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La canzone del mese: Costanza Delle Rose, “L...

La canzone del mese: Costanza Delle Rose, “Lonely Richard”

Lasciamo che i Be Forest, oltre a liquefare le nostre preziose orecchie, fungano anche da testimonianza del potere insito nella provincia e nella vita a margine dei grandi centri. Il loro amabile shoegaze onirico che sa di boschi e nebbia viene infatti da Pesaro, città ormai riconosciuta come fulcro di una scena musicale di tutto rispetto.

Quest’estate ho avuto il piacere di vederli dal vivo a Padova, all’interno della serata del Radar Festival che si è svolta all’interno dei cancelli di Sherwood, e che aveva per headliner gli Slowdive. In quell’occasione, mentre vagavo in compagnia delle mie amiche, inebriata da un sacco di bei concerti, mi sono detta che starebbe stato proprio tanto bello se Costanza Delle Rose avesse registrato una cover per Soft Revolution.

Facendo un salto in avanti nel tempo, e rimpiombando nel presente, posso dichiarare: “Ebbene, eccola qui, con tanto di pregevole intervista”. Nel frattempo, i Be Forest hanno iniziato un tour negli Stati Uniti, e noi di SR auguriamo loro un sacco di successo.

Partiamo dagli inizi. Come hai iniziato a suonare? Sei cresciuta in un ambiente “musicale” o sei arrivata a fare la musicista per vie traverse?

Posso dire di essere cresciuta in un ambiente artistico di altro genere, mio padre dipinge ed ha insegnato per tanti anni all’Istituto d’Arte della mia città. Sono cresciuta tra pennelli e colori ad olio ma nonostante ciò posso dire, purtroppo, di non essere minimamente portata per il disegno. La musica, invece, ha sempre fatto parte della mia vita fin da piccolissima, amavo ascoltare musica e fino a qualche anno fa non avrei mai creduto di poter fare qualcosa di mio. Se sono qui oggi è solo grazie a Nicola (chitarrista Be Forest): evidentemente ha visto qualcosa in me che io non sapevo di avere.

A brevissimo partirai per un tour che toccherà un gran numero di città negli Stati Uniti. Come ti stai preparando a quest’esperienza?

In realtà non mi sto ancora capacitando di ciò che mi aspetterà. Ho molte aspettative verso questa esperienza ma voglio vivermela con la tranquillità più assoluta, viaggerò con due delle persone che fanno parte della mia vita nel modo più bello, facendo ciò che amo, questa è per me la cosa principale, poi quello che succederà non me lo immagino minimamente ma è proprio questo il bello. Io ho le valigie pronte spero solo di non dimenticarmi nulla.

be forest

Hai scelto di registrare una cover di Lonely Richard di Amen Dunes. Quando ti ho proposto il tema “insieme” ti è venuta in mente subito come possibile opzione o ci sei arrivata per gradi? Ti va di spiegarmi come è stata selezionata e perché?

Credo che certe volte ci siano canzoni che ti rappresentino in tutto e per tutto, ti è mai capitato di ascoltare una canzone per la prima volta e sentirla inspiegabilmente tua? È una sensazione viscerale di quelle che devi riascoltarla almeno cento volte al giorno. Ecco, io credo che questa canzone rispecchi esattamente quello che per me è il significato di insieme, o per lo meno, la mia personale interpretazione del testo. Quando mi è stato detto di pensare a questa parola ho riflettuto su cosa significasse per me, e credo che nel preciso momento in cui ci si conosce e ci si vuole bene per quello che si è, si può capire l’inutilità dell’uno davanti al due. L’insieme parte da noi e solo noi possiamo crearlo anche stando soli, solo quando si è veramente sinceri con se stessi si possono creare rapporti ed unioni, altrimenti si rischia di continuare a cambiare strada e persone rimanendo sempre al punto di partenza. Ecco per me il vero “insieme” può venire a crearsi solo nel momento in cui il singolo individuo impara innanzi tutto ad amare se stesso e a capire che non si è meno importanti di ciò che ci circonda, appunto “Have yourself a good time”

Quando mi capita di diventare amica di qualcuno, arriva sempre un momento in cui mi viene spontaneo consigliare – se non sono già noti – alcuni dischi che sono stati importanti per me. Potresti farmi i nomi di tre dischi che ti hanno cambiata, che ritieni parte imprescindibile della tua storia di vita e che consiglieresti ad una nuova amica?

Il primo album è And No More Shall We part di Nick Cave, il mio artista preferito in assoluto.
Quando mio padre mi ha portato a vedere un suo concerto per la prima volta sono rimasta attaccata alla sedia immobile a bocca aperta. È stato uno dei miei primissimi concerti e non me lo dimenticherò mai. Penso che questo, sia l’album che rappresenti di più la rottura con il passato più punk e sporco e sono particolarmente legata a tutti i testi e canzoni di questo disco.

Secondo: Smashing Pumpkins, Mellon Collie And The Infinite Sadness. Ai tempi non avevamo il lettore cd e ricordo che mia sorella si era fatta fare una cassetta con tutto l’album che io le fregavo in continuazione, la mettevo nel mio walkman e andavo sull’altalena del giardino di casa a cantare tutte le canzoni a squarciagola, inventandomi tutte le parole naturalmente. Per me un capolavoro ancora oggi.

Il terzo e più difficile perché ne avrei ancora tantissimi è Celebration Rock dei Japandroids. Inutile dire che è un super album ed oltre a questo ci sono legata profondamente grazie al fatto di aver avuto l’opportunità di suonare con loro e di essere riuscita a conoscerli personalmente. È stata una delle esperienze più belle della mia vita e quest’album rimarrà uno dei miei dischi del cuore per sempre.

costanza

 

Qual è il tuo rapporto con il femminismo? Ti è mai capitato di sentirti trattata in modo differente dagli uomini all’interno di ambienti musicali? Se sì, ti va di raccontarmi un episodio particolare?

Penso che nel momento in cui una donna viene vista fare qualcosa da “uomo” automaticamente quello che fa acquista tutto un altro significato. Vedere una ragazza su un palco fa sempre un certo effetto, un bell’effetto per quanto mi riguarda. Sinceramente non mi sono mai sentita trattata in modo differente solo perché “donna” dai ragazzi che ho incontrato nei diversi posti in cui sono andata a suonare. Mi sono, invece, sentita “giudicata” in maniera diversa dai ragazzi tanto quanto dalle ragazze, spesso più cattive degli uomini. Quando decidi di esporti artisticamente e sei “donna” vieni giudicata a 360 gradi, non solo artisticamente, ma vieni giudicata anche quando i “riflettori” sono spenti. All’inizio ci rimanevo veramente male, ma poi ho imparato a lasciare perdere capendo che alla fine di tutto quello che conta è sapere chi si è, nel bene e nel male ascoltando solo quello che dicono le persone che contano davvero per noi.

 

Foto nel player di Flavia Eleonora Tullio


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  1. Paolo

    10 novembre

    intervista molto interessante

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