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“Dai un bacio a chi vuoi tu”. Se vuoi

“Dai un bacio a chi vuoi tu”. Se vuoi

Pizzeria della ridente cittadina, una sera qualsiasi. Al tavolo di fianco al mio, una famiglia sta festeggiando il compleanno del figlio. Si scartano i regali, il bambino va in deliquio per il giocattolo di turno e scatta la fatidica frase “Perché non dai un bacio alla zia?”.

bacio
La risposta – se il poverino fosse in grado di elaborarla – sarebbe ovvia: la zia si ringrazia, magari con grande calore visto che il regalo è graditissimo, ma i baci lasciamoli agli atti di affetto spontaneo. I baci non sono “merce di scambio”, una macchinina nuova, per quanto affascinante, non vale un bacio dato per cortesia. Il bambino fa qualche rimostranza, una o due smorfie di disagio e poi cede, concedendo un bacio fugace e poco convinto.
Alzi la mano chi non ha mai assistito ad una scena del genere. Che si tratti del ringraziamento dovuto per un regalo, del riconoscimento di un favore ricevuto, della celebrazione di un dolce ben cucinato, ai bambini viene spesso richiesto un “bacino” come ricompensa. I guai incominciano quando la/il bambin* in questione porta avanti “il gran rifiuto”, quando le rimostranze non rimangono tali, ma si trasformano in una decisa negazione. Il bacio no. Se il bambino in questione è un maschio, le cose spesso sono più incruente. Gli adulti acconsentiranno al gesto di ribellione connotandolo in modo abbastanza positivo per quanto parzialmente infastidito: “ormai è un ometto”, “non gli piacciono le smancerie”, “ha un carattere davvero da duro” e altre amene frasi. Attenzione, esiste un rovescio della medaglia anche per i “maschietti”: se a 5 anni la richiesta del bacio viene esaudita di cuore, perché magari il bambino è davvero affettuoso ed espansivo, la stessa procedura viene connotata come “gesto da mammone” pochi anni più tardi. Il piccolo che bacia e abbraccia la mamma è delizioso fino ai primi anni delle scuole elementari, poi viene visto come “strano”. I maschietti crescono e non devono più dare baci in cambio di cose ma, verrebbe da dire, nemmeno regalare gesti di affetto gratuito troppo di frequente (altrimenti – non sia mai – qualche bambin* potrebbe accusarlo di essere gay).

Ma torniamo ai leciti baci prescolari. La bambina che rifiuta lo scambio affetto/premio non viene definita con termini lusinghieri: non dovrebbe “fare la smorfiosa”, si comporta “da maschiaccio”, è “selvatica”. In nessun caso si ha quella commistione semantica che porta a rendere – in fondo – positivo il gesto di diniego. Anche attraverso questo passaggio, apparentemente innocente e scontato, si definisce un discrimine educativo di genere. Viene dato per scontato che le bambine debbano coltivare e sviluppare “l’innata” propensione alla dolcezza, alla tenerezza, al contatto fisico (contatto che risulta invece decisamente inappropriato qualora la piccola decida di manifestarlo attraverso la lotta con i compagni). Per i maschi invece vige la ferrea regola della tenerezza “a tempo determinato”, quasi che per i possessori del cromosoma Y le manifestazioni d’affetto fossero a scadenza programmata. Ma che cosa si insegna implicitamente ai bambini? Il messaggio, per quanto ingenuo e assolutamente non razionalizzato, è piuttosto chiaro: l’affetto va manifestato anche quando l’atto non è emotivamente spontaneo, ma socialmente richiesto. Socialmente alcuni gesti appartengono all’universo femminile, altri a quello maschile.

Con la crescita le cose effettivamente non migliorano. Come già sottolineato in altri articoli, le adolescenti che decidono di “manifestare affetto” attraverso contatto fisico con i compagni (sì, mi riferisco proprio al sesso), sono connotate negativamente, spesso con la frase “la dà via”, mentre nessuno si sognerebbe di dire che un adolescente “lo dà via” (farebbe ridere). La manifestazione d’affetto deve essere dunque contenuta per le ragazze in questa fase successiva della vita, proprio con segno opposto rispetto a quanto incentivato nei primi anni. Arrivati alla felice età del primo/secondo/terzo impiego, la donna che fa carriera potrebbe essere accusata, dalle malelingue, di essersi fatta spazio attraverso meriti carnali, mentre assai difficile risulta l’opposto. La donna dà una “manifestazione fisica di affetto” (chiamiamola così) in cambio di una buona posizione lavorativa e/o sociale. Ovviamente si tratta di un’esasperazione ma, di fondo, il concetto che viene implicitamente inculcato fin dalla più tenera età è che il bacio (o l’atto d’affetto in genere) può essere uno strumento per il conseguimento di un fine. “Se ti do una caramella cosa mi dai in cambio?”. La frase fa sorridere ed è, in sé, innocente, ma sottende alla proposizione di un meccanismo di do ut des piuttosto scontato.


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