappresentate con la propria controparte, teneramente abbracciati o allacciati in un focoso amplesso. La divinità femminile (prajna) rappresenta un attributo necessario e fondamentale per il meditante: la saggezza. Il maschile rappresenta invece la compassione. Saggezza e compassione, per il Buddismo, sono due concetti che devono assolutamente andare a braccetto nello sviluppo spirituale. La nozione di prajna, che significa saggezza trascendente, descrive la necessaria e perfetta comprensione della natura dell’esistenza retta dal ciclo di morte e rinascita, delle forze che lo governano e dei mezzi per liberarsene. La compassione, il maschile, rappresenta invece il metodo necessario a raggiungere l’illuminazione.

Guhyasamaja Akshobhyavajra e la sua prajna. Tibet Centrale, XVII secolo. Rubin Museum of Art.

Guhyasamaja Akshobhyavajra e la sua prajna. Tibet Centrale, XVII secolo. Rubin Museum of Art.

In molte rappresentazioni visuali il Budda o la divinità maschile viene rappresentata con il vajra in mano, oggetto che rappresenta la compassione. Il vajra è una specie di piccolo scettro con le estremità uguali, che rappresenta la fondamentale unità di tutti i dualismi (gli opposti sono uguali)… un po’ come dire che siamo tutti sulla stessa barca. La prajna, spesso accovacciata sul maschio in posa dinamica, sorregge invece una campanella, simbolo della saggezza. Il vajra e la campanella sono oggetti simbolici importantissimi, e sono sempre usati insieme nei riti buddisti. Anche qui, quindi, il principio maschile e femminile sono perfettamente complementari.

Campanella rituale (ghanta) che rappresenta la saggezza e il femminile, e vajra (quella specie di scettro a due teste) che rappresenta la compassione e il maschile. Con tanto di comodi astucci.

Campanella rituale (ghanta) che rappresenta la saggezza e il femminile, e vajra (quella specie di scettro a due teste) che rappresenta la compassione e il maschile. Con tanto di comodi astucci.

Nonostante ciò, non ci sono molte divinità prettamente femminili nelle “alte sfere” del pantheon buddista. Divinità femminili di rango elevato (le Tara) sono comparse nel Buddhismo soltanto con l’influenza dei tantra, e solo gradualmente hanno acquistato un ruolo autonomo. Il culto di Tara proviene infatti dal pantheon induista, come espressione del principio femminile.

Molto affascinanti sono comunque le dakini, colorati esseri femminili, una sorta di spiriti. Le dakini, il cui nome significa più o meno “viaggiatrici del cielo”, sono messaggere celesti che stabiliscono un collegamento tra l’individuo e la sfera trascendente, trasmettendo poteri e conoscenze sovrannaturali ai meditanti, assistendoli nella realizzazione dei rituali. Riflettono un concetto ereditato dallo sciamanesimo dell’Asia Centrale, per il quale era l’anima dello sciamano che nella trance saliva al cielo per attingervi previsioni e conoscenze segrete. Con il Buddhismo, negata l’anima, sono le dakini a compiere il viaggio, e sono le dakini a infondere intelligenza mistica, a svelare il linguaggio segreto dei testi tantrici, a favorire lo sviluppo di facoltà soprannaturali.

La dakini Simhavaktra (in Tibetano Seng-gdong-ma), divinità femminile furiosa che annichila ignoranza e sofferenza. Ha la testa di leone, indossa una ghirlanda di teste mozze e beve sangue da una calotta cranica. Tibet, XIX secolo.

La dakini Simhavaktra (in Tibetano Seng-gdong-ma), divinità femminile furiosa che annichila ignoranza e sofferenza. Ha la testa di leone, indossa una ghirlanda di teste mozze e beve sangue da una calotta cranica. Tibet, XIX secolo.

