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Ideale e reale – Lo sterminio dei connotati, i chu...

Ideale e reale – Lo sterminio dei connotati, i chupacabras e, per non sbagliare, un gatto zen

Anni fa lessi un articolo che parlava, tra le altre cose, di Blake Lively, descrivendola come “un’attrice che tra tante ha il pregio di avere una faccia”. Nel senso: una sua faccia. Personalizzata, per così dire. Una faccia che sfugge all’egemonia dello standard dominante, ovverosia quel ripetersi industriale di labbra piene, volti levigati e zigomi alti che popola ogni genere di media (per la cronaca: pare che ad un certo punto della sua vita ci sia cascata pure Blake Lively, ma all’epoca dell’articolo probabilmente non si sapeva, o non era ancora successo; e se era già successo possiamo quanto meno dire che si è trattato di un, emm, “ritocco ponderato” o se non altro ben riuscito, lì dove per “ben riuscito” intendiamo una rinoplastica non troppo invasiva che ha rispettato i tratti del volto originale, permettendo a Lively di continuare ad avere una faccia ).

chirurgia plastica

L’attrice Blake Lively (con naso originale)

La cosa mi colpì perché 1) detta così era splendida 2) metteva perfettamente a fuoco quello che potremmo chiamare Lo Sterminio Dei Connotati, questione di cui fino a  quel momento non mi ero resa del tutto conto e che, ad oggi, non è altro che prassi. Lo conferma persino il settimanale inglese The Economist che lo scorso anno si era preoccupato di scartabellare le statistiche del International Society of Aesthetic Plastic Surgeons, scoprendo che aghi e bisturi sono ancora più che in voga. Del resto se Lindsay Lohan (ci siamo rassegnate) o Emily Blunt (ditemi che non è vero niente) sentono il bisogno di far visita al loro chirurgo, noi non possiamo che piangere, buttarci a peso morto sul pavimento e correre via strappandoci i capelli. E dico questo non tanto pensando al lato della questione “e noi allora che dovremmo fare?” quanto a quello “scusate una domanda: sono io o siamo nel mezzo di una follia di massa?” (“la varietà delle forme umane è così enorme che volerle riportare tutte a uno standard ideale è pura follia” già dicevamo in un articolo di qualche settimana fa)

Leggere di attrici/cantanti/showgirl – già di per sé belle, e magari pure giovani – che procedono in modo metodico al reset dei loro visi e dei loro corpi è diventato gossip ordinario, se non noioso (vuoi mettere il love affair di tizio, con le punturine piallanti di caia?). Una storia vecchia che non sembra smuovere nessuno di un millimetro.

Manhattan, il film di Woody Allen con Mariel Hemingway, è uscito nel 1979 e dentro potete trovarci il seguente dialogo:

– No, ma guarda sua moglie, sembra che le abbiano stirato la faccia almeno diecimila volte?

– Sì, è così di plastica, così stirata..

– Oh, io odio queste cose, le odio… Io vorrei… Perché non invecchiano naturalmente invece di conciarsi così?

– Lo so, infatti, è vero… i visi vecchi sono carini

Ed ecco la questione annessa.

Non so se avete mai letto o sentito quell’aneddoto su Anna Magnani e il suo truccatore, in cui lei si siede davanti allo specchio e prima che lui cominci gli dice “Non togliermi neppure una ruga, c’ho messo una vita a farmele venire, e le ho pagate tutte care”. Bene, questo pezzo potrebbe essere dedicato alle rughe di Magnani e, ovviamente, a quelle di tutte noi, perché il suo intento dichiarato è quello di riabilitare cose come i fantomatici segni del tempo che, per inciso, non sono tanti piccoli chupacabras che ci inseguono e dobbiamo rifuggire da qui fino alla tomba. O almeno, non solo. Personalmente li vedo più simili a tanti variegati promemoria; segni al di fuori del mondo alfanumerico che hanno trovato il loro modo di significare e rappresentare. E non solo riguardo fatti storici specifici, del genere “cicatrice sulla fronte: 1984, precipitata dalla scale in bicicletta” (truestory); ma anche riguardo a fatti di base, del tipo “loro esistono >  io esisto > prova della mia esistenza”. In caso di dubbio insomma, possono tornare utili; possono testimoniare a nostro favore. Possono stare dalla nostra parte. Confermano che ci siamo e che ci siamo state, che siamo qui presenti e che stiamo vivendo, respirando. Forse persino evolvendo (“che restano i segni, i segni sul corpo di quello che ha senso, di quello che è stato” cit.).

chirurgia plastica

L’attrice Anna Magnani

Non sto cercando di privarvi di qualsivoglia desiderio di gloria, benessere e bellezza; non sto demonizzando la chirurgia plastica che certamente da più parti tanto del bene ha fatto. E non sto nemmeno dicendo che voglio essere trasformata il più presto possibile nella versione umana di uno shar pei (semmai di un gatto zen). Sto dicendo che se tutto questo presuppone di migliorarci, nell’aspetto e nell’insieme, allora il meccanismo causa effetto s’è guastato a monte. Negli assiomi di partenza, che ci inculcano modelli robotici, che raccontano storie di corpi e di vite fatte in cartonato, che ci inducono a privarci delle nostre specifiche di esseri umani chiamandoli “difetti” (una sorta di truffa questa che mi ricorda quando, a sedici anni, una professoressa secca e lapidaria riuscì a farmi pensare che la scuola fosse la peste nera da cui fuggire, anziché un grosso regalo da spremere e apprezzare – nonostante tutto).

