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Dimissioni in bianco, tra retorica della tutela della maternità e carenza di servizi

di Alessandra Ongarato

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Le dimissioni in bianco sono una pratica illegale del datore di lavoro, consistente nel costringere il lavoratore a firmare una lettera di dimissioni, cui verrà apposta la data quando e se si verificherà un determinato fatto (gravidanza, infortunio, malattia). Nel 90% dei casi la “condizione risolutiva” del rapporto è proprio la gravidanza.

Nel tempo si sono succedute leggi volte a contrastare questo abuso, incentrate nel chiedere, per la validità delle dimissioni, la convalida del ministero del Lavoro o dei centri per l’impiego.

Tutto giusto ma abbastanza inutile, dato che si trascura la radice di questa e altre ingiustizie, ossia la rigida stereotipizzazione dei ruoli, maschile e femminile, nella società e dunque nella famiglia.

L’Italia risente ancora di una cultura familistica, di stampo mediterraneo, per cui l’assistenza ai soggetti deboli (bambini e anziani) va affidata quasi esclusivamente alla famiglia e, all’interno di questa, alla donna. Manca o non viene considerata la genitorialità dei padri, quasi del tutto assente è quella delle istituzioni.

È la retorica della tutela della maternità e della paternità, ma un po’ più della prima, visto che la conciliazione tra famiglia e lavoro viene considerata una problematica necessariamente femminile. Per cui la legislazione in materia non favorisce un’equa ripartizione della cura dei figli all’interno della famiglia, ma “consente” alle donne di stare il più possibile a casa da lavoro, come se fosse questo il loro reale bisogno e desiderio. Basti pensare al congedo di maternità che in Italia è tra i più lunghi d’Europa (5 mesi), mentre quello di paternità è irrisorio (3 giorni). I congedi parentali (fruibili da entrambi i coniugi nei primi 8 anni di vita del bambino) non sono diffusi tra i neo-papà italiani: ne usufruisce solo il 6,8% contro il 25% della Germania e l’80%, manco a dirlo, della Svezia. Per non parlare di asili nido e altri servizi per l’infanzia, certamente insufficienti.

In questa situazione, il datore di lavoro troverà più conveniente non assumere donne o assumerle sotto il ricatto delle dimissioni in bianco.

Mi rendo conto: molti pensano che occuparsi di welfare e pari opportunità in questo periodo sia utile come costruire una pista da sci in un villaggio malfamato del Kenya, per dirla alla Crozza-Briatore. Eppure i paesi con sistemi di welfare consolidati sono quelli che meglio hanno resistito alla crisi. Nella nostra affezionatissima Svezia, ad esempio, lo stato sociale ha tenuto, nonostante tagli e riforme che pure ci sono stati, impedendo che la distruzione di posti di lavoro contraesse i consumi.

Una sinistra progressista seria (utopia in Italia) dovrebbe ispirare la sua azione all’elementare principio per cui non c’è efficienza senza equità e non c’è equità senza pari opportunità. Ora invece si parla di “ambizione smisurata”, “merito” (cos’è il merito senza l’equità?) o ci si manda al macello con eleganza, citando Frost e Wordsworth, che pare di sentire l’odore acre di sudore al liceo durante l’autogestione. Forse è solo una fase, forse la politica comincerà a occuparsi di bisogni reali ma, spiace dirlo, le premesse non sono delle migliori.


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