Buddismo, misoginia e femminismo

Si attribuisce al Budda stesso la fondazione della comunità delle monache, in forte rottura con la tradizione induista: la società brahmanica, infatti, negava alle donne il diritto di seguire la via della rinuncia. Si sa, tuttavia, che il Budda rifiutò in un primo tempo di ammettere le donne nella comunità monastica (sangha). Inizialmente contrario, dunque, alla richiesta di sua zia, che l’aveva allevato dopo la morte della madre – la regina Maya – e che desiderava essere ammessa tra i monaci, il Budda finì per cedere grazie alla pressione di un suo discepolo. Nel consentire l’istituzione della comunità monastica per le donne, il Budda comunque impose loro regole disciplinari molto più rigorose di quelle cui erano assoggettati gli uomini, precisando inoltre che esse dovevano in ogni occasione prestare obbedienza ai monaci stessi, anche a quelli che fossero stati appena ordinati. Nonostante ciò, la comunità monastica ha costituito in ogni epoca un rifugio per le donne, che cercavano di sottrarsi al loro destino, spesso poco invidiabile, di spose e madri.

Costituito su queste basi, il ruolo subalterno della donna nella pratica religiosa buddista giunge fino ad oggi, anche se viene sempre più messo in discussione. Vi lascio quindi con una citazione del Dalai Lama, trovata nientemeno che su Wikipedia, che ci parla di Tara come una vera e propria dea del femminismo!

C’è un vero movimento femminista nel buddhismo che è collegato alla deità Tārā. Perseguendo la sua educazione alla bodhicitta, ovvero la motivazione del bodhisattva, lei pose lo sguardo su quanti si sforzavano di conseguire il pieno risveglio, e si rese conto che erano troppo pochi quanti raggiungevano la buddhità come donne. Così fece un voto: “Io in quanto donna ho sviluppato la bodhicitta. Per tutte le mie vite lungo il percorso faccio il voto di rinascere donna e, nella mia ultima vita quando conseguirò la buddhità, anche allora sarò una donna.” Questo è vero femminismo.

 

Bibliografia

Michele Lauro, Induismo. Atlanti universali Giunti, 2001, Giunti Editore.

H. Bayou, A. Okada e B. Geoffroy-Schneiter, Buddismo. Piccola enciclopedia. Rizzoli libri illustrati, 2003, Rizzoli.

Kathryn McCusker, Meditazione Kundalini. Il percorso verso la trasformazione personale e la creatività. 2013, red!.

Arte buddhista tibetana. Dei e demoni dell’Himalaya. Catalogo della mostra (Torino, 18 giugno-19 settembre 2004), 2004, Modadori Electa.


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  1. Giulia

    2 aprile

    Per capire quanto il ruolo di Maria nella Chiesa Cattolica sia stato ridimensionato leggi “Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna” di Michela Murgia. Illumina su un sacco di questioni!

  2. Psamathes

    2 aprile

    Per quanto riguarda il Buddhismo (Mahayana), oltre a Tara segnalo il bodhisattva Avalokiteśvara, che soprattutto in Asia Orientale viene rappresentato spesso con sembianze femminili (Kannon in Giappone) e in cui il maschile e il femminile convivono e sono complementari, per cui l’una o l’altra forma viene assunta in base alle necessità. In ogni caso, in quanto mezzo per aiutare gli altri a raggiungere la buddhità, il sesso non ha la stessa valenza che gli diamo noi, il bodhisattva si manifesta in forma maschile o femminile ma non è maschio o femmina (per tutto quel discorso della vacuità ecc ecc, non mi addentro in materia altrimenti non si finisce più).
    Nel Sutra del Loto, la principessa Naga (8 anni) diventa in brevissimo tempo bodhisattva, anche se per raggiungere la vera e propria buddhità deve prima assumere sembianze maschili.
    Nel Vimalakirti Sutra, invece, è una dea a tramutare in donna Śāriputra per mostrare “che anche le differenze di sesso fanno parte del mondo fenomenico” (Paul Williams, “Il Buddhismo Mahayana: La sapienza e la compassione” pp. 179-180).
    Nello Śrīmālā Sutra la protagonista è una regina, e ricordo un aneddoto riguardo alla buddhità dove viene menzionata una prostituta. Non ricordo i dettagli e non riesco a ritrovare il passo del libro che ne parla, ma mi pare che ne parlasse il Buddha “storico” e non in termini negativi.