Siamo portati ad idealizzare il nostro corpo – e anche le nostre esperienze, una su tutte: i rapporti di coppia, ma qui ci vorrebbe un altro articolo minimo – da un’infinità di input devianti. I media. Le pubblicità. Il nostro vicino di casa che vive dando fede alla televisione e poco altro. Passiamo il tempo a spingere la polvere sotto il tappeto e intanto “la polvere” diventa qualsiasi cosa. Ogni imperfezione, ogni dettaglio fuori posto, qualsiasi cosa brutta o spiacevole. Siamo diventati come i bambini a cui non si può dire che è morto il pesce rosso. O forse ci stiamo tutti trasformando in Truman Burbank. E dobbiamo vivere in un mondo ovattato e plastificato.

Meglio ovviare. Meglio coprire. Ogni odore. Ogni scalfitura. Meglio provvedere. Qualsiasi cosa si discosti dall’immagine non solo della bellezza ma anche del benessere, della facilità, ha una cura. Ergo è da curare. Da togliere, asportare, sistemare. Superfici lisce. Vite semplici. Si tratta di un’aberrazione che ci lascia sempre perdenti (e frustrati), perché ben lontana dalla realtà che ci tocca ogni giorno. E che, oltretutto fa una gran rabbia. Specie quando la conoscenza empirica bussa alla tua porta.

Per questo mi ha dato un certo sollievo tempo fa leggere dell’importanza della realtà e del confronto con essa. La riflessione di cui sopra mi è sembrata non solo di estremo pacificante buon senso, ma anche molto calzante nella logica di questo discorso. Un naturale prosieguo dalle rughe di Magnani e dalla faccia di Lively. Una sorta di questione analoga, ma declinata in una dimensione più ampia che include il vissuto, le esperienze, il nostro modo di sentire e vedere il mondo intorno a noi (sia ‘quello piccolo’ che ci è direttamente collegato, sia ‘quello grande’ che ci è distante ma mai così tanto). Una dimensione dove i segni del tempo da tenersi buoni sono quelli sotto e non sopra la pelle.

È la realtà, benché a volte pensiamo il contrario, la cosa più romantica. Per questo ci commuove.

 


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  1. Paolo1984

    8 luglio

    personalmente non ho nulla contro la chirurgia estetica: chi si piace com’è rimanga com’è, chi vuol cambiare lo faccia, io cerco di non giudicare..però si certi eccessi di botox e di chirurgia estetica sono quanto di più anti-estetico ci sia oltre a mettere a rischio l’espressività del volto.
    Sulle attrici poi trovo veramente svilente e ingiusta questa specie di inquisizione sui giornali di gossip per scoprire se tizia s’è ritoccata o meno, comunque dubito che emily blunt (ma vale anche per altre collehe sempre “sospettate”) sia intervenuta chirurgicamente e se l’ha fatto è stato lieve e ciò non ha intaccato la sua espressività, il suo aspetto e il suo naturale fascino

  2. Paolo1984

    8 luglio

    “Sulle attrici poi trovo veramente svilente e ingiusta questa specie di inquisizione sui giornali di gossip per scoprire se tizia s’è ritoccata o no”

    secondo me tale inquisizione deriva in parte dal fatto che oggi non si accetta che possano esistere anche persone “naturalmente” belle

  3. Bianca Bonollo

    9 luglio

    A me piace moltissimo questa storiella americana:

    <>

    …passata una certa età, le emozioni che sono rimaste più a lungo sul tuo viso diventano solchi visibili. Personalmente, spero di coltivare più rughe di sorrisi che rughe di bronci!

    Al contrario, ho trovato veramente inquietanti i volti delle Miss coreane:
    http://www.corriere.it/esteri/foto/04-2013/miss-sorelle/foto/corea-sud-quelle-miss-tutte-uguali_d3300bda-ae60-11e2-b304-d44855913916.shtml#1
    :S

  4. Bianca Bonollo

    9 luglio

    D’oh, mi ha cancellato la storiella! Beh, la storiella era questa: 🙂

    It is said that Abraham Lincoln, when he was President of the U.S., was advised to include a certain man in his cabinet. When he refused he was asked why he would not accept him. “I don’t like his face,” the President replied. “But the poor man isn’t responsible for his face,” responded his advocate. “Every man over forty is responsible for his face” countered Lincoln.

  5. ta

    9 luglio

    meritava! (la storiella, dico) grazie

    io mi sa che sono sulla buona strada per la ruga dello scetticismo =ì=

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