    Per lo shinto giapponese, invece, menziono Amaterasu, la dea del sole antenata della famiglia imperiale, che si chiuse in una caverna dopo una discussione col fratello Susanoo, facendo appunto scomparire il sole. A risolvere il problema ci pensa la dea Ame-no-Uzume, che la spinge ad uscire dalla caverna danzando su una ciotola rovesciata mentre mostra il proprio sesso, suscitando ilarità generale, trambusto e l’interesse di Amaterasu, che esce dalla caverna. Alcuni studiosi vedono in questo mito una delle origini del (proto) teatro giapponese e di alcuni strumenti musicali tradizionali, ad esempio il tamburo. Nel Kojiki, l’origine mitologica delle isole del Giappone viene descritta come il risultato degli amplessi tra le divinità Izanami (f) e Izanagi (m). Il sesso e la nudità non sono visti come qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere ad ogni costo, ma il più delle volte sono utilizzati in modo grottesco per un effetto comico o iperbolico.

  3. Chiara B.

    2 aprile

    Quest’articolo è proprio bello: denso di contenuti e assieme molto scorrevole. Brava, e grazie!

  4. Paolo1984

    2 aprile

    articolo molto interessante! Grazie!

  5. skwalker

    2 aprile

    chiariamo che la donna viene fuori da una costola solo nella Bibbia cristiana, mentre nel Tanek ebraico (sarebbe la Bibbia ebraica, raccolta di scritti che racchiude le varie serie come il pentateuco, il libro dei salmi, quello dei profeti etc) la donna viene fuori dalla terra tanto quanto l’uomo. Riferimento: Ebraismo di Hans Kung.

    I discorsi sulla religione sono molto affascinanti perché tirano dentro questioni come la mitologia, la politica, storiografia, etnologia, antropologia etc. che nessun’altra branca del sapere richiama. I consiglio vivamente i 3 tomi di Hans Kung (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) per capire DAVVERO storia, sviluppo dei testi sacri, organizzazione, punti in comune/divergenze delle 3 religioni abramitiche.

  6. Bianca Bonollo

    3 aprile

    Grazie a voi, e grazie per le informazioni! 🙂

  7. Luna Pagana

    25 agosto

    anche nella wicca si adorano le Dee. e la madonna appunto non è una dea, e non è presente nella trinità cristiana, che è tutta maschile.

    un paio di spunti:

    1) nel cristianesimo c’è lo scandalo dell’unica assunzione del sesso maschile in gesù cristo, maschio, e dio per i cattolici: quindi dio assume natura fallica e in più si rivela sempre e solo come padre e vuole essere pregato come “padre nostro che sei nei cieli”
    2) nel cattolicesimo c’è anche lo scandalo sessuofobo-misogino di una donna (maria) usata per una gravidanza asettica e idolatrata in virtù di un imene intatto, e di nessun piacere sessuale o vera potenza.

    infatti una donna, per avere un minimo di dignità spirituale, la dovrebbe smettere di stare appresso al monoteismo e darsi piuttosto ai culti politeisti. L’induismo, per quanto sia decisamente migliore del monoteismo, ha qualche elemento misogino, per cui il mio consiglio è di rivisitarlo in versione moderna anche dal punto di vista di archetipi oppure approfondire la wicca e il neo paganesimo, le vere religioni per le donne.

  8. rossella

    14 novembre

    Grazie, bellissimo articolo.

  9. corrado

    22 aprile

    Salve da un po di tempo mi sto interessando all’Induismo e questo articolo fa proprio al caso mio. Grazie

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